LA FORTUNA DEL BLOGGER

 

Ci sono singole frasi di grandi autori che si scolpiscono nella mente come guide inderogabili. Una, ad esempio, è di Terenzio: “Nihil humanum a me alienum puto”, non reputo a me estraneo nulla che sia umano. Un principio che vale per non chiamare “inumano” un crimine bestiale: se esso viene commesso, è segno che l’uomo ne è capace. Forse più delle bestie. E vale anche per chiedersi, umilmente: magari ne sarei capace anch’io?

Altro esempio – di Nietzsche – costituito da una semplice domanda: “Fin dove osi pensare?” La sfida insegna che fermarsi dinanzi ad un’idea solo perché è orrenda, paradossale, contraria all’opinione comune corrisponde ad attribuire alla verità il dovere di essere gradevole o conforme alle correnti abitudini di pensiero. E dunque a mettersi il paraocchi.

Una terza frase è di Wittgenstein: “Wovon man nicht sprechen kann, darüber muss man schweigen“. La traduzione pare sia: “Di ciò di cui non si può parlare, è necessario tacere”. Ma la si può intendere anche così: “Di ciò di cui non si può dire niente di valido, è meglio non dir nulla”.

Applicando il principio all’attualità, dovremmo avere un silenzio da convento di trappisti. Se si è già detto che la situazione è inquietante; che va peggiorando; che con questa politica non la si risolve; che bisognerebbe avere il coraggio di scegliere un’altra strada, per quanto costosa, prima che una crisi ci costringa ad affrontare il peggio senza esserci preparati, a che scopo ripeterlo? Darüber muss man schweigen.

Purtroppo il principio è poco applicato. Le parole, fra gli esseri umani, non hanno soltanto la funzione di comunicare qualcosa: servono anche da celebrazione, da supporto della togetherness, da ansiolitici. Si ha celebrazione quando non si dice assolutamente niente di nuovo o di imprevisto. Arriva dicembre ed ecco che ci rintronano le orecchie con queste grandi notizie: è tornato il freddo, ecco i principali avvenimenti dell’anno che finisce, è il tempo dei regali ai bambini. Da supporto della togetherness servono invece tutti i discorsi – fra privati o anche nei media – che hanno la sola funzione di far sentire che viviamo la stessa vita; che gli altri sanno che noi esistiamo ed hanno più o meno i nostri stessi problemi. Da un lato si ha la consolazione dell’appartenenza ad una comunità, dall’altro, finalmente, la possibilità di sentirsi momentaneamente protagonisti. Le persone che scambiano lunghe notizie sulla salute, sugli screzi con i parenti, sulle proprie difficoltà finanziarie, più che desiderose d’apprendere qualcosa sugli altri, sono vogliose di raccontarsi.

La funzione più importante, tuttavia, è quella ansiolitica. L’uomo non soltanto soffre per i mali presenti: si preoccupa per quelli futuri. Per questo desidera ardentemente sentirsi dire che le cose miglioreranno, che non dovrà preoccuparsi o – come sentito mille volte, fino alla nausea, nei film americani – che: “Tutto andrà bene, vedrai”. Perfino l’oncologo, se proprio è costretto a comunicare una diagnosi assolutamente funesta, aggiunge magari: “Ma non si può mai sapere, un miracolo può sempre avvenire”.

I professionisti della parola ansiolitica sono tuttavia i politici. Nel momento stesso in cui hanno appena provocato dei disastri, o mentre assolutamente non sanno come mettere rimedio ad una situazione drammatica, non smettono di essere incoraggianti: scorgono la luce in fondo al tunnel, prevedono una ripresa imminente, un calo della pressione fiscale e un aumento dell’occupazione. In particolare giovanile. Naturalmente  non c’è nulla che giustifichi quello che dicono, salvo il loro dovere istituzionale di diffondere ottimismo. La loro spudoratezza arriva al punto che, nel momento in cui arriva la smentita – avevano pronosticato il paradiso entro tre mesi e dopo tre mesi si è al punto di prima – invece di confessare di essersi sbagliati, ripetono le stesse cose: vediamo la luce in fondo al tunnel, la ripresa è alle porte, presto andrà tutto per il meglio.

In queste condizioni Wittgenstein costringerebbe all’angolo la maggior parte dei giornalisti. Se dicono la verità, sembrano dei menagramo. Se parlano come i politici, sembrano degli stupidi. E se non parlano, si comportano nel modo migliore ma il loro reddito di giornalisti professionisti è a rischio.

Fortunato chi, come i blogger, già da prima non guadagnava nulla: può permettersi il lusso di obbedire a Wittgenstein.

Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it

25 dicembre 2013

 

LA FORTUNA DEL BLOGGERultima modifica: 2013-12-26T12:25:16+01:00da gianni.pardo
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