IL DIFFICILE RITORNO AL BUON SENSO

Un articolo di Luciano Violante, sul “Corriere della Sera”(1) ha il grande merito non di descrivere un fenomeno noto – la decadenza delle sinistre in Europa e nel mondo – ma di chiedersene il perché. La tesi è che destra e sinistra si sono scambiati i ruoli. Prima era la sinistra che faceva sognare e proponeva il cambiamento, ora è la destra che è divenuta rivoluzionaria. Prima era la destra che tendeva a preservare gli interessi dei benestanti, ora è la sinistra che appare conservatrice. E il fatto che abbia smesso di ascoltare il popolo e sostenere le ragioni dei più poveri è la causa della sua decadenza.
I dati posti alla base del grande cambiamento sono plausibili ma, a mio parere, non risalgono a sufficienza alle ragioni prime. Se guardiamo al mondo del XIX secolo, e della maggior parte del XX, vediamo che in campo economico lo scontro è stato tra gli abbienti, adepti dell’economia liberista classica, e i meno abbienti, che più o meno fedelmente – secondo che fossero comunisti o socialisti – sognavano l’economia collettivista di ispirazione marxista. Come si diceva, dopo la rivoluzione della borghesia liberale, quella del proletariato comunista.
Sappiamo che questa rivoluzione, dove la si è attuata, ha avuto esiti economicamente disastrosi, tanto che alla fine (seppure dopo settant’anni) è stata definitivamente rigettata. Viceversa, nei Paesi liberi, il sogno collettivista – nel prospero ambiente borghese – non ha comportato controindicazioni. Per questo ha potuto progredire e il risultato è stato che ha conquistato sempre nuove posizioni. Finché si è arrivati ad una società che, senza essere dichiaratamente collettivista, lo è divenuta nei fatti.
Alla fine però ci si è resi conto che non c’era più nulla da spremere, dalla società borghese, e che ogni ulteriore progresso si trasformava in un regresso. Insomma, come vaticinato da Margaret Thatcher, “il socialismo finisce quando finisce il denaro degli altri”. Prima lo sciopero conseguiva un aumento di salario, poi ha cominciato a provocare il fallimento dell’impresa o la sua fuga in altri Paesi. Un eccellente esempio, in questo campo, è la vicenda dell’Ilva di Taranto. Probabilmente, dal punto di vista del XX secolo, le motivazioni dei lavoratori, degli ecologisti e dei magistrati sono eccellenti. Ma in questo secolo si vede che, o si rinuncia a qualche indiscutibile ideale (per esempio: “nessuno mai deve essere licenziato”) o l’impresa chiude. E mentre prima, quando le imprese divenivano antieconomiche, le sinistre speravano che se ne sarebbe fatto carico lo Stato (alcuni lo sperano ancora per l’Alitalia) oggi questa operazione è impossibile sia giuridicamente (perché vietata dai trattati dell’Unione Europea) sia economicamente, perché lo Stato non ha più i soldi per simili follie. Ciò ha portato alla paralisi e a quella crisi che da noi non accenna a finire. Perché l’Italia è sempre stata più “di sinistra” dei suoi vicini. Non a caso a lungo ha avuto il più grande partito comunista del mondo libero.
Il problema attuale è che il nostro sistema è morto, ma non si intravvede l’erede. Prima la sinistra rivoluzionaria attaccava la società sulla base di una diversa teoria economica e si pensava che, se i lavoratori erano insoddisfatti nell’ambito dell’economia classica, sarebbero stati felici nell’ambito dell’economia marxista. Che ciò fosse contro l’evidenza poco importa: era quello che credeva la gente. Oggi al contrario i partiti “populisti” si dichiarano insoddisfatti, non propongono nulla di nuovo e operano in negativo. Propongono di buttar giù tutto – l’Unione Europea, l’euro, la globalizzazione, il libero mercato – e negano perfino che bisogna avere il denaro, prima di poterlo spendere. Non hanno una teoria economica, hanno soltanto a un confuso programma protestatario, mitologico, e sostanzialmente infantile.
I partiti progressisti hanno condotto il Paese alla paralisi economica ma, avendo cultura di governo, sanno che ogni ulteriore passo nella vecchia direzione sarebbe catastrofico. La società è già talmente “a sinistra” che oltre c’è il precipizio. Sicché il meglio che si può fare è impedire il disastro, conservando l’esistente. Forse la sinistra sa addirittura che, per ritrovare la prosperità, si dovrebbe tornare ad una società più liberale, collocandola in quel punto di un’ideale curva di Laffer in cui si incontrano il massimo di prosperità e il massimo di sinistrismo. Ma si può chiedere alla sinistra di annunciare questo programma liberale? E purtroppo non potrà mai farlo neppure la destra, troppo ignorante per capire questa soluzione e comunque comprensibilmente impossibilitata a proporla ad un popolo che ancora crede a Marx. Così siamo senza speranza.
Il nostro modello sociale è stato spinto fino a produrre le sue peggiori controindicazioni. Oggi, invece di un balzo verso il futuro, avremmo bisogno di un rassegnato e coraggioso ritorno al buon senso.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

11 luglio 2018
(1)https://www.corriere.it/opinioni/18_luglio_10/scambio-ruoli-14fb3042-838d-11e8-b0f1-5852deebaad6.shtml

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CACCIARI SBAGLIA IL BERSAGLIO

Massimo Cacciari è una persona da rispettare per almeno due ragioni. Oltre ad essere un “vero” professore, dimostra spesso coraggio intellettuale, nel senso che non esita ad andare contro l’opinione comune, se così gli detta la sua coscienza morale e intellettuale. Proprio per queste ragioni si può essere sorpresi quando sostiene una tesi che la sua spregiudicatezza dovrebbe mostrargli totalmente infondata.
In un articolo pubblicato sull’Espresso(1) del 24.6.’18, dal titolo “Siamo al bivio del male” sostiene, come spiegato nel sottotitolo, che “L’Europa cessa di esistere se diventa indifferente nei confronti della sofferenza e della sopraffazione” ma purtroppo non si dà la pena di definire che cosa intende per “male”, anche se usa la parola tredici volte. Ma la lettura dell’articolo rende chiarissimo che per “male” Cacciari intende quello morale. Un sinonimo di “gelide passioni della paura, dell’egoismo, dell’avarizia e dell’invidia”, di “Ingiustizia, sofferenza, sopraffazione”, mentre il bene sarebbe “l’imperativo categorico di federarsi insieme, di essere solidali gli uni con gli altri, di volere il bene del prossimo”. Per concludere che, avendo perduto ogni interesse per questi nobili valori, “sparirà l’Europa. L’Europa cessa di esistere se diviene indifferente nei confronti del male”.
Argomentazioni peggio che discutibili.
In primo luogo è stupefacente che un professore di filosofia non si occupi di definire i concetti di bene e di male, allineandosi per essi alla concezione corrente, e non citando neppure Jeremy Bentham e l’“utilitarismo”. Sicché le sue affermazioni finiscono con l’avere una base puramente tradizionale o religiosa, essendo in sostanza quella espressa nel Vangelo. Concezione legittima, ma che un filosofo dovrebbe argomentare, soprattutto se nel testo cita le parole “imperativo categorico”, che non possono non evocare un diverso fondamento della morale, quello kantiano.
Secondo motivo di stupore. Il male di cui parla, pur essendo su base individuale, è visto in chiave collettiva, cioè sociale. E in questo caso il male rientra nell’ambito della politica. Ne è prova il fatto che, fra gli altri esempi, egli cita il problema dei migranti africani, con queste parole: il male “Che vi sia chi soffre atrocemente non è più uno scandalo per la nostra coscienza. Basta tenerlo lontano, non vederlo, che non anneghi nei pressi delle nostre spiagge”. Ma ciò facendo egli incorre in una contraddizione insanabile.
La politica e il diritto, negli Stati laici, hanno la caratteristica dell’“esteriorità”. Il principio dell’“esteriorità” è quello per il quale l’ordinamento giuridico non richiede che il cittadino condivida la norma giuridica, ma si accontenta che egli le obbedisca, quand’anche la disapprovasse. I pensieri sono interamente liberi, i comportamenti pratici no. Posso desiderare di ucciderti quanto voglio, purché poi non ti torca un capello. Anche se desiderare di uccidere qualcuno è contro la morale, non è contro l’art.575 del Codice Penale.
La caratteristica dell’esteriorità e della sanzionabilità fanno sì che il diritto si disinteressi della morale, salvo per ciò che è stabilito nelle leggi. Analogamente la politica non deve corrispondere ai buoni e più alti sentimenti dei governanti, ma ai bisogni e ai desideri dei cittadini, quanto meno questa è la regola in democrazia, se è vero che in essa “il sovrano è il popolo”. Dunque la politica non deve partire dall’interiorità di chi amministra il potere, ma dall’esteriorità di ciò che manifesta il popolo. E se il popolo non desidera avere immigranti, il dovere dei governanti è quello di impedirne l’arrivo. Eventualmente poi, come singoli individui, andranno a confessarsi, ma non nell’orario d’ufficio.
Insomma, spiace doverlo dire, ma quella di Massimo Cacciari è forse una nobile predicazione, ma nulla di più di una nobile predicazione, cui per giunta i governanti avrebbero il massimo torto di adeguarsi, perché mancherebbero ai loro doveri nei confronti di chi li ha eletti.
Scendendo poi sul piano della concretezza, pur ritenendo legittima ogni concezione morale che sia differente dalla mia, mi permetterei di far notare a Cacciari che, mentre a parole tutti sono per la morale cristiana, in pratica poi tutti seguono i dettati dell’egoismo e soltanto i migliori si elevano fino ai principi di Jeremy Bentham. L’utilitarismo infatti vorrebbe che ciascuno agisse per la massima felicità generale, cioè cercando contemporaneamente la propria e l’altrui felicità. E sarebbe già grasso che cola. Ma predicare la generosità a fondo perduto e a rischio della propria sicurezza è da dementi. O comunque da persone disposte a parlare pur essendo assolutamente sicure che nessuno le ascolterà.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
24 giugno 2018
(1)http://cercanotizie3.mimesi.com/Cercanotizie3/popuparticle?art=383568013_20180624_14004&section=view

Ho inviato il mio articolo al prof.Cacciari e ne è seguito il breve scambio epistolare che segue.
G.P.

Gentile Gianni Pardo, beato lei che crede cosi ardentemente nelle sue argomentazioni “indubitabili”! Le tesi utilitaristiche, fondamento del pensiero economico neo-classico, sono state stracciate da decenni di letteratura scientifica, perfino in chiave neuro-psicologica! Lasciamole perdere, mi creda. Sono fervente seguace del realismo politico! ma nel senso della virtus machiavellica e spinoziana…nessun realismo è più irrealista del non tenere in alcun conto le conseguenze del lasciare proliferare disuguaglianze e tra la gente  le più gelide passioni…con i migliori auguri,
Massimo Cacciari  

Caro professor Cacciari,
cercherò di essere sintetico e di andare alla sostanza delle Sue argomentazioni (“indubitabili” quanto le mie). Io non ho sostenuto l’utilitarismo, anzi ho chiaramente affermato che le teorie morali possono essere diverse, e che Lei non ha giustificato la Sua.
Quanto alle conseguenze del lasciar proliferare disuguaglianze e gelide passioni, in primo luogo si tratta di espressioni che mi fanno pensare ad (opinabili) spinte morali; in secondo luogo Lei non ha risposto alla mia tesi secondo cui lo Stato democratico ha il dovere di governare secondo i desideri del popolo, e non secondo i principi morali della sua élite.
Lieto dell’incontro, e conservandoLe la mia simpatia,
Gianni Pardo

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PER FAVORE, PORTARSI SU GIANNIP.MYBLOG.IT. GRAZIE

Su quel blog un articolo dal titolo: “SHELLEY WINTERS INCONTRA PUIGDEMONT”, Riflessioni fra il serio e il faceto tra le pose gladiatorie e il fatto che la paura fa novanta.

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I FATTI SMENTISCONO LE TEORIE SUI MIGRANTI

I Médecins sans Frontières, a proposito del “salvataggio” dei migranti, hanno rifiutato di firmare il regolamento emanato dal nostro Ministero degli Interni sul comportamento delle organizzazioni non governative nel Mediterraneo perché questo regolamento imponeva la presenza a bordo delle navi di due agenti di polizia giudiziaria armati (carabinieri). Questi agenti avrebbero avuto il compito di controllare la conformità dell’attività svolta alle leggi del mare e alle leggi italiane. Il rifiuto di MsF è stato motivato dal fatto che, essendo questa un organismo non governativo, e dunque “neutrale” (fra l’Italia e gli scafisti?) la presenza di uomini armati a bordo era in contrasto con i suoi principi fondamentali.
Ieri comunque l’Italia ha molto ammorbidito il suo regolamento, affermando che gli agenti non sarebbero stati necessariamente armati, ma soltanto se ciò avesse deciso la magistratura nel caso specifico. A questo punto Médecins sans Frontières, sfidando il ridicolo, ha annunciato che rinuncerà alla sua attività umanitaria, perché essa è divenuta “troppo pericolosa”.
Tutto ciò permette sapide considerazioni. Se l’Italia ha potuto rinunciare ai carabinieri armati è perché le armi non servivano a nulla. Nessuno ha mai pensato che si dovessero proteggere le navi dei soccorritori, e certo i carabinieri non dovevano sparare contro gli scafisti perché il sospetto era al contrario quello di una loro combutta con le o.n.g. Il loro ruolo era quello di osservare ciò che avveniva ed eventualmente riferirne all’autorità giudiziaria italiana. Ed è proprio ciò che volevano evitare gli operatori di Médecins sans Frontières. Prova ne sia che, una volta tolte le armi, non hanno firmato lo stesso il regolamento. Se l’avessero fatto si sarebbe del tutto eliminato l’andazzo precedente, e l’attività delle loro imbarcazioni si sarebbe trasformata in quella – teoricamente sempre sostenuta da tutti – di “occasionale salvataggio” dei migranti, e non di “servizio di taxi” concordato.
MsF si è trovata in un bell’imbarazzo. Prima, per non firmare, aveva avuto la scusa delle armi dei carabinieri, ma come rifiutare ora? Il “danno” della loro presenza rimaneva immutato. Ma per una volta il destino è sembrato venire in soccorso dell’organizzazione francese. La Libia ha vietato alle imbarcazioni delle o.n.g. di incrociare nelle immediate vicinanze delle coste libiche, dovendosi tenere a circa cento miglia nautiche, corrispondenti a circa 180 km. Naturalmente promettendo di difenderle (eventualmente con le armi) dalle intrusioni dei natanti non autorizzati. Ovviamente quelli di MsF si sono detti che non potevano più mettersi d’accordo con gli scafisti per appuntamenti in mare, perché i carabinieri se ne sarebbero accorti; non potevano nemmeno incrociare nelle vicinanze dei luoghi di partenza dei migranti, perché i libici lo avrebbero impedito, e tutto questo significava che avrebbero potuto “salvare” i migranti soltanto incontrandoli per caso, in mare aperto: episodio raro, e più o meno corrispondente a “mai”. Dunque meglio chiudere.
La realtà è trasparente. Mentre prima le o.n.g. traghettavano i migranti con la scusa degli “esseri umani in pericolo di vita”, in realtà erano d’accordo con gli scafisti. Ora alle parole dovevano corrispondere i fatti, e questo cambiava tutto. Nelle attuali condizioni, i Médecins dovrebbero realmente salvare chi si trova per caso in pericolo, e ovviamente non se ne parla. L’ampliamento della zona di sorveglianza libica li ha totalmente scoraggiati.
E tuttavia, come giustificare il ritiro, confessando di aver mentito, fino ad oggi? Qualche genio ha avuto l’idea di affermare che, a questo punto, l’attività di salvataggio era divenuta “troppo pericolosa”. Ma di che si parla? Se le navi non entrano nelle acque territoriali libiche non corrono nessun pericolo. Sarebbe come dire: “Non mi avvicino al mare a meno di cinquanta metri, perché non so nuotare”. È una bugia infantile.
Insomma nel giro di qualche ora si è avuta la prova provata che tutta questa manfrina del salvataggio degli esseri umani in pericolo era una farsa. Gli italiani si lambiccavano il cervello per trovare un freno alla slavina di immigranti, ed è bastato un buffetto, anzi, sostanzialmente, la verità dei fatti, per far crollare l’ipocrita edificio dei “salvataggi” nel Mediterraneo. Il pericolo di vita non corrisponde certo alla situazione di coloro che in cento su un gommone semisgonfio si allontanano di qualche centinaio di metri dalla costa, perché hanno appuntamento con i “soccorritori”. Queste persone, salvo imprevisti, “fanno finta” di essere in pericolo. E quando gli imprevisti si sono verificati, è stato soltanto perché non si è realizzato il normale programma.
A quanto pare, il “velo di Maya” era veramente una sottile garza.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
13 agosto 2017

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IL REATO DI PIETA’

Se lascia loro e viene da noi è un convertito, se lascia noi e va da loro è un traditore. Morale: non bisogna lasciarsi suggestionare dalle parole e dalle loro connotazioni. Contano i fatti.
E poi non bisogna essere disonesti Se il giudice assolve l’imputato di omicidio, il padre della vittima non può dire: “Hanno ucciso mia figlia una seconda volta”, perché nessuno può essere ucciso due volte e la bassa retorica è irritante. Non può dire: “Hanno lasciato libero l’assassino di mia figlia”, perché queste parole significano che i magistrati hanno reputato quell’uomo colpevole e tuttavia l’hanno lasciato libero. Se ciò fosse vero, e si potesse dimostrarlo, quei giudici non andrebbero biasimati, andrebbero denunciati. Si può certo contestare la sentenza (se non fosse lecito non esisterebbe l’appello) ma con queste parole: “Io rimango convinto che sia lui il colpevole”. Oppure (se se ne è capaci): “Io sono convinto della sua colpevolezza, e posso dimostrarvelo. Ascoltatemi”. Cosa che fra l’altro è molto più efficace di un po’ di retorica spicciola.
Analogamente, non si può invocare la libertà di parola per qualunque cosa si sia detta. Chiunque può affermare che il Tal dei Tali è stato un pessimo ministro, ma non può dire che “ha rubato a man bassa”. Perché il primo è un giudizio politico, il secondo costituisce diffamazione con l’attribuzione di un fatto determinato, cosa che può del tutto naturalmente comportare una condanna penale.
Sia detto di passaggio, al riguardo qualcuno potrebbe obiettare che all’indirizzo di quel ministro ha sentito gridare “Ladro, ladro, ladro!”, in Parlamento, e che l’accusato di diffamazione ha manifestato esattamente lo stesso pensiero. In realtà la questione è più complessa. I deputati (ai sensi dell’art.68 della Costituzione) non sono punibili per qualunque cosa dicano nel corso della loro attività politica, ma di analoga guarentigia non fruiscono i privati cittadini. Anche se potrebbe funzionare per loro – se avessero da fare con giudici particolarmente scrupolosi – l’esimente di cui all’art.59, 4° comma, del codice penale.
Sempre a proposito di “parlare a sproposito”, qualcosa del genere si verifica in questi giorni. Gli accusati di reati connessi con l’immigrazione clandestina, invece di proclamarsi innocenti (se non hanno commesso il fatto), o colpevoli (se lo hanno commesso) se la cavano costantemente con un escamotage: “Se soccorrere chi rischia di morire è un reato, ho commesso questo reato. E lo commetterò ancora”. Applausi.
Questa frase è di una stupidità esemplare. L’idea di definire reato il salvataggio di chi rischia di morire è contraria ai più elementari istinti della nostra specie, ed è un assoluto assurdo in un Paese come il nostro. Se qualcuno è accusato di aver commesso un atto punibile, si può star certi che non è quello di aver salvato qualcuno. Sicuramente si tratta di qualche circostanza concomitante, di un reato occasionato da quel fatto, non certo di un disinteressato atto di umanità.
Non bisogna dunque stravolgere la realtà dei fatti e la loro qualificazione giuridica. Se esistesse una norma che punisce ciò che si reputa un atto di umanità per il quale bisognerebbe essere lodati e non puniti, non bisogna contestare l’attività del giudice, il quale applica soltanto la legge, ma quella del legislatore, cioè del Parlamento. Se la legge punisce severamente l’offesa al Presidente della Repubblica (senza nemmeno che egli si scomodi a presentare una querela) non bisogna prendersela con lui, se si è processati; e neppure col giudice: una legge va osservata perché esistente, non perché giusta. E se è ingiusta ne va invocata l’abolizione o la modifica, non l’inosservanza.
Per tutte queste ragioni, le eventuali contestazioni alla nuova regolamentazione dell’attività delle organizzazioni non governative in materia di salvataggi in mare ed immigrazione clandestina vanno motivate tecnicamente. Sarà ovviamente lecito invocare le ragioni ideali che stanno alla base di una nuova norma al momento di formularla, cioè de iure condendo, ma cavarsela insultando il Parlamento che l’ha votata, e i funzionari dello Stato che la applicano, non è cosa degna di persone intelligenti.
Che è poi la spiegazione della frequenza con la quale si sentono questi insulti.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
10 agosto 2017

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CANTONATE DELL’ECONOMIST

Riferisce un articolo di Repubblica(1) che, secondo l’Economist, la data della guerra contro la Corea del Nord è già fissata. Si avrà nel marzo del 2019. Si conteranno trecentomila morti nella Corea del Sud e un numero incalcolabile al nord, su cui gli americani sganceranno “la madre di tutte le bombe nucleari, la B61-12”. E non si sa quante migliaia saranno le vittime cinesi del fall out proveniente da sud. E come reagirà la Cina?
Se non avessimo già visto con quale disinvoltura, disinformazione e faziosità l’Economist trattò a suo tempo Silvio Berlusconi, strabuzzeremmo gli occhi e, nel dubbio, toccheremmo ferro. Invece, ammaestrati dal fatto che quella grande testata non è garanzia di verità e a volte neppure d’intelligenza, possiamo fare alcune semplici considerazioni.
Gli Stati Uniti hanno usato l’atomica a Hiroshima e Nagasaki. Il mondo non l’ha mai dimenticato e, in grande misura, non gliel’ha nemmeno perdonato. Gli americani hanno sempre fatto notare che, considerata la mentalità del tempo, i giapponesi si sarebbero fatti uccidere più o meno tutti, pur di ritardare l’avanzata dei nemici sul suolo giapponese. Si era già visto ad Okinawa. Insomma sarebbero morti milioni di giapponesi, uccidendo centinaia di migliaia di americani, senza alcun senso politico o militare, avendo il Sol Levante tecnicamente già perso la guerra da tempo. La cosa è talmente vera, che l’Imperatore Hiro Hito, intenzionato a salvare i suoi sudditi, ebbe grandi difficoltà a far accettare la resa. E benché tale fosse la sua volontà, alcuni suoi alti ufficiali non si rassegnarono alla vergogna di una sconfitta accettata e si suicidarono.
Gli americani, sapendo tutto questo, si resero conto che bisognava convincere i giapponesi che la resistenza era inutile e tragica. Uccidendo centomila abitanti di Hiroshima si sarebbero salvate milioni di vite, e tuttavia Hiroshima non bastò: fu necessario sacrificare anche Nagasaki, e fu necessario che l’Imperatore fosse più ragionevole del suo Stato Maggiore. Ebbene, malgrado tutto ciò, gli Stati Uniti non sono stati perdonati. Come si può immaginare che oggi essi potrebbero usare l’atomica contro la Corea del Nord, senza necessità?
Washington non ha alcun interesse a sterminare i coreani, del resto innocenti delle follie del loro dittatore. Vogliono soltanto impedire che quel Paese possa rappresentare una minaccia per i suoi vicini e per gli Stati Uniti. E per rendere inoffensivo un cobra non è necessario ucciderlo, basta togliergli le ghiandole velenifere.
È pensabile che gli americani scatenino una tempesta di fuoco “come il mondo non l’ha mai vista”, ma con bombe convenzionali. Che del resto fanno già abbastanza danno. Distruggerebbero tutti gli impianti di produzione nucleare noti e tutti gli impianti che che “forse” sono tali. Bombarderebbero con bombe di straordinaria potenza anche i sili dove potrebbero essere contenuti i missili, e dovunque farebbero danni immensi. Ovviamente ucciderebbero anche – questo sì – chiunque si trovasse sul posto o azzardasse una mossa di difesa, ma la città di Pyongyang non avrebbe nulla da temere. Al massimo potrebbe essere distrutta la reggia dei Kim, ma soltanto per il valore simbolico della cosa. Niente milioni di morti, niente armi nucleari, niente fall out sulla Cina, niente incubi di giornalisti afflitti da cattiva digestione.
Ovviamente, dopo questa prima ondata, gli americani sorveglierebbero la zona e sarebbero pronti ad una seconda ondata, se appena scoprissero di aver trascurato qualcosa. Ma non immagino nulla di più. Potrei sbagliare, certo, ma neanche l’Economist si priva di questa possibilità.
Una seconda ipotesi, e qui veramente ci sono da fare gli scongiuri, è che i nordcoreani osino provare ad inviare un missile atomico sugli Stati Uniti o anche sulla Corea del Sud. In questo caso, se c’è un attacco con armi nucleari, è concepibile che si risponda con la stessa moneta. E allora sì, la Corea del Nord si sarebbe suicidata.
Se una bomba atomica scoppiasse sulla Corea del Sud, della sorella del Nord non rimarrebbe pietra su pietra. I morti non sarebbero “alcuni” milioni, ma “molti” milioni. Sempre che questa vendetta non si attui anche se il missile sia fatto scoppiare in volo, dal momento che, secondo il codice penale, l’articolo che punisce l’omicidio è lo stesso che punisce il tentato omicidio, sempre il 575.
Ma prima di pensare all’Apocalisse è meglio ipotizzare un bombardamento tremendo, modello Seconda Guerra Mondiale o peggio.
Gianni Pardo
, pardonuovo.myblog.it
9 agosto 2017
(1) Angelo Aquaro, Sfida agli Usa, Pyongyang alza il tiro ma arrivano i primi segnali di svolta, la Repubblica, 8 agosto 2017

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IL RISCHIO DI CHI ABBAIA

Una delle caratteristiche delle autocrazie moderne è che, disponendo del controllo totale dei giornali, non hanno limiti nelle vanterie, nelle minacce e nelle bugie. Invece, in democrazia, la pluralità delle voci è una garanzia di libertà e di controllo della verità. Se il governo dice qualcosa di falso, i giornali d’opposizione si fanno un piacere di gridare che sta mentendo. E all’occasione non si privano neppure di ricordare le promesse non mantenute, i programmi non realizzati, e tutti i fallimenti di chi è al potere.
Un esempio indimenticabile di “verità di regime” risale a circa tre lustri fa. Gli Stati Uniti – a torto o a ragione – parlavano di dare una lezione esemplare a Saddam Hussein, e questi, invece di cercare di dimostrare che sarebbe stato un errore, ha cominciato a sparare minacce apocalittiche. Gli americani, proclamava, non sapevano in che guaio si stavano mettendo, quale prezzo avrebbero pagato in termini di sangue e quanto si sarebbero pentiti di avere attaccato l’esercito irakeno. Sappiamo come andò a finire: gli Stati Uniti vinsero sul campo in poco più di cento ore. Ma questa fu soltanto l’umile realtà. Fino al giorno prima, nel sogno, Saddam Hussein era stato temibile e molti commentatori occidentali si erano compiaciuti di prenderlo sul serio, soltanto in odio agli americani.
E tuttavia c’è un dubbio più difficile da chiarire. Il popolo irakeno poteva non sapere come stavano le cose, perché non aveva una stampa libera. I giornali occidentali potevano dar retta a Hussein perché gli antiamericani non mancano mai, perché gli imbecilli non mancano mai, e perché gli imbecilli antiamericani sono imbecilli due volte. Ma lo stesso Saddam Hussein? Lui era ovviamente informato. Basterà un solo particolare tecnico: i carri armati americani, fra le altre caratteristiche, avevano una gittata talmente superiore a quella dei carri irakeni, che erano in grado di distruggerli prima che questi potessero rispondere al fuoco. Dunque Hussein sapeva di mandarli al macello Per non parlare del dominio americano del cielo. E allora, a che scopo Hussein formulava quelle tremende minacce, se poteva far paura a molti, ma non agli unici che contavano, cioè ai militari americani?
Lo stesso problema è oggi sul tappeto a proposito della Corea del Nord. Questo poverissimo Paese è sul punto di essere attaccato dagli Stati Uniti, e il suo dittatore, mentre apprende che le nazioni più importanti, praticamente all’unanimità, stanno decidendo ulteriori e pesanti sanzioni economiche contro di esso, tuona che: “La vendetta sarà mille volte più grande”, e nessuno costringerà Pyongyang a rinunciare al suo programma nucleare. La Corea “è pronta a dare agli Stati Uniti una severa lezione con la sua forza nucleare strategica”. La quale “forza” non minaccia nessuno, “eccetto gli Usa” e chi desse loro manforte. Inoltre, avverte Kim Jong-un, gli Stati Uniti non devono contare sul fatto che sono difesi da un Oceano. Dimenticando che quello stesso Oceano è ciò che dà tempo anche ai tirasassi di colpire un missile balistico. C’è da sgranare gli occhi. Quasi si vorrebbe chiedere. “Ma scherzate o dite sul serio?”
I molti che hanno la vocazione di sostenere sempre e comunque chi ha torto (una legione, anzi, un esercito, quando si tratta dei palestinesi) difendono Kim Jong-un con un argomento vecchio ma sempre efficace: “Non parla sul serio”. “È propaganda di regime”.“Coltiva l’orgoglio nazionale”. Insomma, è un cane che abbaia ma non morde, anche se oggi ha denti nucleari.
Queste giustificazioni non valgono nulla. È vero, ci sono cani che abbaiano ma non mordono ma, vedendo un cane minaccioso, chi saprebbe dire se morde o abbaia soltanto? A Monaco, nel 1938, ci si convinse che Hitler non era pericoloso, era soltanto un po’ smargiasso. E quell’errore non è stato certo l’unico, nella storia. Sicché la giusta regola è sparare a qualunque cane che si mostri aggressivo, senza chiedergli la sua opinione sui rapporti con gli umani. Nel caso risultasse poi una brava bestia che non farebbe male a nessuno, chiederemo scusa ai suoi padroni per averlo soppresso, ma loro avrebbero dovuto tenerlo al guinzaglio.
Rispetto ai cani, nel caso della Corea del Nord, c’è una differenza. Quelle care bestie seguono il loro istinto e non sono colpevoli di niente, tanto che se avessimo ammazzato un cane che non ci avrebbe mai morsi ne saremmo molto dispiaciuti. Viceversa – in campo internazionale – chi minaccia il peggio al prossimo non dovrebbe lamentarsi, se riceve una schioppettata in mezzo agli occhi. Perché se la sarebbe cercata.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
8 agosto 20170

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LITTLE MONSTERS

Un agriturismo vicino Bologna fa affari perché non accetta minori inferiori dei quattordici anni e assicura un ambiente riposante, silenzioso e civile. Naturalmente il proprietario è stato bollato con giudizi di fuoco su molti social, e qualcuno si è chiesto se quel divieto sia legale.
Secondo il Testo Unico della legge di pubblica sicurezza (art.187), gli operatori “non possono, senza un legittimo motivo, rifiutare le prestazioni del proprio esercizio a chiunque le domandi e ne corrisponda il prezzo”. Ma nessuno può vietare a un club, a un bar, a un albergo di avere delle regole. In un club di nudisti non si può circolare vestiti. Il divieto di fumare ormai è pressoché generalizzato. Sembra strano doverlo ricordare, ma durante un concerto di musica classica non è permesso nemmeno bisbigliare. Negli aeroplani non è permesso stare in piedi durante il decollo o l’atterraggio. Ognuna di queste regole corrisponde ad un “legittimo motivo”, e nessuno può lamentarsene. Dunque rimane da vedere se sia giuridicamente plausibile il divieto riguardante i minori. Fra l’altro, anche se sono molto rari, soprattutto in Italia, esistono bambini beneducati. Possibile che, soltanto per la loro età, siano esclusi loro e la loro famiglia?
Il divieto, diranno molti, sarebbe comprensibile non per tutti i bambini, ma per quelli che gridano, giocano a palla, corrono incontrollati, a volte perfino fra i tavoli, cantano, si azzuffano e dànno fastidio. Il fatto è che non c’è modo di distinguerli. Se i little monsters fossero di colore verde, basterebbe scrivere un cartello: “Non sono ammessi i bambini verdi”. Ma il guaio è che da prima sembrano uguali agli altri. E allora, quid iuris?
Immaginiamo che una famiglia con bambini si presenti in un albergo, in un ristorante, in un agriturismo, e si appresti a fruire dei servizi dell’impresa. Naturalmente accettandone le condizioni. Poi però i bambini si comportano come dei selvaggi e l’esercente (ancora una volta a rigor di legge), ingiunge alla famiglia di andar via, anche se ha pagato la stanza, il pranzo o quello che sia. Perché questo impone il diritto. “Secondo la legge, io non ti posso vietare l’ingresso, secondo la legge tu non puoi dare fastidio agli altri clienti”. È verosimile che la famiglia obbedisca, senza sollevare obiezioni? Ed è verosimile che i carabinieri, se richiesti, intervengano per far rispettare quel contratto? In Italia, dove il bambino è re?
E allora il dilemma è chiaro. Lo Stato deve assicurare la quiete pubblica, e dunque i carabinieri dovrebbero intervenire. Se lo Stato non è in grado di farlo o non vuole farlo, il cittadino – come avviene nel caso della legittima difesa – ricupera il diritto di tutelare da sé i propri interessi. Che poi sono anche gli interessi degli altri clienti, come si deduce dal successo dell’agriturismo di Bologna. E questa tutela si può ottenere soltanto preventivamente, eliminando la possibilità che la situazione conflittuale si verifichi. Esattamente rifiutando l’ingresso anche ai minori (forse) bene educati.
Perfino chi adora i bambini dovrebbe riconoscere che la legge non può essere strabica. Se impone ai terzi i bambini, deve imporre ai bambini di essere bene educati; e se non lo sono, non può imporli.
Il problema non è né nuovo né esclusivamente italiano. In altri Paesi sono nati (con sovrapprezzo) i voli “childrenfree”, dove quel free suona come il “senza” in senza conservanti e senza coloranti. Insomma comincia ad essere lecito essere stanchi delle “piccole pesti”.
Sotto traccia, il problema ci riporta ad un fondamentale istinto della specie. Poiché i bambini rappresentano la sopravvivenza dell’umanità, molta gente per istinto considera empio e inammissibile che qualcuno non li adori, sempre e comunque. Al ristorante non sopporterebbe mai cani, barboni, ubriachi molesti e pitoni inoffensivi, ma chi glielo facesse notare otterrebbe uno scandalizzato: “Ma mi vuoi dire che sono la stessa cosa?” E purtroppo la risposta, per chi non adora i bambini, è sì: “Io non ce l’ho con i bambini, io ce l’ho col rumore”.
Ma è un discorso in salita. Perché chi dovrebbe applicare la legge ha gli stessi istinti della maggioranza delle persone. La giurisprudenza italiana ha infatti imposto ai condomini di tollerare l’abbaiare dei cani (e Dio solo sa quale livello sonoro hanno queste bestie) con la motivazione che quel rumore “è normale nella vita associata”. Cioè devo sopportare un enorme fastidio soltanto perché è frequente. Ma forse molti giudici di cassazione abitano in villa ed hanno dei cani.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
7 agosto 2017

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RIFORMATORI IMMAGINARI

Chiunque abbia l’abitudine di leggere i giornali ha una sorta di setaccio mentale. Se, per esempio, si disinteressa di sport, salta le pagine che ne parlano senza degnarle di un’occhiata. E tutto ciò tanto abitualmente che, se qualcuno glielo facesse notare, magari otterrebbe un effetto sorpresa. Quasi che fosse naturale che il giornale stampi paginate intere che nessuno legge mai.
C’è chi reputa insignificanti tutti i fatti di non grande importanza nazionale ed internazionale, e salta abitualmente le prime pagine per andare alla cronaca cittadina. Certi vecchi, poi, cominciano addirittura dagli annunci mortuari, per sapere se è schiattato qualche loro conoscente. Sono sempre piccole soddisfazioni.
Io ho un setaccio che esclude le notizie di sport, di gossip, di cronaca nera, e soltanto oggi mi sono accorto che ho un setaccio aggiuntivo. Riguarda alcuni editorialisti, e non dei peggiori, la cui firma equivale per me ad un divieto d’accesso. A meno che non legga i loro articoli, per esempio quelli di Eugenio Scalfari, con l’intento di divertirmi e fare poi del sarcasmo. Si tratta di editorialisti che, dimenticando il loro peso specifico, assumono l’atteggiamento di chi finalmente dispensa il richiesto oracolo: “Ecco che cosa dovete fare per salvare il mondo o almeno l’Italia. E se non lo farete, nel momento del disastro ricordatevi che vi avevo avvertiti”.
Intendiamoci: non si può interamente distinguere tra storia, analisi del presente e possibili terapie dei mali di cui si soffre. Se si scrive che fra le principali cause della caduta dell’Impero Romano d’Occidente c’è stata la sua corruzione e la sua oppressione fiscale, si dice implicitamente che un eccesso di corruzione e di pressione fiscale possono condurre al collasso. Nello studio dei problemi del passato e del presente è implicito il progetto per il futuro. Se si studia l’economia di una data regione, si enumerano i fattori produttivi e si dimostra che il massimo freno è la difficoltà di comunicazioni con una regione confinante è come se si dicesse che bisognerebbe costruire un’autostrada o una linea ferrata. Spesso la diagnosi dei mali è essa stessa un’indicazione terapeutica.
E tuttavia, pur se è inevitabile che l’esame della realtà conduca fatalmente a fornire indicazioni su ciò che bisognerebbe fare per migliorarla, l’editorialista deve guardarsi dall’errore imperdonabile di scrivere esplicitamente, per filo e per segno, tutto ciò che gli organi dello Stato dovrebbero fare. Quasi che egli avesse il potere assoluto e si trattasse soltanto di assegnare i compiti. Ciò rende ridicoli e rischia di rendere indigeribile la firma. La critica è molto più facile dell’azione e l’atteggiamento altezzoso è del tutto fuor di luogo. La mosca cocchiera, almeno, sta appollaiata su un veicolo in movimento, mentre l’editorialista presuntuoso è la mosca cocchiera di un carro senza buoi.
Un secondo errore da non commettere mai è l’indicazione di rimedi demagogici e mitologici. È inutile invitare gli uomini ad essere moralmente migliori, affinché lo Stato funzioni: perché gli uomini sono come sono. È inutile dire che se tutti pagassero coscienziosamente le tasse, lo Stato sarebbe meno in crisi. O si è tanto competenti e addirittura geniali, da avere una miracolosa ricetta per aumentare il gettito senza paralizzare l’economia, oppure è meglio non ripetere la giaculatoria ammuffita dell’onestà fiscale. È inutile dire che l’Onu dovrebbe fare questo e quello, perché nel corso dei decenni quell’organizzazione ha dimostrato ampiamente di essere incapace di fare la cosa giusta. E a volte persino di fare quella sbagliata, come quando ha cercato di eliminare Israele dalla faccia della terra a forza di “risoluzioni” assurde. Non bisogna mai scrivere cose che possano indurre a pensare: “Eh già. Se mia nonna avesse le ruote, sarebbe una locomotiva”.
Questo filtro mentale mi permette di saltare senza scrupoli gli articoli dei moralisti superficiali, dei demagoghi e dei sognatori. Di quei professionisti del pensiero alto che sono capaci di dare alla nostra società, o peggio ancora alla maggioranza di governo, la colpa di certe caratteristiche che sono semplicemente umane. L’egoismo, per esempio. L’interesse al denaro. E persino un certo grado d’imbecillità. Per non parlare di quegli ignoranti sostanziali che si aspettano dagli Stati reciproci atteggiamenti di moralità, onestà, disinteresse. Passi che non abbiano studiato storia, non saranno certo gli unici: ma perché parlare di cose che non hanno capito?
Mondata tanta parte della produzione giornalistica, alla fine anche un lettore pigro e dal fiato corto, può informarsi sufficientemente sul mondo.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
6 agosto 2017

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L’UOMO ETERNO E L’UOMO MORTALE

C’è qualcosa di curioso, nel comportamento dell’uomo. Forse perché non ricordiamo di essere nati, non immaginiamo neppure di morire. E comunque, per così dire, la nostra coscienza si allarga fino a divenire la coscienza del mondo. Soffriamo per la strage di Teutoburgo; ci scusiamo mentalmente per le nefandezze di Pizarro; siamo contenti del successo della Rivoluzione Americana; ammiriamo i progressi della medicina, ed estendiamo questa coscienza del pianeta Terra anche al futuro: preoccupandoci all’idea che l’umanità potrebbe raggiungere i venti miliardi, paventando guerre per le risorse alimentari, e temendo giustamente la fine del petrolio. Infine, se abbiamo abbastanza fantasia, prospettando anche l’invasione degli alieni, i quali chissà che cosa verrebbero a cercare su un pianeta che potrebbe fornire in abbondanza soltanto acqua salata e guai.
Quanto a me, per una sorta di giuramento fatto a me stesso durante l’adolescenza, professo la religione del realismo. Dunque non mi sento la coscienza del mondo. Mi importa soltanto il mio lifespan: l’arco della mia vita. E poiché di questo tempo mi rimane poco, non riesco assolutamente a preoccuparmi del futuro. Il petrolio, come ogni risorsa non rinnovabile è destinato a finire, come il denaro dei figli dei ricchi, quando sono improduttivi. Ma prima del petrolio finirò io. Dunque se mi andrà di fare una gita in automobile mi preoccuperò del prezzo della benzina, non dello spreco di una risorsa limitata. Sono gli altri che dovrebbero riflettere. E invece sembra che l’umanità divenga ogni giorno più ignorante e più sciocca. Per fortuna non sono affari miei.
Di questo sorriso divertito mi dovrei vergognare, ma non ci riesco. L’unica cosa che mi frena è il dubbio che stia cedendo all’istinto dei vecchi, quello di lodare “i bei tempi andati”. Vizio che avevano già i latini, quelli che hanno coniato l’espressione: “laudatores temporis acti”, apologeti del passato. Purtroppo, è probabile che stavolta i vecchi abbiano ragione. Non perché il passato fosse costituito da “golden days”, ché anzi il Ventesimo Secolo è stato prodigo di tragedie e brutture di ogni tipo, ma perché le premesse per il futuro sono pessime.
Fino alla Seconda Guerra Mondiale, vista con gli occhi di oggi, la vita di tutti è stata caratterizzato dalla miseria. La gente certo non se ne rendeva conto, perché non immaginava neppure di quali agi avrebbe goduto, un giorno. L’aria condizionata non esisteva e nessuno dunque la rimpiangeva, ma non per questo si sudava di meno. Si andava a piedi, perché l’uomo aveva le gambe come i cani e i cavalli. Né ci poteva essere una ferrovia per andare venti chilometri fuori città, a trovare i cugini. Per dieci si poteva ancora andare a piedi, ma venti! Di avere un’automobile a famiglia, non si sognava neppure. Quella novità del resto aveva appena mezzo secolo ed era privilegio dei ricchi. Questi godevano di strade deserte ma dovevano stare attenti ai vecchi che traversavano senza nemmeno guardare. Guardare cosa, poi? Io vado lì di fronte.
I più abbienti avevano la ghiacciaia, ma i frigoriferi non c’erano ancora. Del resto, nemmeno la luce elettrica c’era dappertutto. Quanto alla lavabiancheria, fu un lusso che cominciò a divenire corrente almeno dieci anni dopo la fine della guerra. Come si vede, per vivere si faticava in tutte le direzioni. Addirittura – crudeltà inaudita – i ragazzini andavano a scuola a piedi e da soli. Anche se pioveva.
La conseguenza di un mondo più rude era che tutti erano meglio orientati nella realtà e per sopravvivere ognuno faceva la sua parte. I nostri doveri verso gli altri erano molto limitati dalla nostra stessa povertà, e quanto ai doveri degli altri verso di noi, erano quasi inesistenti. Tutti guardavamo dove mettevamo i piedi e, se avessimo sbattuto il naso, avremmo saputo che era colpa nostra. Mentre oggi, appena qualcuno si fa male, ci si chiede di chi sia la colpa. E ad ogni buon conto “la magistratura apre un fascicolo”.
Vista dai vecchi, l’umanità attuale è una massa di bambini viziati e deresponsabilizzati. Oltre che ignoranti. Già, perché bocciare è divenuta una crudeltà simile a quella di impartire un’educazione ai bambini. In queste condizioni, è strano che si profetizzino guai, per il futuro? I giovani sono afflitti da un insufficiente senso del reale. Danno per scontati la sicurezza e i vantaggi di cui godono, mentre in realtà sono cose precarie, e rischiano di perderle. E loro non sono affatto pronti a difenderle. Il futuro gli procurerà qualche brutta sorpresa. Mieteranno i frutti avvelenati dell’ottimismo e del buonismo dei loro genitori e dovranno imparare the hard way ciò che tante generazioni del passato sapevano per normale, e spesso penosa, esperienza.
Morire è una brutta faccenda (beati voi, che non morirete mai!) ma i vecchi attuali dovrebbero vederla come un vantaggio. Hanno avuto la fortuna di vivere i tempi difficili, imparando così a conoscere la realtà, e di vivere i tempi facili, di cui hanno apprezzato adeguatamente i vantaggi. Mentre i giovani d’oggi non apprezzano i vantaggi – per loro ovvi e naturali – e non sono preparati ai tempi grami che li aspettano.
Fate pure gli scongiuri, se volete.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
3 agosto 2017

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