THE RED LINE

Se è quotidianamente ripetuta, qualunque notizia, per quanto drammatica, lascia la prima pagina dei giornali e diviene routine. È come quando una persona cara è ammalata di cancro. Nessuna notizia potrebbe essere più tremenda, eppure nei mesi che precedono il fatale epilogo non si può certo piangere tutti i giorni. Perfino il condannato a morte si rassegna.
Qualcosa del genere avviene nella politica internazionale. La Corea del Nord è un problema da decenni, ma l’aumento della sua gravità è stato estremamente graduale. Chissà, se nel 2007 Pyongyang avesse improvvisamente fatto esplodere delle bombe atomiche e lanciato missili intercontinentali, ci saremmo aspettati un’immediata risposta dei vicini, ed anche degli Stati Uniti. Invece a questo punto ci siamo arrivati piano piano, tanto che a momenti non ci rendiamo conto di essere sull’orlo dell’abisso. E tuttavia il percorso non può essere infinito. Ché anzi, maggiore è la quantità del gas accumulato, più violenta può essere l’esplosione.
Sin dal primo giorno Donald Trump si è mostrato aggressivo e risoluto e nondimeno fino ad ora, cosciente dei rischi, non ha fatto nulla di determinante. Si è fidato dell’azione della Cina e purtroppo la Cina non ha fatto niente di serio. Il Presidente si è pubblicamente dichiarato deluso e, per essere chiaro, ha fatto sorvolare a bassa quota la Corea del Nord da due bombardieri strategici, di quelli che da soli possono provocare immensi danni; e per giunta ha permesso che fossero fiancheggiati da caccia sudcoreani e giapponesi, quasi firmando nel cielo un’alleanza militare. Il messaggio è chiaro. L’America ha una tale superiorità aerea che i suoi più letali aeroplani possono ostentatamente sorvolare a bassa quota il territorio del Paese che fa il bullo, senza che esso possa od osi reagire. “Attualmente passeggio sul bersaglio. Domani lo distruggerò”.
Trump non adotterà questa soluzione alla leggera, ma una cosa è certa: ha sicuramente tutti i piani necessari ed ha stabilito una red line, una linea rossa varcata la quale scatenerà l’inferno. Venuto il momento, l’apocalisse da lungo tempo meditata e organizzata sarà attuata secondo i piani. Probabilmente anche Seul sarà chiamata a pagare un prezzo salato, ma sarà nulla rispetto a quello che pagherà la Corea del Nord. Non si tratterà di un semplice avvertimento, come il colpo di cannone che le navi sparano a prua delle navi avversarie, per avvertire che fanno sul serio. Si tratterà di mettere Kim Jong-un in condizioni di non nuocere per decenni, con una violenza distruttiva che troppa gente ha dimenticato. Come ha dimenticato le fotografie delle grandi città tedesche dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Il casus belli non dovrebbe essere lontano. Il piccolo dittatore ha fatto cadere l’ultimo Icbm a poca distanza dal Giappone, con una parabola troppo alta, volutamente sbagliata, in modo da dimostrare che, con quella giusta, quel missile sarebbe potuto andare molto più lontano. Fino in America. E gli americani tollereranno tutto questo? E i giapponesi non ricorderanno all’America che, se non hanno la bomba atomica, è perché Washington si è impegnata a difenderli? Se non questa, quale sarà una sufficiente minaccia per indurre gli Stati Uniti a bombardare a tappeto la Corea del Nord?
Noi ci lambicchiamo il cervello per capire che cosa costituirà il superamento della linea rossa e Kim Jong-un non sembra porsi la stessa domanda. Perché i dittatori, soprattutto quelli squilibrati, disprezzano il popolo che dominano e sono disposti a sacrificarlo alle loro ambizioni. In questo Hitler si è dimostrato degno erede di quel Caligola che rimpiangeva che il popolo romano non avesse una sola testa, per poterla tagliare d’un sol colpo. I coreani del Nord potrebbero pagare il prezzo di centinaia di migliaia di morti, forse milioni, soltanto per le fantasie di un “Dittatore” alla Chaplin.
Se dovessi ipotizzare in che consista l’attraversamento della linea rossa, direi che sarà il momento in cui Kim Jong-un starà per disporre di una bomba atomica recapitabile con un Icbm che parta da un silo sotterraneo o da un sottomarino. Il perché è presto detto. Finché la Corea del nord non disporrà di questa triade, qualunque intervento degli Stati Uniti non potrà comportare una risposta nucleare. Se invece Pyonyang riuscisse a dotarsi di quell’armamento, anche se la Corea fosse interamente rasa al suolo, potrebbe ancora partire un Icbm verso Los Angeles, col suo carico di morte atomica. L’unica assicurazione contro questo evento è renderlo impossibile.
So benissimo che di sili atomici indistruttibili e di armi nucleari a bordo di sottomarini dispongono molti Paesi, fra cui Israele. Motivo per il quale l’Iran non attaccherà mai Gerusalemme. Ma, appunto, i Paesi pesantemente armati conoscono i rischi che corrono, oltre quelli che fanno correre, e per questo l’umanità dorme tranquilla. Kim Jong-un è preoccupante per la sua follia e per la sua noncuranza rispetto ai rischi che fa correre al suo Paese. Forse, contro ogni buon senso, e contro il suo stesso interesse, egli costringerà il mondo all’azione di polizia più sanguinosa di tutti i tempi.
Mai sottovalutare l’istinto di sopravvivenza. Perfino il topo, all’angolo, prova a minacciare il gatto. E figurarsi se è invece un topo che prova a mettere all’angolo un leone.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
31 luglio 2017

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AVVISO AGLI AMICI RIGUARDO AI COMMENTI

Poiché è a volte estremamente difficile, per non dire impossibile, inserire dei commenti, chi ci ha provato ripetutamente (io, ieri, ci ho provato fino a quindici volte), invii il commento a me, giannipardo@libero.it, che da gestore riesco a farlo, e il commento lo pubblicherò io per lui. Quanto meno finché durano queste seccature.
G.P.

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C’È POSTO PER ATATURK IN ITALIA?

C’è ancora posto per il personaggio di vertice, carismatico e provvidenziale? Il grande uomo che fa la storia – direbbe uno studioso disincantato – nasce da una combinazione di fattori personali e obiettivi. E questa combinazione è così eccezionale, che gli intervalli di tempo fra personaggi come Alessandro Magno e il “Petit Caporal” possono toccare i due millenni. E nessuno può dire quando la realtà sarà propizia a farcene rivedere un altro. Il fatto che senza la Rivoluzione Francese non avrebbe potuto esserci Napoleone, ci impone di spazzar via l’ingenua certezza che un uomo come lui avrebbe comunque fatto una straordinaria carriera. Perché ciò semplicemente non è vero.
Parlando di personaggi meno straordinari: Lutero, per esempio; Cromwell; Pietro il Grande; – geni che hanno cambiato il corso della storia del loro Paese – ci si può chiedere se noi potremmo avere qualcuno capace di far uscire l’Italia dalle secche economiche, di riportarla alla prosperità e allo slancio vitale che dimostrò dopo la Seconda Guerra Mondiale. In particolare, ci manca l’uomo giusto, ci mancano le condizioni giuste, o ci mancano ambedue le cose?
La storia, al riguardo, può fornire qualche indicazione. I grandissimi personaggi sono stati tali soprattutto in due campi, quello militare – e qui i nomi non mancano, da Temistocle a Cesare, da Gengis Khan a Maometto II – e quello sociale: dai fondatori di religioni a coloro che hanno realizzato enormi cambiamenti come Pietro il Grande o Atatürk. Viceversa, non abbiamo esempi di grandissimi riformatori economici. I due massimi esperimenti di rivoluzione economica sono il comunismo sovietico e quello maoista, ambedue caratterizzati dal segno negativo. Il massimo che il grande riformatore riesce a fare, in questo campo, è provocare disastri. Il caso della Cina è particolarmente interessante. Quando un dittatore ha cercato di rendere tutti prosperi e felici nella giustizia, si è avuta la morte per fame. Quando invece si è lasciato che la gente agisse liberamente, si è avuta la prosperità, e non nel quadro della giustizia sociale, ma dell’avidità individuale.
In campo economico non si sono mai visti “uomini della Provvidenza”. Una sorta di maledizione vuole che chiunque provi a dirigere dall’alto l’economia fallisca miseramente. Le stesse grandi correzioni di rotta, piuttosto che essere l’opera di qualche genio, sono il risultato della stanchezza della gente per la formula precedente. E della voglia di riavere la libertà.
L’Occidente è stato a lungo prospero perché è sfuggito alla dittatura economica sovietica. Ma non è sfuggito al fascino delle idee socialiste. E a poco a poco lo statalismo è divenuto pervasivo. Il collettivismo dirigista è stato addirittura capillare, programmaticamente affettuoso ma di fatto occhiuto e invadente. Il Welfare è stato sempre più generoso e sempre più esteso, “dalla culla alla tomba”, con la conseguenza di costi esorbitanti, e ciò ha obbligato lo Stato a divenire inverosimilmente avido. Alla fine l’oppressione fiscale ha condotto ad una sorta di paralisi produttiva. Tutto ciò, naturalmente, non è stato fatto “contro” il popolo, ma proprio “per” il popolo, col suo consenso e col suo applauso. E così, quando si è arrivati all’“hyperthélie” non si è più saputo come reagire.
L’hyperthélie, secondo Wikipédia francese, è costituita da quei caratteri fisici, come la coda del pavone o le corna dei cervidi che, pur assicurando un vantaggio nella riproduzione, sono divenuti talmente eccessivi, da costituire un pericolo per i loro portatori. Non soltanto i cervi si possono ferire, negli scontri tra maschi, ma può anche avvenire che muoiano perché rimangono impigliati negli alberi. Ipertelia viene dal greco “andare oltre lo scopo”, “telos” (non thelos, e infatti non si capisce l’hyperthélie). Nello stesso modo, le società occidentali hanno creduto talmente nella bontà dei principi socialisti da averli adottati fino all’eccesso. Fino ad arenarsi in una irreparabile crisi del modello economico-sociale.
Il popolo è quello che soffre di più di questa crisi e tuttavia non comprende l’errore che la provoca. Così non ha alcuna possibilità di uscirne. Un giorno parlavo della perdita di competitività dell’Occidente e feci notare che l’operaio cinese, dal momento che lavorava di più e guadagnava di meno, era imbattibile. La reazione fu immediata ed indignata: “Ma tu vorresti ridurci alla condizione di operai cinesi?” E questa risposta mi atterrò, quasi fosse una sentenza di morte per l’Occidente.
Essa esprimeva in primo luogo un orrendo razzismo. Quasi che Dio avesse stabilito una volta per tutte che l’uomo bianco, superiore, dovesse vivere negli agi faticando poco, mentre gli asiatici, inferiori, potevano pure sgobbare per una ciotola di riso. In secondo luogo, era una forma di stupidità: se una nazione produce molto e si contenta di poco, immancabilmente si arricchirà, e fatalmente questa ricchezza ricadrà sullo stesso popolo. Infatti, la leggenda della ciotola di riso fu a lungo usata per i Giappone, che oggi è uno dei Paesi più ricchi del mondo. Quanto alla Cina, prima i cinesi avevano tutti fame e andavano in bicicletta, oggi la fame non sanno che cosa sia e le strade sono intasate di automobili. Se il modello vincente era l’operaio cinese, e il modello perdente era l’operaio italiano, non c’era che da rinunciare al modello perdente e adottare quello vincente. È la selezione naturale in economia.
Naturalmente non si dice che bisognerebbe ritornare, socialmente, agli albori della Rivoluzione industriale, ma certamente bisognerebbe ridurre drasticamente l’intervento dello Stato e il peso del suo fisco. Anche rinunciando a molti falsi e costosissimi vantaggi. Ma il popolo non è disposto a questo cambiamento, e dunque non c’è soluzione. Non c’è uomo eccezionale che basti. Atatürk trasformò il suo Paese, ma non si occupò di economia e divenne il Padre dei Turchi. In Italia nessuno riuscirebbe a divenire il Padre degli Italiani.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
30 luglio 2017

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LA REALTA’ RAZIONALE

La stella di Matteo Renzi si è talmente appannata che attaccarlo, se pure da questo umile pulpito, sembrerebbe ingeneroso. E tuttavia l’argomento può essere ripreso non per parlare di lui, ma della razionalità della vita.
Concetto discutibile, naturalmente. Sono troppe le cose che non vanno secondo le previsioni. La frequente irrazionalità del reale smentisce le previsioni meglio argomentate. E tuttavia a volte lo svolgimento della storia segue binari obbligati.
Per mesi mi sono stupito del fatto che gli italiani non avessero una crisi di rigetto nei confronti delle bugie e dei modi insopportabili di Renzi e infatti, pressoché “in solitario”, ne ho detto tutto il male che a mio parere meritava. Sul momento il clima nazionale è sembrato darmi torto, poi invece il tempo ha dimostrato che annunciavo in anticipo una piena che ora è diventata alluvionale. E ciò dimostra che, almeno qualche volta, quando esistono le cause di un fenomeno, poi se ne verificano gli effetti.
Oggi siamo al punto che il Pd si è scisso e per un’eventuale collaborazione con esso i fuorusciti pongono come condizione che Renzi sia messo fuori gioco. Atteggiamento eccessivo, impolitico e quasi stupido. Non bisognerebbe dimenticare che le due cose più importanti sono, nell’ordine, la nazione e poi il Pd. Renzi non piace? Basterebbe non conferirgli il bastone del comando, senza per questo danneggiare il partito, e lasciare orfani milioni di elettori, pur di fare dispetto ad un singolo personaggio.
Purtroppo, all’irragionevolezza della sinistra estrema corrisponde l’irragionevolezza dello stesso Renzi. Questi non ha capito la sconfitta del referendum e non ne ha tratto le conseguenze, tanto che continua ad avvitarsi nei suoi errori e ci fa paventare non soltanto la sua fine politica, ma anche un colpo mortale al Pd. La realtà spietata continua a presentare il conto per i suoi eccessi, ma i suoi oppositori non dovrebbero lasciarsi ad andare ad eccessi speculari. Troppi credono che, per eliminare le proprie colpe, basti chiudere gli occhi, mentre lo spappolamento della politica italiana richiederebbe che tutti si rendano conto che il primo imperativo è quello di governare il Paese e se possibile di arrestare la sua marcia verso il disastro.
In materia di governabilità, l’Italicum andava nella direzione giusta, anche se era eccessivo ed effettivamente pericoloso. Come dice un proverbio della mia terra, il troppo è come il poco. Quella legge prevedeva un’unica Camera in cui avrebbe avuto un’enorme maggioranza non una coalizione, ma un unico partito. E dal momento che i partiti, quando hanno un capo carismatico, di fatto gli obbediscono, tutto ciò corrisponde a dire che si ipotizzava la dittatura di un uomo per cinque anni. Coloro che erano contenti che quest’uomo potesse essere Matteo Renzi dovrebbero chiedersi se sarebbero stati altrettanto contenti che quest’uomo fosse Berlusconi o Di Maio. Le leggi non vanno ritagliate su qualcuno. Gli uomini cambiano, le istituzioni restano, e a volte fanno danni immensi. Non è che, per rimediare ai difetti della democrazia, si debba ricorrere alla dittatura.
Probabilmente gli italiani, per il motivo sbagliato, e cioè l’ostilità a Renzi, hanno fatto la cosa giusta, rigettando una riforma pericolosa. Ma oggi siamo alla paralisi politica. Il Paese non riesce a darsi una nuova legge elettorale ( non foss’altro – come vorrebbe giustamente il Presidente della Repubblica – per armonizzare le norme fra Camera e Senato) e la situazione è peggiore di quelle che abbiamo vissute col vituperato Mattarellum e col vituperatissimo Porcellum. Attualmente non si riesce ad immaginare chi, e con quale maggioranza, proverà a costituire un governo, dopo le elezioni. Ci siamo infilati in un vicolo cieco e non sappiamo andare né avanti né indietro.
Non c’è un premio di maggioranza abbordabile. Non c’è un partito abbastanza forte per governare da solo. Non ci sono coalizioni disposte a governare insieme. Non c’è neppure una ragionevole previsione di quali saranno i risultati delle elezioni. Il singolo partito con le massime intenzioni di voto, lo sciagurato M5s, ha come programma soltanto quello di impallinare chiunque provi a governare il Paese. O perfino ad impedire che i nostri figli muoiano di morbillo perché contagiati dai figli di genitori incoscienti.
Con le migliori intenzioni, Renzi ha fatto all’Italia più male di quanto potesse immaginare. Soprattutto, le ha proposto la dittatura ed ha ottenuto l’anarchia. Cosa dopo tutto non stupefacente se, tanto per Aristotele quanto per Montesquieu, questi due tipi di regime sono collegati e l’uno è spesso il presupposto dell’altro. Pessimo presagio.
Se per giunta aggiungiamo al quadro il rischio che le acque, oggi stagnanti, potrebbero sollevarsi in onde finanziarie e borsistiche gigantesche, c’è veramente da avere paura. Speriamo che stavolta la realtà, invece d’essere razionale, sia imprevedibile e ci perdoni.
Gianni Pardo
, pardonuovo.myblog.it
25 luglio 2017

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I VIZI DELLA VIRTU’

La prudenza è una virtù. La Chiesa l’ha addirittura accoppiata con la giustizia, la fortezza e la temperanza, per formare il quadrilatero delle virtù “temporali”, cioè della vita quotidiana. Purtroppo, il Diavolo si nasconde nei particolari e Belzebù è così abile che questa impresa riesce a realizzarla anche quando si tratta di virtù: quand’è che la prudenza è eccessiva, e quand’è che si trasforma in viltà o, peggio, in ignavia?
Si potrebbe pensare che il miscredente, non avendo il problema della virtù e del vizio, non abbia questi problemi. Che a lui basti chiedersi fino a che punto la prudenza possa essergli utile. E tuttavia il Diavolo, anche se non esiste, riesce lo stesso a nascondersi nei particolari, così che una visione del tutto immanente della prudenza non rende poi molto più facile il suo maneggio.
Gli esempi sono moltissimi. Abitando in una via poco frequentata, poco illuminata, e tornando a casa tardi, si rischia sempre una rapina senza testimoni e senza possibilità d’aiuto. È una buona ragione per tornare sempre a casa prima del tramonto? Bisognerebbe rinunciare a vivere una vita normale. Abitare in una zona di periferia e tornare a casa tardi è un rischio, ma non si può evitarlo. Forse la prudenza consiglierebbe di tenere addosso cinquanta euro e di darli al primo che si presenta, sperando che gli bastino. Per il resto, si possono soltanto incrociare le dita.
E questo non è il peggio. Fare sesso, comporta il pericolo di avere figli indesiderati. L’unico contraccettivo veramente valido, anche il più scomodo, è la castità. Con quale coraggio sposarsi, quando le coppie che poi si separano sono almeno la metà, e il rimanente spesso rimane unito soltanto per quieto vivere? E certo è da incoscienti viaggiare in automobile, sapendo che si possono avere incidenti anche mortali a cento metri da casa. Fare beneficenza comporta il pericolo della truffa e la certezza dell’ingratitudine; ma se uno non è mai generoso, poi si sente un verme. Che cosa c’è, di più umano, del confidare un segreto a un amico? Eppure è una sciocchezza. Se l’interessato non resiste alla voglia di far sapere qualcosa, come può aspettarsi che resisterà un terzo, che non ha lo stesso interesse al segreto?
Tutta la vita è disseminata di trabocchetti. Se si vive in un condominio, poi si ha da fare con i condomini, avendo tutti i problemi di una famiglia allargata senza averne i vantaggi. Ma se si sceglie una villetta isolata, si moltiplicano i costi, i rischi e i problemi. Chi cerca di arricchirsi lavorando molto rischia di morire prima di godersi il patrimonio e chi vive spensieratamente, andando avanti con gli anni ha modo di pentirsene. Il prodigo finisce in povertà, il risparmiatore si vede rubare i soldi dall’inflazione e dallo Stato, che lo considera un egoista sfruttatore dei poveri. Il problema è generale: accettare i rischi e divertirsi, o non accettarli e rinunciare a vivere in modo piacevole?
La prudenza in conto terzi è poi lo strumento che gli spietati profeti del passato usano per spargere sale sulle ferite di chi già sta soffrendo: “Avresti dovuto essere più prudente”. “Avresti dovuto pensare questo e quello”. Quasi che loro sapessero già come sarebbe andata a finire. E quasi volessero dire: “Non soltanto devi soffrire, ma devi anche ammettere che soffri per colpa tua”. E ciò nel momento stesso in cui chi è nei guai vorrebbe almeno sentirsi dire che con un pizzico di fortuna sarebbe potuta andare bene. Anche se lui meritava che andasse male.
In questo campo torna in mente un vecchio e ironico detto: “Signore, dammi la forza di sopportare i mali contro cui non posso nulla, dammi la forza di reagire contro i mali contro i quali posso lottare, e soprattutto, Signore, dammi la saggezza di distinguere le due situazioni”.
La prudenza, come il coraggio, come la tenacia, come la generosità e tante altre belle virtù, è buona o cattiva secondo l’occasione e secondo la misura con cui viene applicata. Il principio vale perfino per i difetti: quand’è che il vigliacco diviene prudente, e l’incosciente diviene coraggioso? Per sé ognuno trova delle giustificazioni: l’avaro si considera un risparmiatore, il prodigo si definisce generoso.
Non ci si può proprio fidare del libro di lettura. Quello in cui si parla di bel tempo quando c’è il sole e di cattivo tempo quando piove, dimenticando che la regione in cui c’è sempre bel tempo si chiama Sahara.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
14 luglio 2017

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VINCERE LA GUERRA O REGOLARE I CONTI

Presto bisognerà votare, e poi un governo bisognerà pure costituirlo. Ma le prospettive non sono rosee. Il M5s, non raggiungendo ovviamente il 51%, sarà ancora una volta lo spettatore che fischia. Il centrodestra, se riuscisse a presentarsi unito, potrebbe anche vincere, ma non è detto che lo farà. Mentre il Pd, di questo passo, sembra condannato alla sconfitta. L’ovvia condizione, per scongiurare questo esito, è che si presenti unito alle elezioni. Ma questa “ovvia condizione” – per quanto ne sappiamo – sembra una “ovvia impossibilità”.
Il tentativo di Giuliano Pisapia di rabberciare un’unione è sempre più improbabile e l’orizzonte è buio. Da sola, l’estrema sinistra è condannata all’insignificanza, ma rimane irriducibile. Né è più comprensibile l’atteggiamento di Renzi, il quale non sembra rendersi conto del pericolo. È vero che il Mpd non ha nessuna possibilità di vincere, ma ha ancora la possibilità di far perdere il Pd. Sembra che tutti si sparino sui piedi.
Quando qualcuno va contro il proprio interesse, c’è qualcosa che non quadra e le ipotesi impazzano. Può darsi che, per ignoranza o per stupidità, quel tale non sappia distinguere i vantaggi dagli svantaggi, insomma che abbia perduto il contatto con la realtà. Può darsi che sia in ballo qualcosa di più forte dello stesso interesse, tanto che si è entrati nella cosiddetta “economia di guerra”, in cui si considera desiderabile un proprio danno, se si è certi di infliggere al nemico un danno ancor più grande. Infine può darsi che quell’uomo creda, sacrificando un bene proprio, di procurarne uno più grande alla collettività o alle persone cui tiene. Bruto e Cassio non progettarono di uccidere Cesare perché lo odiavano: concepirono l’agguato per salvare le libertà repubblicane. Sapevano anche perfettamente che correvano dei rischi, perché Cesare aveva amici che avrebbero potuto vendicarlo. Come di fatto poi avvenne. Ma – appunto – Bruto e Cassio non agivano nell’interesse proprio, speravano di salvare Roma dalla tirannide.
Nel caso di tutti coloro che hanno lasciato il Pd, il primo interesse non sembra essere quello di tornare a governare, quanto quello di impedire che lo faccia il Pd, se guidato da Matteo Renzi. Il possibile movente di questo atteggiamento negativo è innanzi tutto di “budella”. Squisitamente emotivo. La molla principale della scissione è dunque un odio viscerale e implacabile verso il Segretario del Partito. Infatti molti commentatori non esitano a scrivere che, per un’azione comune, la condizione sostanziale posta dall’estrema sinistra è che Renzi sia messo da parte. Ma questa motivazione vergognosa è, per così dire, inconfessabile. Maiora premunt. La grande politica e gli interessi della nazione dovrebbero contare infinitamente di più delle simpatie e delle antipatie personali. E tuttavia i sentimenti si possono soltanto nascondere, non eliminare. L’odio per Renzi è un fatto.
La decenza richiede però motivi più plausibili. Ed infatti i fuorusciti sostengono che Renzi, forse per convinzione, forse per pragmatismo, ha spostato l’asse del partito “troppo a destra” ed essi si sarebbero resi autonomi soltanto per recuperare i valori tradizionali del marxismo. Così si vantano di voler ripristinare l’art.18 dello Statuto dei Lavoratori, di fare più spazio ai sindacati, e di spingere per l’adozione di altri provvedimenti secondo le ricette del comunismo d’antan. Quanto pesi l’odio e quanto pesi l’ideologia, Dio solo lo sa. Ma questo riguarda i partiti e non è il dubbio principale.
Il dubbio principale è la misura in cui queste argomentazioni peseranno nelle cabine elettorali. La disaffezione delle “regioni rosse” nei confronti di Renzi è un campanello d’allarme, ma, dinanzi alle urne, quando si renderanno conto che, votando per un partito diverso dal Pd, condanneranno la sinistra a perdere, può darsi che le regioni rosse e molti vecchi “comunisti” siano indotti a turarsi il naso e votare per Renzi.
L’inguaribile tara genetica della sinistra è uno scissionismo che tende alla polverizzazione. Questa tendenza rischia di fare un grande danno alla politica italiana e a tutti coloro che si sentono di sinistra. Renzi sarà pure insopportabile, ma i rappresentanti dell’opposizione interna avrebbero fatto bene a non lasciare il partito. Se proprio dovevano condurre una guerra contro Renzi, avrebbero dovuto condurla dall’interno. C’è sempre modo di liberarsi di un capo scomodo, in democrazia, e in vista delle elezioni il principio giusto è: prima vincere la guerra, poi regolare i conti. Qui invece sembra che tutti – anche negli altri partiti – preferiscano regolare i conti e perdere la guerra.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
27 luglio 2017

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IL PERCHÉ DEGLI INCENDI BOSCHIVI


Dovendo risolvere un problema, l’ideale è ovviamente avere tutti i dati e giungere alla conclusione incontestabilmente esatta. Ma quando ce la si deve cavare con ciò che si ha, risulta prezioso il principio del filosofo inglese Occam, secondo il quale la soluzione più semplice è probabilmente la giusta.
Un caso di questo genere si ha con gli incendi boschivi. Chi appicca il fuoco compie un gesto incomprensibile, dannoso, a volte criminale fino all’omicidio. E per molto tempo, probabilmente proprio perché reputavano la cosa inconcepibile, le televisioni si sono ostinate a parlare di “una cicca accesa buttata distrattamente da qualche passante”, e soprattutto di “autocombustione dovuta al caldo”.
Autocombustione? Scettico, ho perfino dubitato che esistesse la parola. Poi il dizionario mi ha rassicurato. La parola c’è. È il fenomeno che probabilmente non c’è. Gli incendi della savana, a quanto ho letto, si verificano a causa di qualche fulmine. Del resto gli animali non fumano e non gettano cicche accese sulla sterpaglia. Ma già, provate a dar fuoco alla sterpaglia con una sigaretta accesa. C’è il rischio che consumiate l’intero pacchetto senza riuscirci. Una volta ho perfino letto che, gettando una cicca accesa su una pozzanghera di benzina, si spegne la cicca, invece di avere l’incendio. Insomma le cause degli incendi che ipotizzavano allora giornali e telegiornali erano talmente fantastiche, che oggi non vengono più prese in considerazione.
Oggi la moda è quella di parlare di piromani e di interessi criminali. Dei malati di mente che amano il fuoco, o dei delinquenti che appiccano un immenso incendio per modificare un territorio secondo i loro interessi. Quanto ai malati di mente, è vero che esistono, ma possibile che si manifestino soprattutto in estate e soprattutto nei giorni di grande caldo? Non c’è proprio niente da bruciare, in autunno, in primavera e nello stesso inverno? Anche qui, la sproporzione fra il numero di incendi nelle giornale calde e ventose d’estate, e il resto dell’anno, richiederebbe una spiegazione.
Quanto ai criminali, ammesso che vogliano incendiare un capannone o un’area edificabile, non avrebbe senso dar fuoco ad un bosco in un giorno di grande caldo e di grande vento. Perché, se non si immagina la sproporzione fra lo scopo perseguito e le conseguenze concrete, prima che dei criminali si è degli idioti.
Scettico come sempre, preferisco fare altre ipotesi. È evidentemente molto più facile incendiare un vasto territorio in un giorno di grande caldo, con molta sterpaglia secca, e mentre soffia un vento teso. E questo è il dato fondamentale. La cosa più semplice è dunque che l’incendio sia stato appiccato per errore. Proprio perché provocare il grande incendio in simili condizioni è facilissimo, basta che si accenda un fuocherello per qualsivoglia innocente ragione e il fuoco potrà immediatamente sfuggire al controllo. L’imbecille voleva soltanto arrostire una salsiccia, il fuoco è partito e da quel momento non c’è stato nessun modo per frenarlo. Ce lo dicono le cronache da tutto il mondo. All’imprudente non rimane che scappare via non visto, se può.
La seconda ipotesi, forse anche più probabile, è psicologica. I ragazzi, gli ignoranti, gli insicuri, e in generale i deboli di mente, sono coscienti di essere degli incapaci. Le difficoltà che gli altri superano, loro non riescono ad affrontarle. E invece, quando accendendo un fiammifero si può provocare una catastrofe, ecco risorge dal buio del tempo la figura di Erostrato. Colui che, cosciente della propria insignificanza, vuole per un momento sentirsi grande distruggendo con un gesto ciò che altri hanno costruito con il loro genio o con anni di fatica. La reazione distruttiva è la versione frustrata della creatività. È questa la ragione dei tanti attacchi che le più famose opere d’arte hanno subito nel mondo. Erostrato incendiò il famoso tempio di Artemide, una delle sette meraviglie del mondo antico, proprio perché non sarebbe mai stato capace di costruirlo.
Il fuoco appiccato al bosco esalta la volontà di potenza dell’imbecille. “Ora si dovranno mobilitare i pompieri, i carabinieri, i Canadair, e tutto questo perché l’ho voluto io, con un gesto da nulla. E domani di questo disastro parleranno i giornali e le televisioni. Che impresa, la mia! Peccato non possa vantarmene”.
Ecco perché tutte le prediche e le richieste di “misure di prevenzione” contro gli incendi boschivi sono futili. O almeno insufficienti. Perché non c’è rimedio contro l’incoscienza, contro la distrazione, e contro la stupidità criminale.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
26 luglio 2017

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ANTISEMTISMO FREUDIANO

Un titolo del Corriere della Sera (23/7/’17) recita: “Israele, blitz di esercito e 007 in Cisgiordania: arrestati 25 membri di Hamas”. Il titolo – pedissequamente seguito dal Tg5 delle tredici – è assurdo. Innanzi tutto perché comincia con la parola “Israele” e continua con “in Cisgiordania”. Sicché la Cisgiordania dovrebbe essere all’interno di Israele, e francamente non risulta. Ma c’è di peggio. Dov’è la Cisgiordania? Per non far impazzire chi dovesse cercare nelle carte geografiche, diamo subito la risposta: la Cisgiordania non esiste. Non più di quanto esista la Transgiordania. Queste denominazioni si trovano soltanto nei libri di storia e furono inventate dai vincitori della Prima Guerra Mondiale.
Durante la Guerra dei Sei Giorni, Gamal Abder Nasser indusse con l’inganno Amman a partecipare al conflitto contro Israele. E così, dopo il risultato disastroso dell’iniziativa, il re preferì liberarsi della sovranità su quella parte del suo territorio denominata Cisgiordania – ormai occupata da Israele – dal momento che costituiva soltanto una fonte di spese e di problemi. A anche l’Egitto rinunciò alla sovranità sulla Striscia di Gaza.
La Transgiordania si è così trasformata nella Giordania e la ex Cisgiordania in parte è divenuta legittimamente (secondo i dettati dell’Onu) Israele; in parte, dal punto di vista del diritto internazionale, una sorta di res nullius. Il vincitore infatti non ha proceduto alla sua annessione, pur essendo stato aggredito nel 1948, e una seconda volta nel 1967. Israele ha invaso quelle terre – che ancora oggi presidia – non per annettersele, ma soltanto per evitare che costituissero la base di partenza per ulteriori attacchi. La denominazione che per esse si ritrova nei documenti ufficiali dell’Onu è: “Occupied Territories”. Ma nel caso specifico non significa molto. Infatti, in diritto internazionale e nelle Convenzioni di Ginevra, parlando di territori occupati ci si riferisce a porzioni di territorio dominate da una potenza straniera, nel corso di una guerra: terre che dunque, giuridicamente, appartengono alla potenza in quel momento soccombente. E qui non è così.
I Territori Occupati non appartengono a nessuno e la Giordania non desidera affatto averli indietro. La sua opinione al riguardo l’ha espressa nel 1970 in quel mese che, ancora oggi, i palestinesi chiamano “Settembre Nero”. Invadere la Cisgiordania è tanto possibile quanto invadere la Pannonia, la Cilicia, o il Ponto Eusino, per chi sa dove fossero. Il giornalista ha usato il termine “Cisgiordania” per suggerire, in modo subliminale e commettendo un lapsus freudiano, che Israele ha commesso un illecito. Avrebbe invaso un Paese straniero, più o meno come se avesse attaccato la Dacia, la Lidia, la Numidia..
I Territori Occupati palestinesi sono un unicum, nella storia. Di solito, chi conquista un territorio, se può, se l’annette. Anche se il precedente “proprietario” spesso continua a rivendicarlo per decenni, a volte per secoli, come fa dagli inizi del Settecento la Spagna con Gibilterra. Al contrario la West Bank (altra denominazione del territorio) è una tale rogna, che chi ne era il sovrano, il regno hascemita di Amman, ha rinunciato a considerarla propria e Israele, che avrebbe potuto annettersela, non ci ha mai nemmeno provato. S’è annessa le Alture di Golan (che appartenevano alla Siria) solo per ragioni militari, perché da quelle alture era possibile bombardare Israele con l’artiglieria.
Gli stessi abitanti di quei Territori hanno realizzato una sorta di capolavoro al contrario. Invece di approfittare della straordinaria occasione di costituire senza guerre d’indipendenza un loro Stato pacifico e riconosciuto, hanno continuato a sognare di arrivare all’indipendenza soltanto dopo avere eliminato Israele, al passaggio massacrando la maggior parte degli israeliani. Il sogno prosegue da mezzo secolo e si è trasformato in incubo, ma loro rifiutano di svegliarsi. Gaza, in particolare, è un autentico inferno dove si vive (malissimo) della carità internazionale: ma non per questo si arrende alla realtà. Del resto la maggior parte dei nostri giornalisti non dimostrano più buon senso o cultura storica dei palestinesi che, pur essendo gli aggressori, appaiono come i più deboli e dunque hanno ragione. Non c’è altro da dire.
È la tragedia dell’irragionevolezza. Dei criminali aggrediscono a tradimento dei militari israeliani, uccidendone due, e le autorità di Gerusalemme, invece di fare una strage, reagiscono istituendo dei controlli con i metal detector. Conseguenza? Per la comunità internazionale sono loro, quelli che meritano rimprovero, non i terroristi e quelli che li applaudono. A momenti, l’Occidente sogna una nuova intifada. E questo mentre milioni di innocenti occidentali, in tutto il mondo, sono sottoposti ai metal detector in tutti gli aeroporti e perfino costretti a togliersi le scarpe.
Forse coloro che sono malati di antisemitismo nemmeno si accorgono di tutte queste assurdità. E quell’ebreo di Freud non sanno nemmeno chi sia. Verrebbe voglia di mandarli in Cisgiordania.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
24 luglio 2017

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LA TRANSUMANZA

Quando si tratta dell’Amministrazione dello Stato, noi italiani siamo assolutamente perfezionisti e intransigenti in materia di moralità. Purtroppo poi siamo stramaledettamente pragmatici quando si tratta dei nostri personali interessi. La prima caratteristica ci spinge a scrivere leggi impraticabili a forza di essere perfette, la seconda ci spinge a violarle ogni volta che la cosa corrisponde alla nostra utilità. E poiché queste caratteristiche si riscontrano anche nella vita parlamentare, è necessario trovare gli opportuni rimedi, ammesso che esistano.
All’art.67 la Costituzione statuisce che “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. Ciò significa che, se un deputato è stato inviato alla Camera da elettori che volevano che votasse contro un determinato progetto, e poi si accorge – in coscienza – che quel progetto sarebbe utile al Paese, deve avere il diritto di tradire il mandato degli elettori. Infatti lo farà per il loro stesso bene. In origine contava di espletare l’incarico ricevuto, ma quando ha ottenuto maggiori informazioni ha agito per il meglio. Tutto perfetto, in teoria. Il deputato ha una coscienza, e questa coscienza deve prevalere anche sugli impegni assunti.
Purtroppo, tra teoria e pratica c’è differenza. Nella vita concreta, il parlamentare contraddice il mandato ricevuto non quando glielo impone la sua coscienza, ma quando glielo consiglia sommessamente il suo interesse. Quando il tradimento corrisponde ad essere rieletto, alla prospettiva di ottenere una carica o alla speranza di un qualunque vantaggio personale. Che tutto questo sia tanto dolorosamente quanto innegabilmente vero, è dimostrato dal fatto che, nella legislatura che si avvia alla fine, i cambiamenti di partito sono stati 501 ed hanno riguardato 324 parlamentari. E soltanto lo scemo del villaggio può credere che ci siano state 501 crisi di coscienza su meno di mille parlamentari. Il fenomeno è talmente disgustoso che i giornalisti l’hanno spesso denominato transumanza. Una pratica che il dizionario definisce: migrazioni stagionali del bestiame. Con l’unica differenza che quelle dei politici avvengono tutto l’anno.
In realtà, noi viviamo in un mondo in cui le vere crisi di coscienza sono rare, anche perché le stesse coscienze, almeno in Italia, non si notano molto. Senza dire che in questo ultimo scorcio di legislatura non abbiamo ancora finito di assistere allo sconcertante spettacolo. Con Renzi in perdita di velocità, e Alternativa Popolare in liquidazione, chissà a che numero arriveremo, prima della fine.
Sembra un malvezzo inarrestabile, e tuttavia, ragionando pragmaticamente, il rimedio esiste. Se la causa del male è l’interesse, basta togliere l’interesse al cambio di casacca. Bisogna soltanto cambiare l’art.67 della Costituzione. L’unico provvedimento efficace è rendere poco conveniente ed anzi costoso il cambio di casacca. L’eletto non deve poter passare dal partito del diavolo al partito dell’acqua santa, o viceversa, ricevendo per giunta un premio. Si pensi al caso di Alfano – dispiace dirlo – che addirittura ha mantenuto la titolarità dei più importanti dicasteri.
Nessun parlamentare deve poter essere utile, col suo voto, alla formazione di arrivo. Perché spesso questa formazione è invisa agli elettori che lo hanno mandato in Parlamento, e la cosa squalifica lo stesso sistema democratico. Il Parlamento deve mantenere una configurazione invariabile rispetto a quella uscita dalle urne. E soltanto un provvedimento che punisca i traditori, invece di premiarli, può ottenere questo risultato.
Come si vede, non si tratta di introdurre il vincolo di mandato, vincolo che ridurrebbe il parlamentare al rango di “nuncius”. Si tratta di ricordare ai deputati e ai senatori che, se non sono d’accordo con una certa politica o con il voto per una certa legge, nessuno gli impedisce di votare contro, e soprattutto di dimettersi. Se non fanno né l’una né l’altra cosa, è segno che in loro l’interesse alla possibile rielezione (e, sul momento, alla paga di parlamentare) prevale sulla loro coscienza.
Le altre proposte sono chiaramente inefficaci. Fare appello alla correttezza e alla coscienza dei parlamentari è come parlare ai sordi. Fare appello ai grandi capipartito, raccomandando loro di non accettare fra le loro file i transfughi, sarebbe anche questa una perdita di tempo, perché anche loro sono guidati dall’interesse. O la coscienza civile dei politici è afona, o i politici non hanno orecchie per ascoltarla. Ma questo l’avevamo già capito.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
23 luglio 2017

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IL POTERE DELLO STATO E IL POTERE DEI CITTADINI

Galli della Loggia, sul “Corriere”(1), sostiene che lo Stato in Italia non ha il potere di far valere la propria volontà. Su di essa prevale quella dei cittadini che non vogliono essere infastiditi. Il potere prevalente è dunque quello di non tenere conto delle leggi. Tesi interessante ma che può essere approfondita. Soprattutto per spiegare come si sia arrivati a questa situazione.
Chi osserva la legislazione italiana è invariabilmente colpito da due fenomeni costanti e universalmente noti: uno strabocchevole numero di leggi, caratterizzate dall’essere minuziosissime. Il loro scopo evidente è quello di raggiungere un’ideale regolamentazione della materia. Purtroppo, come insegna il buon senso, l’ottimo è nemico del buono.
Da noi, anche chi gestisce un panificio in un paesino di montagna ha bisogno del commercialista per sbrigare le faccende fiscali. La materia è spesso così complicata da risultare impervia per gli stessi professionisti che devono tuffarsi in un mare di leggi e di regolamenti che si accavallano e si contraddicono, in una selva di rimandi, di eccezioni e di complicazioni che non sembrano avere mai fine. Lo Stato stesso forse non saprebbe come metterci le mani, e infatti non si avventura a varare un Testo Unico che riassuma e semplifichi la materia. Il risultato di queste correzioni di rotta a getto continuo è l’evasione, l’immenso contenzioso fiscale, i periodici condoni, il caos.
E questo non è affatto un caso particolare. Chiunque abiti in una grande città italiana sa che le sue strade sono piene di divieti di sosta e spesso addirittura di fermata. I divieti sono ovviamente opportuni: se gli italiani li rispettassero, la nostra circolazione sarebbe comoda e spedita. E infatti è proprio questo lo scopo che hanno perseguito gli uffici comunali che hanno stabilito quelle norme. Soltanto hanno dimenticato di chiedersi: gli automobilisti potranno rispettarle? Se si considera il numero di automobili che devono forzatamente entrare in città (anche perché i servizi pubblici fanno pena e su di essi non si può contare) è ovvio che la gente finirà col parcheggiare in divieto di sosta. E tanto più facilmente lo farà, in quanto i divieti di sosta sono in tale numero e per tanti chilometri di strade, che i vigili non possono multare tutti i contravventori. Così questi ultimi corrono l’alea. La contravvenzione viene vista non come la repressione di un abuso, ma come la piccola sfortuna del giorno. Grazie al Cielo molto saltuaria.
L’intera legislazione italiana è caratterizzata dalla ricerca della perfezione. Un’utopia lontana non soltanto dalla mentalità italiana, ma anche dalla possibilità di realizzazione. Gli italiani, che pure sono tanto pragmatici nella gestione del loro privato, divengono perfezionisti nella vita pubblica. Se qualcuno, in sede di determinazione dei divieti di sosta, suggerisse di istituirne pochi, l’assoluto minimo, ma di farli poi costantemente rispettare, non sarebbe ascoltato Tutti hanno in mente l’ideale e preferiscono contribuire al caos, che rinnegare le loro astratte geometrie.
È stato sempre così e l’intero ordinamento giuridico italiano segue questi criteri. Se c’è una legge poco applicata, invece di applicarla seriamente, se ne fa un’altra più severa. Col doppio risultato negativo che non si applichi una legge ancor più severa, o tale che, quando è applicata, risulti eccessiva. Il malcapitato che subisce quella sanzione la vede come un eccezionale infortunio che ha colpito lui e non tanti altri nella stessa condizione. Con violazione del principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini dinanzi alla legge.
Per non parlare dell’assurda richiesta di tanti imbecilli – ascoltatissimi dai media e dai politici – di impedire per via giudiziaria il verificarsi di certi reati. Molti sono convinti che se, per la corruzione negli appalti pubblici, si istituisse la pena di morte, il fenomeno sarebbe finalmente eliminato. Non hanno idea della storia del diritto penale.
Questo contrasto fra ciò che dovrebbe avvenire e ciò che avviene, fra ciò che sarebbe bello realizzare e ciò che è possibile realizzare, è una delle principali cause del marasma italiano. Fino a dar ragione a quel cinico straniero che una volta scrisse: “L’Italia è un Paese dalle pessime leggi, per fortuna non applicate”.
La conclusione è molto semplice. È vero che lo Stato italiano ha poco potere, ed è vero che gli italiani hanno tendenza a non osservare le leggi. Ma lo Stato ha poco potere perché vorrebbe averne troppo, e gli italiani hanno tendenza a sottovalutarlo perché vogliono soltanto sopravvivere.
Gianni Pardo,
pardonuovo.myblog.it
22 luglio 2017
(1) http://www.corriere.it/opinioni/17_luglio_22/politica-senza-potere-a3df223a-6e46-11e7-adc0-ba2bd5ab3f02.shtml

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