TRY ME

“Try me” sono due parolette inglesi dall’aria innocente. Significano soltanto: “Mettimi alla prova”. Ma in realtà vengono dette da qualcuno che ha minacciato qualcosa di tremendo, e si accorge che l’altro non crede che avrà il coraggio di metterlo in atto. Insomma, “Try me” è come dire: “Sfidami, se ne hai il coraggio, mettimi alla prova, e così vedrai se sono capace di fare ciò che ho detto”. La minaccia ribadita con “Try me” è il più severo degli avvertimenti possibili. Meglio non indurre un uomo coraggioso a dire quelle due parole: perché da quel momento non potrà più fare marcia indietro, senza perdere la faccia.
Kim Jong-un continua a lanciare razzi nel Mar del Giappone, e l’ultimo – un vero missile intercontinentale – pare avesse una gittata di mille chilometri, tale da permettergli di arrivare all’Alaska. E se è caduto nel Mar del Giappone, è perché i coreani ne hanno volontariamente limitato la parabola, calibrando l’angolo di lancio. E non solo Kim ha osato proseguire in questa escalation, ha anche avuto la tracotanza di dire che quello era un messaggio inviato agli Stati Uniti nell’Indipendence Day. Sicché si è preclusa persino la puerile scusa: “Ma io non intendevo minacciare gli Stati Uniti”. Dove voglia arrivare, questo dittatore obeso, non si comprende proprio.
Donald J.Trump non ha nessuna voglia di invischiare il suo Paese in una guerra. Se una cosa giusta ha fatto Obama, è stata quella di non coinvolgere l’America in nessun conflitto bellico. Ha magari destabilizzato l’intero Nord Africa, parlando a vanvera, ma l’unico americano che ci abbia rimesso la pelle se non ricordo male, è stato l’ambasciatore in Libia. Ovviamente neanche il pragmatico Trump ha fretta di premere il grilletto, soprattutto avendo di fronte un Paese insignificante e tuttavia in possesso dell’arma nucleare. Un Paese che reputa tanto irresponsabile da non rivolgergli neppure la parola. Infatti le sue rimostranze sono andate a Pechino, che “non fa abbastanza” per porre rimedio a questa incresciosa situazione.
Ma – appunto – accanto al mistero Kim Jong-un, c’è il mistero Xi Jinping. Quella nazione è di gran lunga, la massima potenza militare del globo e per giunta Trump ha fama di impulsivo, di violento, di pazzo. Con quale coraggio sventolargli sotto il muso una bomba atomica per dirgli: “So che non avrai mai il coraggio di reagire”? E se a quello scappasse di dire: “Try me”?
Fra l’altro, è estremamente probabile che, se la Corea del Nord spedisse un missile verso la California, quel missile sarebbe fatto a pezzi cento volte, prima di arrivare a destinazione. Mentre non altrettanto si può dire del missile, o dei missili, con cui certamente risponderebbe Washington. Infatti la Silicon Valley non si trova certo nei pressi di Pyongyang: i computer, la cibernetica, insomma tutto l’armamentario infernale della guerra elettronica di domani l’hanno inventato gli americani. Dunque, che senso ha giocare col fuoco?
L’escalation fa peggiorare ogni giorno le cose. Se oggi la minaccia non è credibile – ma già lo è per il Giappone, per non parlare della Corea del Sud – non sarebbe comunque saggio lasciare a Pyongyang il tempo per renderla credibile per la California e l’Oregon. Dunque una risposta di Trump non sarebbe né un azzardo né una pazzia: sarebbe un’imprescindibile necessità difensiva. Mi chiedo se in questo momento gli alti gradi militari americani stiano spingendo o frenando Trump.
Non si può che ripeterlo. La situazione è talmente folle – da film del dr.Stranamore – che è un peccato non avere già oggi la spiegazione che di questo dramma darà la storia. La domanda è soprattutto una: perché mai Pechino permette che accada tutto ciò? Veramente non può far nulla – e sarebbe stupefacente – oppure non vuol far nulla di serio, e anche questo è stupefacente? Oppure sia Pechino che Mosca credono stupidamente che il problema riguardi gli americani, e non il resto del mondo? E veramente hanno talmente dimenticato la storia da credere che il Giappone sia una tigre di carta?
Ma, come insegnava Wittgenstein, di ciò di cui non si può dire nulla di ragionevole, bisogna tacere. Ma è almeno lecito avere paura?
Gianni Pardo,
pardonuovo.myblog.it
6 luglio 2017

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LO IUS SOLI E LA QUESTIONE DI FIDUCIA

Il Parlamento si appresta a votare la legge sullo ius soli (la cittadinanza a chiunque nasca sul territorio italiano) e la maggioranza degli italiani – come del resto, a quanto dicono, la maggioranza del Parlamento, è contraria. In queste condizioni, il risultato della votazione dovrebbe ovviamente essere negativo. Come potrebbe mai passare una legge che non vogliono né il popolo italiano né i suoi rappresentanti? Eppure può essere votata. Basta porre la questione di fiducia.
Ecco il meccanismo. Il governo dice: “Questa è una legge cui tengo tanto che, se mi dite di no, me ne vado e bisognerà formare un nuovo governo. In questo modo però lascereste il Paese senza una guida in un momento di particolare crisi (è sempre un momento di particolare crisi) e se non si riuscisse a formare un nuovo governo, dal momento che non avete completato il tempo minimo, andreste a casa senza pensione”. Naturalmente i deputati e i senatori, posti dinanzi ad una simile alternativa, magari imprecando votano la fiducia al governo. È con questo marchingegno che abbiamo avuto tre governi (quello di Enrico Letta, quello di Matteo Renzi e quello di Paolo Gentiloni) privi di maggioranza, e sostenuti da una marea di transfughi interessati innanzi tutto a non perdere il seggio e la pensione. Campioni imbattuti, in questo, Angelino Alfano e soci. Ed è ancora con questo sistema che Renzi ha coraggiosamente realizzato le sue più importanti e controverse riforme. Se è incappato nel referendum, è semplicemente perché non si possono mandare a casa gli italiani.
La prima domanda è: è lecito usare uno strumento previsto dalla Costituzione per realizzare una cosa contraria alla Costituzione, cioè votare leggi contro la volontà del popolo sovrano? La risposta è sì, ma bisogna precisarla.
In diritto si parla di lettera della legge e di spirito della legge. La prima è costituita dalle parole stesse della disposizione, mentre il secondo è lo scopo che la legge persegue. Sicché è un bel problema, quando le due cose sono in conflitto.
Ammettiamo che un uomo d’affari concluda un contratto con un collega, stabilendo una grossa caparra penitenziale, perché – da notizie riservate – gli risulta che in capo all’altro sta per abbattersi una tempesta finanziaria, sicché non potrà onorare quel contratto e gli dovrà restituire la caparra raddoppiata. A termini di legge, egli ha diritto a quella somma. Ma moralmente? Per vedere quanto riprovevole sia questo comportamento basta chiedersi: se avesse stipulato quel contratto con suo figlio, che cosa penseremmo, di lui?
Nello stesso modo, il governo dovrebbe porre la questione di fiducia quando reputa che l’approvazione di quella legge sia essenziale per il bene del Paese, e non per corrispondere all’ideologia della maggioranza del partito dominante, anche se quell’opinione è minoritaria nel Paese. Nel caso del voto di fiducia per lo ius soli si fa cosa giuridicamente lecita ma contraria allo spirito della legge. Infatti l’approvazione dipenderebbe non dalla fiducia nel governo o nella bontà della legge proposta, ma dalla paura di perdere dei vantaggi personali. Quel voto di fiducia somiglierebbe ad un ricatto tanto quanto la caparra penitenziale dell’esempio somigliava ad una truffa.
In queste condizioni, per prima cosa bisognerebbe gridare alto e forte che il governo va contro lo spirito della legge. Ma questo non farebbe impressione a nessuno, l’intero Paese c’è abituato. Poi bisognerebbe chiedersi che cosa si potrebbe fare per sventare il ricatto.
Una risposta – se c’è – dovrebbero darla i costituzionalisti. Già qui si potrebbe azzardare una soluzione: che avverrebbe se deputati e senatori contrari (anche quelli che, non appartenendo alla maggioranza dichiarata, hanno votato le precedenti questioni di fiducia soltanto per non andare a casa) facessero mancare il numero legale tante volte quante volte fosse proposta la questione di fiducia?
Naturalmente, il marchingegno funzionerebbe se veramente il Parlamento fosse in maggioranza contro il provvedimento. Perché diversamente, se il governo disponesse realmente della maggioranza dei votanti, questa maggioranza, ove fosse tutta presente, costituirebbe già la metà più uno (o più) dei parlamentari, e sarebbe autorizzata a votare da sola la fiducia. Inoltre ci sarebbe comunque da temere il “tradimento” di coloro che, non fidandosi dei colleghi all’opposizione, si presentassero lo stesso in aula, sia pure per votare contro, ma assicurando così il numero legale al governo e il seggio a sé stessi.
Forse, in sintesi, non c’è speranza. Con la minaccia di mandare i parlamentari a casa, il governo può ottenere qualunque legge.
Ciò significa che da un canto probabilmente dovremo sorbirci lo ius soli, e d’altro canto che tutte le riforme che non sono state votate non lo sono state perché i governi non si fidavano neppure della loro maggioranza.
E siamo in mano a questa gente.
Gianni Pardo,
pardonuovo.myblog.it
5 luglio 2017

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L’MPD E IL PRINCIPIO DI TERRITORIALITA’

Immaginate che si ponga agli studenti di liceo questo compito: “Data la frase: È primavera. Gli uccelli cinguettano, aggiungere una parola dopo cinguettano”, c’è da scommettere che la maggioranza scriverebbe “felici”. E ciò perché molti non sanno che il canto degli uccelli ha la funzione di avvertire che quel territorio ha già un titolare. Il tordo dice “Qui non c’è spazio per altri tordi”. E quello spazio è pronto a difenderlo.
Dal momento che la sopravvivenza dipende dal cibo, e il cibo a sua volta dall’esclusiva di un certo territorio, molti animali sono “territoriali”. Risiedono in un dato luogo e si danno una grande cura di lasciare delle tracce alla “frontiera” (in genere escrementi o altri segnali olfattivi), nella speranza che il cartello: “Occupato” possa scoraggiare gli intrusi.
Anche gli esseri umani sono a loro modo territoriali. I singoli difendono le loro case con porte e antifurto. I sindacati di categoria difendono gli adepti. Gli Stati sono pronti a difendersi anche con le armi. Ed è lo stesso principio che consiglia di non aprire un negozio di ferramenta di fronte ad un negozio di ferramenta. A meno che non si sia in grado di avere un assortimento maggiore e se possibile prezzi più bassi. Chi vuole occupare lo spazio altrui deve essere o più forte, o in grado di proporre un’offerta migliore.
Tutti questi principi sono validi anche per lo spazio politico. Chi volesse fondare un partito per la difesa del Nord Italia oggi dovrebbe fare i conti con la Lega Nord. E si troverebbe dinanzi ad un bel dilemma: infatti, se presentasse lo stesso programma, non si vede perché la gente dovrebbe votare per il nuovo partito; e se presentasse un programma diverso, non sarebbe probabile che gli abitanti delle regioni del nord ne siano sedotti. Ecco in che senso l’intuizione di Umberto Bossi è stata geniale: egli ha concepito la Lega Nord quando nessuno ci pensava, e nessuno aveva previsto che potesse avere successo.
Queste regolette empiriche valgono anche per il Movimento nato dalla scissione del Pd. Anche ad ammettere che il comportamento di Matteo Renzi sia stato tale da mandare in bestia un santo, siamo sicuri che ci sia lo spazio per fondare un nuovo partito? E siamo sicuri che questo eventuale spazio sia alla sinistra del Pd?
Per chi è nato comunista, il Pd di Renzi è sideralmente lontano dal Pci che fu, e perfino da quel Pds di Achille Occhetto che pure provocò la scissione del Partito della Rifondazione Comunista. Ma è proprio guardando a questa esperienza che i nuovi dissidenti avrebbero dovuto chiedersi: “È vero, il Pd rappresenta un tradimento, rispetto al Pci; ma siamo sicuri che questo tradimento non l’abbiano perpetrato per primi gli elettori?” Ripensiamo alla alla Bolognina: “Rifondazione” era più fedele ai principi del Pci e tuttavia si accorse presto che la massa dei votanti preferiva il Pds – il partito che si era vergognato dell’aggettivo “comunista” – piuttosto che il Prc.
Renzi ha portato il partito ancora più a destra, ma prima di dargli addosso bisognerebbe sapere se, per caso, in questo smottamento non l’abbiano addirittura preceduto gli elettori. Fino a non lasciare spazio alla sinistra del Pd. “Abbasso Renzi” non è un sufficiente programma politico e il richiamo ai principi e ai vecchi programmi “comunisti” non è detto seduca molti elettori. Il mondo ha visto crollare l’universo marxista e non è più incantato dai suoi slogan. Per non parlare dell’insistenza sulla patrimoniale, in un Paese in cui i cittadini, per l’ottanta per cento, sono proprietari della casa in cui abitano.
Il problema è sempre lo stesso: c’è uno spazio politico alla sinistra del Pd? Perché se non c’è, il rischio è che i dissidenti non siano usciti dal Pd, ma dalla politica.
L’irritazione nei confronti di Renzi è giustificata. È anche possibile che sia condivisa da una notevole parte del “popolo di sinistra”. Ma è anche possibile che questo rigetto si trasformi in astensione piuttosto che in voto per quell’ “Insieme” di duri e puri capeggiati da Pisapia, che potrebbe anche essere un insieme di senzatetto.
Gianni Pardo,
pardonuovo.myblog.it
4 luglio 2017

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A CHE SERVE IL DIRETTORE D’ORCHESTRA

l destinatario di questo articolo è l’incompetente. Per così dire, il ragazzo che fui. Quello che si chiedeva perché, a fine esecuzione, si acclamasse tanto l’unico che non aveva suonato.
Quando sono in molti a cantare o suonare, il primo problema è quello di farlo in modo coerente. Negli stadi, se il pubblico tenta di cantare l’inno nazionale, il risultato è pietoso: perché quando la curva nord è arrivata ad una certa parola, la curva sud deve ancora arrivarci o l’ha già superata. Il sincronismo è tutt’altro che automatico. Chi fa musica sente in primo luogo il suono che produce e il sincronismo si può ottenere soltanto per via ottica, non acustica. Infatti questa funzione è assolta, per così dire, da metà del direttore: il suo braccio destro indica continuamente il ritmo da seguire e gli esecutori vi si conformano. Essi non possono distogliere lo sguardo dalle note scritte sul loro spartito, e la funzione della bacchetta è proprio quella di rendere ancor più evidenti le indicazioni del maestro.
Ma la funzione di metronomo potrebbe essere assicurata da un qualunque musicista. La vera funzione della direzione d’orchestra è tutt’altra. Basti pensare che la stessa canzone appare diversa, se è eseguita da due cantanti diversi. Nello stesso modo l’opera strumentale può apparire più o meno bella secondo che si sottolinei una linea melodica o un’altra, secondo che si mettano in evidenza alcuni strumenti piuttosto che altri, secondo che prevalga il tono dolente o il tono aggressivo. Insomma tutte quelle sfumature che l’orecchio può percepire ma che non possono essere contenute nello spartito, o che gli orchestrali hanno trascurato.
Il direttore è colui che assicura all’esecuzione una data “espressione”. Il compositore ha scritto “crescendo”, ma quanto bisogna aumentare il volume? E chi suona uno strumento molto sonoro come gli ottoni, se c’è un momento in cui è prescritto il “forte”, deve strombazzare fino a prevalere sull’intera orchestra o deve lasciare spazio agli strumenti meno sonori? Quell’interpretazione personale che il cantante dà ad una canzone, il maestro la dà all’orchestra, correggendo gli errori dei singoli esecutori, dando loro precise indicazioni su ogni passaggio, e imponendo la sua interpretazione dell’opera. Il direttore tratta l’intera orchestra come il pianista tratta i singoli tasti del suo pianoforte. È per questa ragione che gli orchestrali sono tenuti ad obbedirgli senza discutere: perché il risultato finale è merito o demerito suo. Comanda “a bacchetta”, ma è anche l’unico responsabile del risultato finale.
Le differenze fra le esecuzioni dei vari direttori sono a volte evidentissime. Wilhelm Furtwängler, a metà del secolo scorso, era famoso per la solenne lentezza delle sue esecuzioni, mentre Toscanini si caratterizzò per la severa fedeltà al testo musicale al limite della freddezza. In generale tuttavia, per quanto riguarda i grandi direttori, soltanto i veri appassionati di musica classica sono capaci di notare delle differenze. L’esecuzione di una sinfonia di Mozart, per esempio, affidata ad un certo direttore, può sapere di adempimento amministrativo, mentre se era affidata a Nikolaus Harnoncourt raggiungeva cristalline ed entusiasmanti vette di indimenticabile bellezza. Fino ad avere la sensazione di scoprire in essa dei tesori che prima avevamo trascurato.
Il vero, grande lavoro del direttore d’orchestra, non è quello che si vede sul palco: è quello che avviene prima, durante le prove. È in quel momento che egli dà le sue indicazioni agli orchestrarli. Al bisogno facendo ripetere quattro, cinque, sei volte lo stesso passaggio, finché il risultato non è quello voluto.
Al momento dell’esecuzione è troppo tardi, per correggere qualcosa. Dinanzi al pubblico, mentre la bacchetta continua a scandire il tempo, è la mano sinistra che ricorda ciò che si era concordato. Spesso anzi è tutto il corpo (si pensi a un direttore vulcanico come Leonard Bernstein) che mima l’interpretazione richiesta.
La mano destra indica il ritmo, la mano sinistra l’espressione, e siamo al livello della più alta specializzazione dell’umanità. Una sinfonia di Beethoven, di Brahms, di Mahler, sono costruzioni tanto complesse, che si rimane strabiliati dinanzi al cervello che riesce a concepirle, per giunta astrattamente, nel silenzio di una stanza. Il compositore infatti non ha certo un’orchestra per vedere “come sta venendo” la sua musica. La meraviglia per il fatto che Beethoven abbia composto la Nona Sinfonia mentre era completamente sordo è fuor di luogo.Tutti i compositori di musica sinfonica e da camera scrivono come se fossero sordi. Prodezze inconcepibili per l’uomo normale.
Coloro che dicono d’amare la musica classica perché sono abbonati ai concerti confondono arte e mondanità. Per i veri appassionati, la musica è un tale godimento da non poterne fare a meno, pressoché quotidianamente. E in questo senso somiglia alla droga. Incluse le crisi di astinenza.
Gianni Pardo,
pardonuovo.myblog.it
3 luglio 2017

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THE ITALIAN PROBLEM

If, for once, I write in (my) English, it is because, what I am going to say I have already said a hundred times, and yet I find no trace of a similar diagnosis in the Italian newspapers. Which means that either I am having a nightmare, or my fellow countrymen suffer of an impenetrable cataract. And I dedicate these lines to my English speaking friends, so as to see what people far from my country could think of it.
Italy has been choking in quite serious economic difficulties for about two decades. Once a relatively prosperous nation, it has become – were not for Greece – the last European country, from the economic point of view. For the others they speak of recovery, an awakening of the production and so on, but this springtime wind seems unable to cross the Alps. The reaction of the Italians is two faces. The officials shut their eyes on the reality, and speak everyday of the situation as if it were dramatically improving: “Just wait, and in a couple of weeks, maybe a couple of months, you will see”. But the citizens see nothing, not even a couple of years later, and are generally convinced that all politicians are incompetent, or dishonest, or both.
They all are wrong.
Politicians like Matteo Renzi are supremely irritant with their preposterous optimism, but, after all, could they say: “We do not know what to do”? “Just pray”?
Citizens should realize that – as the French say – “you sleep following the way you arranged your bed”. Italy has passed an incredible quantity of screwball laws that have paralysed the economy. Think of a 1978 law on housing that provoked the end of the construction industry, in particular the one offering flats to rent. Most Italians (about 80%) now own their home because they could not find a flat to rent. And God knows how many sacrifices it has required to them. But yet many young people do not marry because they have not found a flat, or could not buy a new one.
On the contrary (but to a point) in some cases the State has been more generous than a dead-drunk sailor. Of course at the taxpayer expense, or by increasing the public debt: anyhow creating so the premises for future problems. For instance, during the Seventies, it allowed civil servants holding a degree to retire with sixteen years of work. A forty years old professor received a pension that he could be enjoying still today, still going strong, forty years later. Not a royal pension, of course, but with this kind of expenses the Italian state has ended by having a 2.200.000.000.000€ public debt.
In the job market, Italy has made incredibly difficult to fire a worker that is no more necessary. No matter if he has proved inefficient or even dishonest. The final result is that entrepreneurs protect themselves by not hiring new workers, unless absolutely necessary. And then we cry on unemployment. The Trade Unions have been allowed to organise strikes for political reasons only – sometimes damaging the workers themselves – and to consider their mission to wage war against industry. During many decades – with a left wing mentality – the country as piled such a lump of crazy rules, that in the end the nation has come to a standstill, and no one knows how to make it function again. Where is the rear gear? Who is ever ready to renounce to an acquired advantage? How to fire the workers in excess, in particular in the state administration, when the laws forbid it and when you know very well that those people would not find a new job, nowhere?
In addition, joining the euro has eliminated the old solutions that once helped Italy to come to terms with reality. For one, several devaluations kept the Italian currency at its real level, whereas, with the euro, the Italian goods are dearer that they should be, importations are cheaper that they should be, and no possible solution can be found. Any move could make the situation still worse, and no one dares to cast the dice. Nowadays reviving Italy has become as difficult as squaring the circle.
And that is the central, staggering point. We live in an unmovable, locked drama, and yet the public opinion looks at the finger and not at the Moon. The finger is the narration according to which the politicians could deliver a solution and the people’s capability of believing that the politicians could achieve that miracle. The Moon is the tragedy of a country with unemployment for young workers approaching 40%. We survive day by day, but the ship seems to have no helm.
Yet – who knows? – we could find a consolation, in all this. With the present electoral laws, the next legislature will not produce a real government and then, if the leaders won’t be able to do nothing profitable, hopefully they will not be able to create additional problems.
Gianni Pardo,
pardonuovo.myblog.it
July 2nd, 2017
Pardon my mistakes, and when they are big let me know them

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LA DITTATURA DELL’IMMAGINE

L’argomento “Matteo Renzi” sembra inesauribile. Si è appena finito di parlarne che presto appare urgente dire qualcos’altro. Senza alcun dubbio, si tratta di un personaggio straordinario. Anche se non è sicuro che riesca a rimanere a lungo sulla scena.
La caratteristica di Renzi, infatti, almeno fino ad oggi, è stata quella di vincere “single handed”: non a capo di un esercito, ma da solo. Se dietro di lui si è intravisto un esercito, è stato perché, apparendo vincente, gli amici interessati si sono ovviamente moltiplicati. Egli non ha progettato di vincere appoggiandosi ai dirigenti di un partito, ma appellandosi direttamente al popolo. Lo ha dimostrato in modo evidente quando, ancora semisconosciuto, ha proclamato la sua intenzione di “rottamare” tutti i vecchi dirigenti del partito. E come avrebbe potuto farlo, se non avendo l’appoggio della base del partito?
Ecco perché le votazioni in cui i cittadini gli hanno confermato la loro fiducia sono state per lui essenziali: perché da esse ha ricavato la sua legittimazione, tanto da poter dire agli ottimati del partito: “Se mi appoggiate, vi regalerò un pezzetto del mio potere; se mi andate contro, vi eliminerò”.
Il rischio di questo genere di legittimazione è la volubilità, la superficialità e la spietatezza del popolo. Dall’osanna al crucifige il passo è sempre breve, e non c’è nemmeno da stupirsene. La gente non va per il sottile. Se le cose vanno bene (o anche se soltanto crede che stiano andando bene) è prontissima a darne il merito a qualcuno: si pensi al consenso di cui godette Mussolini negli Anni Trenta. Se le cose vanno male, se la prende con chi – a suo parere – non ha saputo far buon uso del suo potere. E comunque ha bisogno di una testa di turco: basti vedere quanto frequentemente cambino gli allenatori delle squadre di calcio che perdono troppo.
Il potere politico è più apparenza che sostanza. Nenni, a lungo all’opposizione, quando finalmente andò al governo constatò che “nella stanza dei bottoni non c’erano i bottoni”. La gente reputa che il massimo potere, in un ministero, l’abbia il ministro, e in realtà quel potere lo ha il Parlamento e poi il Direttore Generale, un uomo ignoto ai giornali. Innanzi tutto perché è il vero competente, e poi perché i ministri passano e l’uomo d’apparato, che non dipende dal favore popolare, gli sopravvive.
Un politico come Renzi è condannato a vincere. Finché sembra imbattibile, come dicono gli inglesi, “nulla ha più successo del successo”. Tanto che chi gli sta accanto sembra sbiadito e a due dimensioni. Ma non appena l’aureola comincia a luccicare di meno, la gente gli dà la colpa di tutto, e chi gli stava accanto prova a pugnalarlo alla schiena.
Il contrasto – assolutamente innegabile – che lacera il Pd dall’interno dipende da un fatto banale ed elementare: prima Renzi appariva vincente e ora appare perdente. E per uno che è sottoposto alla dittatura dell’immagine, ciò è esiziale. Al di là di quanto fosse vero che prima era vincente, e al di là di quanto sia vero che ora è perdente.
Renzi si fa forte dei voti a suo tempo ricevuti (fino ad attribuirsi con raro coraggio il 40% dei sì al referendum) e comunque del consenso popolare che, recentemente, gli è valso la riconferma a Segretario del partito. Ma i suoi colonnelli fiutano il vento e si accorgono che l’immagine del leader si è molto appannata, tanto che – “per non danneggiare il partito” – gli chiedono di trarne le dovute conseguenze.
Non è questione di voti, è questione di immagine. Nelle recenti elezioni amministrative Renzi si è defilato ed è stato pressoché totalmente assente. Forse prevedendo la sconfitta – e temendo che gli fosse intestata – lui ha detto ripetutamente che erano elezioni poco importanti; gli altri invece hanno pensato che sapeva benissimo di esserne già responsabile, e forse temeva che, apparendo nelle piazze e in televisione, quella sconfitta l’avrebbe persino aggravata. Un po’ come Obama che non si fece vedere accanto ad Hillary Clinton.
Per il Pd la soluzione del problema non è legale. È inutile che Renzi dichiari legittima la propria posizione di Segretario. Se fosse vero che la sua immagine non è più vincente, quella legittimità non lo salverebbe. Anche Luigi XVI era il legittimo re di Francia, ma questo non gli impedì di essere ghigliottinato.
Il vero problema è: in che misura è danneggiata l’immagine di Renzi? Ha già imboccato il viale del tramonto – anche perché si è fatto troppi nemici – o potrà riprendersi, avviarsi a nuovi successi e ritrovare sia il favore del popolo che l’obbedienza dei colleghi di partito?
Gianni Pardo,
pardonuovo.myblog.it
1° luglio 2017

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LA LIBERTA’ DI ESSERE IMBECILLI

Una delle più note regole della religione islamica è l’assoluto divieto di bere alcool. In questo momento, per le note ragioni, è difficile trovare qualcuno che abbia una grande stima dei seguaci di Maometto, ma nel caso dell’alcool siamo sicuri che il Profeta abbia avuto torto?
Il primo dubbio che bisogna risolvere è se l’alcool faccia male o no. I medici più ottimisti (quelli tutt’altro che astemi, c’è da credere) sostengono che un bicchiere (soltanto) di vino rosso a pasto faccia anche bene. Ma non abbiamo mai visto un medico che lo prescrivesse in ricetta. Né un medico che reputasse l’essere astemi un danno per la salute. La scienza insomma non ha tentennamenti, in questo campo: l’alcool è un veleno e fa male. Ma quanto male?
Chi si limita a quel bicchiere a pasto potrà giustamente affermare che il totale divieto è stupido. Viceversa chi ha conosciuto un alcolista potrà testimoniare che l’alcool non si limita a far male, surrettiziamente, come le sigarette: fa malissimo. È la rovina di una persona e spesso della sua famiglia. Anche per l’alcool vale la massima di Paracelso secondo cui è la dose che fa il veleno. E poiché la maggior parte di coloro che bevono vanno ben al di là del singolo bicchiere a pasto (per non parlare di ciò che bevono al di fuori dei pasti) la conclusione è semplice: se Maometto ha vietato l’alcool perché reputava che facesse male, aveva ragione.
Ma non siamo arrivati all’ultima casella, in questo gioco dell’oca. Pure ammesso che chi vieta una cosa lo faccia per il bene degli altri, sarà ancora lecito chiedere chi gli dia l’autorità per farlo. Maometto parlava in nome di Dio, e per i credenti questa era un’eccellente referenza. Ma non tutti sono maomettani, e moltissimi non sono neppure credenti. Dunque l’Autorità laica dovrebbe cercare un diverso fondamento, per la sua legge, e non è detto che lo trovi facilmente. Fra l’altro in questo campo l’esperienza del proibizionismo americano, almeno per quanto riguarda l’Occidente, è definitiva e obbliga alla conclusione che quel divieto, giusto o sbagliato che sia, nei Paesi liberi è meglio non tentare neppure di imporlo.
Ma ciò non risponde ancora alla domanda se sarebbe bello che potesse imporlo. E questo dubbio richiede considerazioni più sottili di quelle che precedono.
Il comando dell’autorità può essere nell’interesse della stessa autorità o nell’interesse dei cittadini. Lo Stato ha assoluta necessità che i cittadini paghino le tasse, perché quel gettito è assolutamente necessario al suo funzionamento. Mentre l’obbligo di indossare le cinture di sicurezza, in auto, è nell’interesse stesso di chi viaggia. E infatti, al momento dell’introduzione di quest’obbligo, molti protestarono: “Che gliene importa, allo Stato, se mi rompo l’osso del collo? Ho guidato per trent’anni senza e potrò farne a meno anche in futuro”.
Ma la distinzione fra i due diversi fondamenti per il comando dello Stato non è così netta come si potrebbe pensare. Da un lato le tasse finanziano anche dei servizi per i cittadini, dall’altro le regole imposte nell’interesse di colui che dovrà osservarle hanno spesso ricadute sui terzi. È vero che chi si droga rovina il proprio corpo, e non quello altrui. Ma se per comprarsi la droga poi comincia a fare rapine, oppure se si ammala e chiede di essere curato, per la collettività questi sono costi. E, nello stesso modo, è vero che chi guida ubriaco rischia innanzi tutto di ammazzare sé stesso, ma è anche vero che con l’occasione può ammazzare qualcun altro.
Così si giunge al nocciolo della questione: l’Autorità deve permettere al singolo di rovinarsi ogni volta che egli sia interamente capace di intendere e di volere (e ciò già esclude da questa libertà i minorenni e i malati di mente) e ogni volta che il suo comportamento non provochi danni o costi ai terzi. La libertà – che tutti tanto amiamo – comporta la responsabilità. Sulle sigarette, non bisognerebbe scrivere che possono provocare il cancro ai polmoni, bisognerebbe scrivere che soltanto un imbecille fuma. E, se muore, ci sarà un imbecille di meno.
Il proibizionismo, per quanto riguarda l’essere imbecilli, ha ancor meno probabilità di successo di quello che riguardò l’alcool.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
30 giugno 2017

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GLI SQUISITI DINOSAURI


L’eccitazione che prende tante persone, quando sanno che l’interlocutore è un nobile, ha qualcosa di spregevole. Fa pensare a quelli che si appiccicano per quanto possono alla persona importante, “per venire nella fotografia”. Persone che, dopo un incontro occasionale, già pregustano il piacere di dire che conoscono il marchese Tizio, o la contessa Caia, come se li frequentassero abitualmente o come se appartenessero al loro mondo. Una delle croci che Dio ha imposto ai nobili è quella di incontrare gli snob.
Anch’io tuttavia, avendo a che fare con un nobile, non sono sereno come lo sono normalmente. Da plebeo tendenzialmente anarchico, temo d’avere a che fare con l’albagia ingiustificata del titolato e sono pronto a mordere. Ma avendo un grande rispetto per la tradizione, per la buona educazione e per la grandezza decaduta, ho tendenza ad inchinarmi dinanzi all’arciduca divenuto professore di liceo. Oggi è costretto a lavorare per vivere, ma nel corridoio della scuola lo omaggio più volentieri di quanto l’avrei fatto nel suo castello.
L’abolizione dei titoli nobiliari, a fine Settecento, ha avuto un suo senso. Ma lo stesso, da sanculotto, avrei trattato con tutto il rispetto possibile re Luigi XVI e Marie Antoinette, mentre erano detenuti nella Conciergerie. In questo campo il modello è Voltaire: un intellettuale incapace di stimare i nobili in quanto tali, ed anzi pronto a ridicolizzarli, ma rispettosissimo del loro mondo, cui addirittura rimpiangeva di non appartenere.
Anche quando sono persone intelligenti e di buon senso, i nobili hanno una vita difficile. Si trovano nella situazione di quei ragazzi che, figli di genitori famosi e stimatissimi, sanno di dover competere con l’handicap: se fanno miracoli, nessuno li applaude (“Buon sangue non mente”), se incolpevolmente sono come tutti, sono disprezzati perché “non all’altezza del padre”.
Il nobile fatuo, quello che sbandiera il suo titolo come una prova di superiorità, è soltanto un imbecille che ha la fortuna di non accorgersi di essere indegno dei suoi antenati. Ma il nobile dolorosamente cosciente del cambiamento storico che ha reso l’esser nobili una curiosità da rotocalco, è degno di solidarietà. È l’epigono di un mondo in cui il senso dell’onore e la fedeltà ai principi dovevano essere spinti fino al sacrificio della vita. Valori che oggi non hanno più corso legale e, come si direbbe in francese, “non nutrono il loro uomo”. E i nobili poveri, figure più tragiche che patetiche, possono essere visti come il conte Mascetti di “Amici Miei”.
Per comprendere il quadro nulla è più adeguato di colui che tutto ciò ha incarnato nel modo più completo: il poeta romantico Alfred de Vigny. Cosciente di essere un sopravvissuto del mondo prima della Révolution, e impettito nella sua dignità di aristocratico ormai fuori contesto, Vigny ha teorizzato l’inferiorità dell’uomo superiore, che ha rappresentato partendo dalle tre facce della sua personalità: il poeta, irriso da una società che lo considera inutile; il militare, cui la società chiede di morire per la patria e tuttavia disprezza; infine il nobile che, da una superiorità immeritata, prima della Révolution, è passato ad un’insignificanza cui può reagire soltanto aderendo alla propria dignità.
Questo grande poeta, giovane bellissimo, era un disadattato e aveva così spesso un’espressione di taciuto dolore e di malcelato disprezzo per il mondo, che gli amici un po’ lo irrisero definendolo: “Un angelo che ha bevuto aceto”.
Per l’uomo contemporaneo, spesso ignorante e prosaico, il concetto di onore è divenuto pressoché incomprensibile. Invece Montesquieu scriveva che, mentre la molla che regge la tirannia è la paura, il principio fondamentale che regge la monarchia è il sentimento dell’onore: la fedeltà al re da parte dei nobili, e il rispetto dei nobili da parte del re. Sembrano cose dell’altro mondo, ma stiamo parlando dell’Esprit des Lois, pubblicato a metà Settecento.
Fra i meriti dei nobili c’è anche il dovere dello stile. Una squisita e costante cortesia, il dovere di non far sfoggio né del proprio denaro né della propria cultura, infine il dovere di essere gradevoli e perfino divertenti in società. E soprattutto il Settecento, quello stesso di Montesquieu, ha fatto trionfare le virtù che hanno costituito il meglio del mondo moderno: la tolleranza, la cultura, l’amore del progresso. Quell’intelligenza con cui la nobiltà francese creò l’Illuminismo e si scavò la fossa. Ma che ci ha dato, ancora a secoli di distanza, la democrazia, la libertà di parola e il diritto ad essere laici.
La Rivoluzione Francese non l’hanno fatta tanto i fanatici plebei come Robespierre, quanto i salotti parigini, il nobile Montesquieu e l’irreligioso Voltaire. L’umanità ha ancora un debito, con loro.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
27 giugno 2017

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RENZI, LE LEPRI E IL CANE

Chi – come il sottoscritto – per tanti mesi ha attaccato “in solitario” Matteo Renzi, fino a farsi rimbeccare anche da alcuni amici, si trova oggi nell’imbarazzo di avere una compagnia troppo numerosa. Prima attaccava un gigante amato da tutti, oggi comincia ad avere la sensazione di sparare sulla Croce Rossa.
Il leone stava per morire e molti animali che in passato avevano avuto tanto da temere dal grande felino, vedendolo incapace di reagire, si vendicavano insultandolo e maltrattandolo. Alla fine persino l’asino si fece coraggio e gli diede un calcio. “Il calcio dell’asino” serve da ammonimento per chiunque abbia preoccupazioni di buon gusto. E infatti, se oggi parlerò ancora di Renzi, nel momento in cui è in grave difficoltà, sarà per trarre una lezione da questa vicenda.
Il bambino piccolo ha una doppia esperienza esistenziale: il contatto con i genitori e il contatto con i coetanei. Dai genitori avrà sempre protezione, carezze, perdono. Mentre dai coetanei riceverà il peggio dell’umanità: percosse, vessazioni e perfino atti di crudeltà di cui gli adulti si vergognerebbero. Infatti i bambini non hanno ancora una coscienza morale.
I genitori danno spesso ai piccoli una certezza d’impunità che gli altri bambini gli tolgono immediatamente. Addirittura, il ragazzino avrà modo di accorgersi che con i genitori a volte non era punito neanche se si comportava male, con gli altri bambini gli può capitare di essere maltrattato per semplice capriccio. È questa una delle ragioni per le quali i bambini devono assolutamente avere un contatto con i coetanei: perché soltanto questo contatto darà loro un’idea del rapporto col prossimo. E infatti crescono più maturi i figli delle famiglie numerose.
Bisogna smettere di prendere sul serio la mitologia buonista, per la quale trattando bene tutti, si è trattati bene da tutti; e la mitologia “cattivista”, per la quale tutti sono nemici e come tali vanno trattati. Nel primo caso si subirebbero molti danni, e nel secondo caso si finirebbe col mettersi nei guai.
Il rapporto col prossimo non si presta ad una regola predeterminata. Il buon senso vuole che si tenda la mano a tutti, ma essendo pronti a ritirarla se ci si accorge di avere sbagliato strada. E se la posizione di “default”, come si direbbe oggi, è quella della benevolenza e dell’apertura verso tutti, è perché essa è la più conveniente.
Bisogna assolutamente evitare di farsi troppi nemici. Perché nella realtà il numero conta. Un proverbio tedesco insegna che “Viele Hunde sind des Hasen Tod”, molti cani sono la morte della lepre. E tuttavia quel detto è troppo ottimista. Perché nella vita si potrebbe formulare anche un principio opposto: molte lepri sono la morte del cane. Si può essere battuti da un singolo avversario forte, ma si può essere battuti da molti avversari deboli se questi si coalizzano e si fanno forti del loro numero.
Non bisogna mai credersi tanto imbattibili da poter vincere contro tutti. Gli imperatori romani avevano un immenso potere, ma a partire da Nerone per molti di loro la cosa più difficile fu riuscire a morire nel loro letto.
La parabola di Renzi è un’umile riprova di tutto ciò. L’atteggiamento autoritario, arrogante, all’occasione irridente, è apparso da prima come il marchio dell’uomo forte, del condottiero rude ma vincente cui affidarsi e cui obbedire, in vista della vittoria. Ma ritardando la vittoria, ed aumentando il numero delle persone maltrattate, il rivoletto del rancore è andato ingrossandosi fino a divenire prima ruscello, e poi torrente in piena. Devastante e irresistibile.
Che Renzi abbia grandi colpe o no, che la reazione contro di lui sia giustificata o no, la conclusione non cambia. Qui non si tratta di assegnare torti e ragioni. Si tratta di constatare che le regole del comportamento non sono imposte dalla buona creanza o dalla morale, ma dall’interesse. Non bisogna rendersi odiosi, nemmeno se si è forti, e nemmeno se si ha ragione. La vera giustificazione dell’atteggiamento amichevole, del sorriso e della mano tesa, è che ogni altro atteggiamento non paga.
La morale non ha bisogno dell’imperativo categorico di Kant. Il più grande motivo, per comportarsi bene nella vita, è che a conti fatti è utile.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
28 giugno 2017

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LE DISUGUAGLIANZE ECONOMICHE

È nozione corrente che negli ultimi anni siano grandemente aumentate le disuguaglianze economiche, tanto che il fenomeno potrebbe essere la causa di quella “rabbia” che, in tanti Paesi, sembra avere avuto sorprendenti effetti politici. Si pensi all’elezione di Donald Trump a Presidente degli Stati Uniti e alla Brexit, all’esistenza del M5s in Italia e alla liquefazione dei partiti tradizionali in Francia. Naturalmente, il problema di tutti verte sul modo di eliminare quelle disuguaglianze, o almeno di riportarle ad un livello accettabile.
Certi episodi sono emblematici. A Fabio Fazio si offre un contratto per cinque anni, al modico prezzo di 2,2 milioni di euro l’anno. Per un totale di undici milioni. Qualcuno giustifica quel megacompenso con l’eccellente motivazione che quell’uomo rende più di quanto costa. E – per una televisione commerciale – la spiegazione sarebbe perfetta. Ma molta gente pone un problema diverso, non di ordine economico: è accettabile, moralmente, quel contratto?
È giusto che un padre di famiglia debba sgobbare per almeno otto ore al giorno, facendo cose più utili per l’umanità – per esempio produrre cibo – che chiacchierare e far chiacchierare qualcuno dinanzi a un paio di telecamere, per poi ricevere una paga che neanche gli basta per mantenere la sua famiglia? È giusto che qualcuno guadagni in un anno quello che quel padre di famiglia non guadagnerà nemmeno in quaranta o cinquant’anni di lavoro?
Anch’io, come reddito, avrei diritto di far parte della schiera degli scontenti. E la cosa mi verrebbe facile, perché Fazio mi è antipatico e per giunta è di sinistra. E invece ho mille dubbi.
Per cominciare, si può essere scontenti, e non per questo avere rivendicazioni da far valere. Si può imprecare per la siccità, ma se non piove non c’è con chi prendersela. E poi, dal momento che gli uomini sono tutti diversi, la prima “ingiustizia” la commette la natura. Se un negoziante è simpatico, ha una grande quantità di clienti, e guadagna molto; il negoziante scorbutico a chi può ricorrere se, pur vendendo la stessa merce allo stesso prezzo, guadagna poco?
Nella Pubblica Amministrazione, e nelle grandi imprese, identiche prestazioni sono remunerate in modo identico. Una diversa disposizione sembrerebbe iniqua. E tuttavia, siamo sinceri, i servizi sono identici? Ricordo un’impiegata delle poste nota nel quartiere perché non era semplicemente veloce, era addirittura frenetica. Dovendo riporre le monetine le lanciava nel cassetto senza nemmeno guardare, per non distogliere lo sguardo da ciò che stava facendo. Il suo rendimento era il doppio di quello delle altre impiegate ma il salario era identico, naturalmente. Lo stesso vale per i professori il cui valore reale va almeno da uno a dieci, ma lo stipendio è sempre quello. Anche per gli scansafatiche che non vanno ad insegnare perché quel giorno “non si sentono”, “forse hanno un raffreddore”, e comunque “il tempo è pessimo”. Dunque alla protesta per le disuguaglianze salariali bisognerebbe accoppiare la protesta per le uguaglianze salariali.
La riprova si ha dove regna la libertà. Che un parrucchiere sia praticamente ricco o non arrivi alla fine del mese, non lo decide il Ministero: lo decidono le clienti. E la conclusione è semplice: le disuguaglianze naturali sono ineliminabili e, in teoria, giustificano diversi redditi. Lo ammetteva persino quel fanatico utopista di Jean-Jacques Rousseau. Ma c’è di più. Quando le disparità sono state viste come immorali, e si è imposta la più spietata uguaglianza, si pensi alla Cina di Mao Tse Tung, tutti portavano la stessa tutina, ma molti poi morivano di fame. Mentre, nella Cina divenuta capitalista, l’uguaglianza non c’è più, ma il cibo non è un problema e tutti guadagnano chissà quanto volte ciò che guadagnavano allora.
Per quanto riguarda la mentalità italiana, l’errore l’ha commesso la Costituzione, la quale ha assurdamente legato il salario alla dignità del lavoratore e al suo livello di vita. Ovviamente quella predicazione ha illuso molta gente, mentre la realtà non ha mai preso sul serio quella predica.
Che il grande artista, il grande architetto, il grande sportivo guadagnino quello che riescono ad ottenere. La loro ricchezza è “immorale” quanto è immorale la differenza naturale che li fa tanto apprezzare. Una volta lo zar fu scandalizzato dal compenso che gli chiedeva un tenore e gli disse, stizzito: “Non pago tanto nemmeno i miei generali”. “E allora, gli rispose l’impertinente. faccia cantare i suoi generali”.
Ma sono umano anch’io, e mi consola l’idea di come il fisco rapinerà Fabio Fazio. Ve l’ho detto che mi è antipatico.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
26 giugno 2017

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