22/02/2012

IL PD NELLA PADELLAO NELLA BRACE

Il governo-senza-Berlusconi è stato invocato per anni da tutte le forze d’opposizione. Lo scopo è stato evidentemente quello di liberarsi dell’ingombrante Cavaliere, ma per “vendere” la proposta al grande pubblico è stato necessario sostenere che il governo in carica non fosse in grado di guidare il Paese, mentre un governo di competenti “avrebbe saputo che cosa fare”.

Da queste parole, “avrebbe saputo che cosa fare”, derivano parecchie conseguenze. In primo luogo, l’affermazione presuppone che non esista la politica (la cui caratteristica è la legittima discussione e lo scontro aperto sulle cose da fare) ma un’obiettiva identificazione delle necessità e delle priorità del Paese che solo i cretini e i fanatici – cioè quelli del partito avverso -  possono negare. Una conseguenza ulteriore è che in questa ottica il “governo dei tecnici” - non essendo legato a un partito, ai suoi pregiudizi e alle sue necessità elettorali - per ciò stesso non potrà che fare il vero bene del Paese. Dunque chiunque si dovesse mettere di traverso sulla sua strada sarebbe inevitabilmente visto come un fanatico, un rinnegato e un traditore. Sono passaggi logici assolutamente ineludibili. 

Proprio con la motivazione della natura salvifica e infallibile del “governo dei tecnici” i due massimi partiti italiani hanno accettato di farsi da parte e fino ad ora l’ossimoro governativo è andato avanti. Ma ecco che si profila un ostacolo capace di mandare all’aria questa bella costruzione fantastica. 

Come è noto, il governo Monti, estremamente preoccupato della crisi economica dell’Italia, riguardo alle decisioni da prendere si è molto appoggiato alle autorità europee. In cambio ha offerto sia provvedimenti di austerity  sia la riforma del mercato del lavoro e alcune liberalizzazioni. La prima parte è andata liscia, perché la sinistra è stata da sempre, in Italia come altrove, il “partito delle tasse”, e perché la destra non ha temuto un’impopolarità che casomai si scaricava sul governo. Ora si è passati alla seconda parte, si parla in particolare dell’art.18 dello Statuto dei Lavoratori, e sono dolori. La Fiom promette scioperi generali, la Cgil si è messa risolutamente di traverso e il Pd non se la sente di dissociarsi sia dal suo sindacato di riferimento sia da una buona parte della sua base elettorale. Il segretario Bersani a questo punto ha pubblicamente e solennemente affermato che il suo partito non accetterà supinamente le decisioni del governo ma valuterà le sue proposte e dopo deciderà.

Bello, se fosse così. In realtà, chiedendo a lungo “il governo dei tecnici”, il Pd ne ha con ciò stesso certificato l’ “infallibilità”. Inoltre, votando l’investitura al governo Monti, ha dichiarato di avere fiducia nella sua azione non politica, attenzione, ma tecnica. E come nessuno si sognerebbe di discutere il modo in cui opererà il chirurgo cui si è affidato, nello stesso modo nessuno può discutere l’azione economica di un governo formato da altissimi competenti. Se la sinistra obietterà che quelle norme del governo sono “sbagliate e ingiuste”, smentirà se stessa quando chiedeva il “governo dei tecnici”. Una designazione che si continuerà a mettere fra virgolette perché né una politica né un governo potranno mai essere “tecnici”.

Ora tutto dipende dalla fermezza di Monti. Se manterrà o no ciò che ha promesso, cioè la proposta della riforma del lavoro “con o senza l’accordo dei sindacati”, magari ponendo la questione di fiducia per evitare agguati. Perché se sarà senza l’accordo dei sindacati – come è ragionevole prevedere – il Pd dovrà scegliere tra rompere con la Cgil e con buona parte di un elettorato cui ha parlato per decenni dell’art.18 come del Santissimo Sacramento oppure rompere col governo. Pur sapendo che facendolo cadere sarà accusato di essere “un fanatico, un rinnegato e un traditore” e di avere impedito che il “governo dei tecnici” (sempre naturalmente infallibile) facesse il bene del Paese. Berlusconi e i suoi amici, che per la riforma del mercato del lavoro sono sempre stati, grideranno alto e forte che la sinistra non voleva un governo che facesse il bene della nazione, ma un governo che obbedisse alla Cgil. Sarà demagogia, ma rischierà di essere vincente. Senza dire che in occasione di quel voto il Pd potrebbe anche spaccarsi.

Bersani dovrebbe esprimersi con minore sussiego. Quello che lo aspetta, sempre che Monti mantenga la parola, è la scelta fra la padella e la brace. 

La destra normalmente è realistica e pragmatica, e questo è in linea con la ragione. La sinistra al contrario è idealistica e non “ragionieristica”, dunque non raramente irragionevole, se pure con le migliori intenzioni. Accettando “il governo dei tecnici” la destra non solo si è scaricata dal peso dell’impopolarità dei provvedimenti necessari, ma ha potuto aspettarsi leggi e decreti in linea con la propria politica. Insomma Berlusconi avrebbe furbescamente ceduto il passo a un governo amico, mentre Bersani ha aperto le porte a un cavallo di Troia. Alle prossime elezioni potrebbe pagarla più cara di quanto non pensi. Il fatto che nel Pd se ne accorgano solo ora non depone a favore della loro lungimiranza.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

22 febbraio 2012

 

Commenti

Sempre lucide le sue analisi. Che invidia che ho! Io in queste elucubrazioni mi ingarbuglio sempre. La prego di continuare a scrivere ed anche di aiutarmi a riflettere.
Con simpatia

Scritto da: Previtali Roberto | 23/02/2012

Caro Gianni
D’accordissimo con il sig. Previtali e con l’analisi fatta. A me sembra che il profilo basso tenuto dal cavaliere assomigli sempre più a quel cinese che aspettava sulla riva del fiume il passaggio del suo nemico. Bersani in questo frangente dimostrerà di che stoffa è fatto perché è impossibile che possa destreggiarsi sul filo del giocoliere.

Scritto da: Ivana | 23/02/2012

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