21/02/2012

FORSE LA CIVILTA' SI È FERMATA

La crisi attuale potrebbe dipendere da un modello sociale arrivato ad un punto di svolta. Essa riguarda in primo luogo l’Europa e gli Stati più avanzati, ma anche i Paesi in via di sviluppo, o addirittura arrivati al livello di seria concorrenza (Cina), si avviano ad un modello sociale non dissimile dal nostro. Dunque forse la crisi è mondiale. Anche se da noi colpisce al presente, negli altri Paesi potrebbe colpire in futuro: il percorso sembra lo stesso. 

Immaginiamo un grande carro trainato da un solo cavallo e guidato da un conducente di buon cuore. Quando questi vede una vecchietta che fatica ad andare avanti, le offre un passaggio. E lo stesso fa con dei bambini che i loro genitori sono stanchi di portare in braccio. E poi fa anche salire i genitori, perché anch’essi non ce la fanno più. Spinto dal suo buon cuore finisce col riempire ogni spazio, sul carro, e il cavallo, se pure sudando e puntando gli zoccoli sulle asperità della strada, riesce ad andare avanti. Ma tutto cambia alla prima salita: malgrado i suoi sforzi il cavallo è costretto a fermarsi, e lo stesso carrettiere non sa più che cosa fare. Sarebbe inutile frustare la povera bestia, anche se qualcuno di coloro che sono sul carro glielo consiglia caldamente, perché il cavallo è esausto e ha già dato tutto quello che poteva dare. L’unica soluzione sarebbe quella di far scendere un po’ di gente dal carro, o magari tutta, almeno fino al sommo della salita. Ma non è cosa facile: le ragioni che hanno indotto il carrettiere a prendere a bordo tutti quei bisognosi sono ancora tutte valide. La vecchina non è certo ringiovanita, anche se ora è riposata, i bambini non sono cresciuti, e tutte le ragioni umane che hanno consigliato quel carico sono presenti. Certo, il carro del collega che non ha raccolto nessuno o quasi si allontana allegramente, scalando la collina, ma si può prendere esempio da un uomo senza cuore?

La parabola deve fermarsi qui perché qui si sono fermate le nostre società.

La rivoluzione industriale e tecnologica ha reso alcuni Paesi così prosperi che il livello della pietà si è di molto innalzato. La bontà infatti presuppone un certo livello di disponibilità: nessuno nutre gli affamati se corre il rischio di non poter nutrire i propri figli. Dunque la prosperità ha indotto le società ad offrire l’istruzione gratuita a tutti, una pensione di vecchiaia anche a chi non si era mai assicurato, l’assistenza sanitaria a chi mai aveva pensato a procurarsene una, e il pronto soccorso a tutti e comunque. Nel corso dei decenni un’umanità sempre più ricca e sempre più morale è come se si fosse chiesta: “E quest’altra buona causa non merita forse l’intervento dello Stato?” Rispondendosi invariabilmente di sì.

Il risultato è uno Stato elefantiaco dalle spese elefantiache. All’inizio è sembrato che non ci fosse nulla da temere perché il cavallo, non che rallentare, accelerava e il prodotto interno lordo cresceva gagliardamente. Poi la strada è stata un po’ meno in pianura, e gli Stati da prima hanno fatto fronte alla nuova difficoltà contraendo dei debiti, infine la strada è divenuta improvvisamente in salita, è stato impossibile contrarre nuovi debiti, e il carro si è fermato, Anzi, ha cominciato ad andare indietro, un fenomeno che gli economisti chiamano “recessione”.

E qui si pone il dramma attuale degli Stati. Non solo essi si sono caricati di troppi pesi, ma l’hanno fatto spinti da principi indefettibili. E nel momento in cui la prosecuzione del viaggio è condizionata dal far scendere qualcuno, inevitabilmente questo provvedimento è visto come immorale. Quella spesa, quella provvidenza, quella guarentigia, quel sussidio furono adottati per motivi etici e il popolo li reputa intoccabili. 

Ecco lo stallo attuale. Non solo i Paesi ricchi non sono più i monopolisti dell’industria sviluppata, non solo il progresso economico mondiale ha subito un rallentamento, ma l’avere caricato il loro modello sociale di troppi pesi li ha resi non competitivi. E tuttavia essi quel modello sociale non possono cambiarlo. Come dice giustamente la signora Camusso, l’art.18 dello Statuto dei Lavoratori, in Italia, è “una norma di civiltà”. 

Il problema è sapere se questa “civiltà” non contenga qualche errore.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

21 febbraio 2012

 

Commenti

parabola esemplare anche sul piano letterario: complimenti!
Lei si chiede se siamo alla fine di un ciclo storico per la "civiltà" che conosciamo e che abbiamo costruito
corsi e ricorsi, certamente, ma a me sembra l'occasione per "riprezzare" tutte le attività umane; la crisi secondo me ci costringerà a demitizzare il Pil e quel Padre-padrone che chiamiamo Stato e ne potremo uscire "tarando" diversamente i costi e i ricavi
assistiamo dubbiosi ai balletti di tutte le categorie che siamo abituati a considerare "abbienti" che si stracciano le vesti per la paura di finire in miseria (ovviamemnte simulata) ma per seguire veramente l'iter dei costi reali della merce prodotta basta andare in qualsiasi mercatino per constatare che un capo di vestiario, ad esempio, reca almeno tre prezzi: di boutique (3-400 €), di outlet (150-200 €) e di stock (50-60 €) per poi finire il ciclo sulla bancarella a 5 o 10 euro
quindi da questo semplice esempio si possono trarre auspici per future "tarature" anche dei costi "sociali" che sembrano incomprimibili perché colorati di "motivazioni etiche" che per loro natura non dovrebbero essere "negoziabili"
quello che dovrà sempre più divenire negoziabile non sarà il concetto se l'art.18 sia un simbolo di civiltà ma se i prodotti del lavoro siano commerciabili (unica loro giustificazione) per non perpetuare all'infinito quel perverso andazzo che non si possano dismettere attività in perdita solo per motivi politici e sociali (in certe zone, addirittura, di ordine pubblico)
l'art. 18 non solo "contiene errori" ma anche ingiustizia dal momento che, essendo gabellato come diritto, dovrebbe essere esteso a tutti senza discriminazione per le piccole imprese con meno dei fatidici 15 addetti!
chi stabilisce (con quale senso e quale diritto, se non l'arbitrio) che il n.° 15 sia il limite della "civiltà"?

Scritto da: oude | 21/02/2012

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