A CHE SERVE IL DIRETTORE D’ORCHESTRA

l destinatario di questo articolo è l’incompetente. Per così dire, il ragazzo che fui. Quello che si chiedeva perché, a fine esecuzione, si acclamasse tanto l’unico che non aveva suonato.
Quando sono in molti a cantare o suonare, il primo problema è quello di farlo in modo coerente. Negli stadi, se il pubblico tenta di cantare l’inno nazionale, il risultato è pietoso: perché quando la curva nord è arrivata ad una certa parola, la curva sud deve ancora arrivarci o l’ha già superata. Il sincronismo è tutt’altro che automatico. Chi fa musica sente in primo luogo il suono che produce e il sincronismo si può ottenere soltanto per via ottica, non acustica. Infatti questa funzione è assolta, per così dire, da metà del direttore: il suo braccio destro indica continuamente il ritmo da seguire e gli esecutori vi si conformano. Essi non possono distogliere lo sguardo dalle note scritte sul loro spartito, e la funzione della bacchetta è proprio quella di rendere ancor più evidenti le indicazioni del maestro.
Ma la funzione di metronomo potrebbe essere assicurata da un qualunque musicista. La vera funzione della direzione d’orchestra è tutt’altra. Basti pensare che la stessa canzone appare diversa, se è eseguita da due cantanti diversi. Nello stesso modo l’opera strumentale può apparire più o meno bella secondo che si sottolinei una linea melodica o un’altra, secondo che si mettano in evidenza alcuni strumenti piuttosto che altri, secondo che prevalga il tono dolente o il tono aggressivo. Insomma tutte quelle sfumature che l’orecchio può percepire ma che non possono essere contenute nello spartito, o che gli orchestrali hanno trascurato.
Il direttore è colui che assicura all’esecuzione una data “espressione”. Il compositore ha scritto “crescendo”, ma quanto bisogna aumentare il volume? E chi suona uno strumento molto sonoro come gli ottoni, se c’è un momento in cui è prescritto il “forte”, deve strombazzare fino a prevalere sull’intera orchestra o deve lasciare spazio agli strumenti meno sonori? Quell’interpretazione personale che il cantante dà ad una canzone, il maestro la dà all’orchestra, correggendo gli errori dei singoli esecutori, dando loro precise indicazioni su ogni passaggio, e imponendo la sua interpretazione dell’opera. Il direttore tratta l’intera orchestra come il pianista tratta i singoli tasti del suo pianoforte. È per questa ragione che gli orchestrali sono tenuti ad obbedirgli senza discutere: perché il risultato finale è merito o demerito suo. Comanda “a bacchetta”, ma è anche l’unico responsabile del risultato finale.
Le differenze fra le esecuzioni dei vari direttori sono a volte evidentissime. Wilhelm Furtwängler, a metà del secolo scorso, era famoso per la solenne lentezza delle sue esecuzioni, mentre Toscanini si caratterizzò per la severa fedeltà al testo musicale al limite della freddezza. In generale tuttavia, per quanto riguarda i grandi direttori, soltanto i veri appassionati di musica classica sono capaci di notare delle differenze. L’esecuzione di una sinfonia di Mozart, per esempio, affidata ad un certo direttore, può sapere di adempimento amministrativo, mentre se era affidata a Nikolaus Harnoncourt raggiungeva cristalline ed entusiasmanti vette di indimenticabile bellezza. Fino ad avere la sensazione di scoprire in essa dei tesori che prima avevamo trascurato.
Il vero, grande lavoro del direttore d’orchestra, non è quello che si vede sul palco: è quello che avviene prima, durante le prove. È in quel momento che egli dà le sue indicazioni agli orchestrarli. Al bisogno facendo ripetere quattro, cinque, sei volte lo stesso passaggio, finché il risultato non è quello voluto.
Al momento dell’esecuzione è troppo tardi, per correggere qualcosa. Dinanzi al pubblico, mentre la bacchetta continua a scandire il tempo, è la mano sinistra che ricorda ciò che si era concordato. Spesso anzi è tutto il corpo (si pensi a un direttore vulcanico come Leonard Bernstein) che mima l’interpretazione richiesta.
La mano destra indica il ritmo, la mano sinistra l’espressione, e siamo al livello della più alta specializzazione dell’umanità. Una sinfonia di Beethoven, di Brahms, di Mahler, sono costruzioni tanto complesse, che si rimane strabiliati dinanzi al cervello che riesce a concepirle, per giunta astrattamente, nel silenzio di una stanza. Il compositore infatti non ha certo un’orchestra per vedere “come sta venendo” la sua musica. La meraviglia per il fatto che Beethoven abbia composto la Nona Sinfonia mentre era completamente sordo è fuor di luogo.Tutti i compositori di musica sinfonica e da camera scrivono come se fossero sordi. Prodezze inconcepibili per l’uomo normale.
Coloro che dicono d’amare la musica classica perché sono abbonati ai concerti confondono arte e mondanità. Per i veri appassionati, la musica è un tale godimento da non poterne fare a meno, pressoché quotidianamente. E in questo senso somiglia alla droga. Incluse le crisi di astinenza.
Gianni Pardo,
pardonuovo.myblog.it
3 luglio 2017

A CHE SERVE IL DIRETTORE D’ORCHESTRAultima modifica: 2017-07-03T17:08:41+00:00da gianni.pardo
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3 risposte a A CHE SERVE IL DIRETTORE D’ORCHESTRA

  1. Eduardo scrive:

    I grandi direttori d’orchestra in prova ( sottotitolato in italiano ).
    Carlos Kleiber – Johann Strauss – Il pipistrello ouverture

    https://www.youtube.com/watch?v=-Dy-nGnPSaE&list=RD-Dy-nGnPSaE#t=440

    Buon divertimento.

  2. Bello e interessante il rehersal di Carlos Kleiber, grazie Eduardo.
    Caro Gianni, ho notato tra i sommi direttori che Lei cita (Furtwaengler, Bernstein, Toscanini, Harnoncourt) l’assenza del mio preferito, Herbert von Karajan. E passando ad un Suo articolo della settimana scorsa, nel quale Lei tacciava Franz Liszt di scarsa musicalita’, a questo punto vorrei proporle l’ascolto di un connubio tra i due, e precisamente “I Preludi”: https://www.youtube.com/watch?v=4pqrPjMiUXo, e chiaramente ne gradirei il Suo parere.

  3. Giorgio Benussi scrive:

    Caro professor Pardo, di Harnoncourt ho ancora nel cuore il Vespro della Beata Vergine di Monteverdi, edizione Das Alte Werk. Grazie di avermelo richiamato alla memoria.
    Giorgio Benussi

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