LE DISUGUAGLIANZE ECONOMICHE

È nozione corrente che negli ultimi anni siano grandemente aumentate le disuguaglianze economiche, tanto che il fenomeno potrebbe essere la causa di quella “rabbia” che, in tanti Paesi, sembra avere avuto sorprendenti effetti politici. Si pensi all’elezione di Donald Trump a Presidente degli Stati Uniti e alla Brexit, all’esistenza del M5s in Italia e alla liquefazione dei partiti tradizionali in Francia. Naturalmente, il problema di tutti verte sul modo di eliminare quelle disuguaglianze, o almeno di riportarle ad un livello accettabile.
Certi episodi sono emblematici. A Fabio Fazio si offre un contratto per cinque anni, al modico prezzo di 2,2 milioni di euro l’anno. Per un totale di undici milioni. Qualcuno giustifica quel megacompenso con l’eccellente motivazione che quell’uomo rende più di quanto costa. E – per una televisione commerciale – la spiegazione sarebbe perfetta. Ma molta gente pone un problema diverso, non di ordine economico: è accettabile, moralmente, quel contratto?
È giusto che un padre di famiglia debba sgobbare per almeno otto ore al giorno, facendo cose più utili per l’umanità – per esempio produrre cibo – che chiacchierare e far chiacchierare qualcuno dinanzi a un paio di telecamere, per poi ricevere una paga che neanche gli basta per mantenere la sua famiglia? È giusto che qualcuno guadagni in un anno quello che quel padre di famiglia non guadagnerà nemmeno in quaranta o cinquant’anni di lavoro?
Anch’io, come reddito, avrei diritto di far parte della schiera degli scontenti. E la cosa mi verrebbe facile, perché Fazio mi è antipatico e per giunta è di sinistra. E invece ho mille dubbi.
Per cominciare, si può essere scontenti, e non per questo avere rivendicazioni da far valere. Si può imprecare per la siccità, ma se non piove non c’è con chi prendersela. E poi, dal momento che gli uomini sono tutti diversi, la prima “ingiustizia” la commette la natura. Se un negoziante è simpatico, ha una grande quantità di clienti, e guadagna molto; il negoziante scorbutico a chi può ricorrere se, pur vendendo la stessa merce allo stesso prezzo, guadagna poco?
Nella Pubblica Amministrazione, e nelle grandi imprese, identiche prestazioni sono remunerate in modo identico. Una diversa disposizione sembrerebbe iniqua. E tuttavia, siamo sinceri, i servizi sono identici? Ricordo un’impiegata delle poste nota nel quartiere perché non era semplicemente veloce, era addirittura frenetica. Dovendo riporre le monetine le lanciava nel cassetto senza nemmeno guardare, per non distogliere lo sguardo da ciò che stava facendo. Il suo rendimento era il doppio di quello delle altre impiegate ma il salario era identico, naturalmente. Lo stesso vale per i professori il cui valore reale va almeno da uno a dieci, ma lo stipendio è sempre quello. Anche per gli scansafatiche che non vanno ad insegnare perché quel giorno “non si sentono”, “forse hanno un raffreddore”, e comunque “il tempo è pessimo”. Dunque alla protesta per le disuguaglianze salariali bisognerebbe accoppiare la protesta per le uguaglianze salariali.
La riprova si ha dove regna la libertà. Che un parrucchiere sia praticamente ricco o non arrivi alla fine del mese, non lo decide il Ministero: lo decidono le clienti. E la conclusione è semplice: le disuguaglianze naturali sono ineliminabili e, in teoria, giustificano diversi redditi. Lo ammetteva persino quel fanatico utopista di Jean-Jacques Rousseau. Ma c’è di più. Quando le disparità sono state viste come immorali, e si è imposta la più spietata uguaglianza, si pensi alla Cina di Mao Tse Tung, tutti portavano la stessa tutina, ma molti poi morivano di fame. Mentre, nella Cina divenuta capitalista, l’uguaglianza non c’è più, ma il cibo non è un problema e tutti guadagnano chissà quanto volte ciò che guadagnavano allora.
Per quanto riguarda la mentalità italiana, l’errore l’ha commesso la Costituzione, la quale ha assurdamente legato il salario alla dignità del lavoratore e al suo livello di vita. Ovviamente quella predicazione ha illuso molta gente, mentre la realtà non ha mai preso sul serio quella predica.
Che il grande artista, il grande architetto, il grande sportivo guadagnino quello che riescono ad ottenere. La loro ricchezza è “immorale” quanto è immorale la differenza naturale che li fa tanto apprezzare. Una volta lo zar fu scandalizzato dal compenso che gli chiedeva un tenore e gli disse, stizzito: “Non pago tanto nemmeno i miei generali”. “E allora, gli rispose l’impertinente. faccia cantare i suoi generali”.
Ma sono umano anch’io, e mi consola l’idea di come il fisco rapinerà Fabio Fazio. Ve l’ho detto che mi è antipatico.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
26 giugno 2017

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GEWISSEN

Le parole hanno echi diversi nei diversi Paesi. Si pensi a “ricco” e a “povero”: queste qualificazioni richiamano in mente concetti diversi se stiamo parlando di Belgravia, a Londra, o di una comunità Masai, in Kenia. Analogamente per “tempesta di mare”, la reazione sarà diversa per chi ne ha vissute più d’una e chi non ha mai visto il mare di presenza. E lo stesso vale anche per i concetti astratti. La parola coscienza, in italiano, ha innanzi tutto un significato medico, ed è il contrario di incoscienza. Mentre in tedesco Gewissen ha probabilmente il significato di “valutazione morale di sé”, forse in conseguenza del fatto che in quel Paese ha trionfato il Protestantesimo. Una fede che non ha la confessione ed obbliga ognuno ad essere il giudice di sé. Col Gewissen (che per giunta in tedesco è neutro), se sappiamo di avere sbagliato, non c’è scampo. Che questa analisi sia valida o no, è certo che mentre molti tedeschi si dibattono fra “schlechtes Gewissen”, mala coscienza, e “reines Gewissen”, coscienza pura, noi di solito ci perdoniamo più facilmente.
Cionondimeno, non è che la pressione sociale da noi sia del tutto assente. Gli altri ci perdonano di copiare agli esami, ma non di maltrattare nostra madre. Di imbrogliare il fisco, ma non di rubare qualcosa al vicino di casa. Anche per noi, come per qualunque essere umano, si pone il problema della mala coscienza. E tuttavia, prima di obbedire, è forse lecito chiedersi quanto sia valido l’ “imperativo categorico” di Kant. Un imperativo che, più umilmente, potrebbe essere l’insieme dei principi instillati dal condizionamento.
Teoricamente, un cattolico non ha la libertà di emettere questo giudizio. Se ha accettato che un altro, con la confessione e l’assoluzione, lo liberi dal peso della mala coscienza, poi dovrà accettare il giudizio del sacerdote, nel caso gli neghi quell’assoluzione. Viceversa il miscredente e il protestante sono loro stessi i giudici della loro colpa e, se reputano di avere agito bene, hanno il diritto di rigettare i rimorsi a quel punto ingiustificati. Devono assolversi e devono continuare a comportarsi come prima. Perché sono i titolari della loro morale.
Purtroppo, corrispondentemente, dovrebbero porsi il problema di evitare quel comportamento che la loro società approva, e ricompensa con la “buona coscienza” corrente, ma che loro stessi reputano immorale o, più semplicemente, irrazionale. Non è problema da poco.
Abbiamo tutti il dovere di umanità e dovremmo sentirci obbligati a soccorrere tutti i bambini poveri e affamati. E infatti la maggior parte delle persone si libera da questo dovere versando un paio di euro al mese a qualche (magari sedicente) organizzazione caritatevole. Ma è un modo di comprarsi una buona coscienza a basso prezzo. Ecco la domanda seria: facciamo l’ipotesi che non si tratti di un bambino astratto in un Paese lontano, ma di un bambino presente, che avrebbe bisogno di essere adottato: lo faremmo? Io non lo farei. Dovrei avere mala coscienza?
A mio parere no. Innanzi tutto, non potrei accudirlo adeguatamente. Poi devo essere realista: quel bambino lo vedo, ma non vedo i milioni di altri che sono nella medesima condizione. In altri termini, devo vivere questo episodio come un’occasione di contatto col male del mondo, un male contro il quale non ho nessun rimedio.
L’obiezione di molte persone è: non puoi salvare tutti i bambini, ma fai il possibile, dai il tuo obolo. A parte il rischio di darlo a dei profittatori, c’è troppa sproporzione tra il problema e il rimedio. Quello giusto è in radice: i genitori non dovrebbero mai mettere al mondo i bambini che non sono poi in grado di nutrire ed educare. Sono quei genitori, i responsabili delle sofferenze dei loro figli, non io. Con l’obolo otterrei la buona coscienza, ma quella posso averla anche gratis. Una goccia d’acqua per l’assetato è meglio di niente, ma se stava per morire di sete morirà lo stesso.
La realtà è ineludibile. Quando la nostra Costituzione ha assicurato a tutti l’asilo politico, pensava che questi “tutti” sarebbero stati una decina, al massimo un centinaio di piccoli Mazzini. Ma è realistico promettere ospitalità a tutti i cittadini che vivono sotto governi dittatoriali o comunque miserabili e oppressivi? Sono decine, anzi centinaia di milioni di persone.
Ci sono promesse che è meglio non fare. I gatti sono bestiole deliziose. Ma chi ha in casa una coppia di gatti, se non li sterilizza o non fa sopprimere i piccoli nati, nel giro di qualche anno avrà centinaia e centinaia di gatti. Quei felini hanno il diritto di vivere e il diritto alla loro vita sessuale, ma in una casa di città o sono sterilizzati o i loro figli avranno un brutto incidente poco dopo la nascita. Non c’è altra soluzione.
Salvo i dettati del codice penale, il miscredente deve adempiere i doveri che reputa giusti e non adempiere quelli che reputa sbagliati. Checché ne dica la società.
Gianni Pardo,
pardonuovo.myblog.it
25 giugno 2017
giugno 2017

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PER FATTO PERSONALE

Essendo stato accusato di pregiudizio negativo su Matteo Renzi, e avendo ancora recentemente io sostenuto che quell’uomo ha grandissime qualità di politico, salvo darsi la zappa sui piedi sul piano umano, mi permetto d’invocare, a mia discolpa, la testimonianza di Romano Prodi. Nell’articolo a firma Massimo Franco, sul Corriere della Sera del 24 giugno, il Professore ha detto: “A bloccare tutto [in materia di accordi nel centrosinistra] sono i veti personali: tantissimi sono contro Matteo Renzi. Ma anche quelli di Renzi contro altri”. E Franco, commentando queste parole, parla di “Muri costruiti sulle macerie di rapporti umani”.
Ho sempre sostenuto che la mancanza di scrupoli, la spietatezza, e perfino l’insufficienza di scrupoli morali, sono le qualità del grande politico. Ma ho anche sostenuto che non bisogna esagerare, e soprattutto che non bisogna farlo notare. Renzi ha completamente sbagliato la misura. E questo quasi annulla le sue qualità di politico se, pur di non seguirlo, la sinistra preferisce sfasciarsi.
Gianni Pardo,
pardonuovo.myblog.it
giugno 2017

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I VACCINI E LA SOCIETA’

Non sono competente in vaccini. Dunque – immagino – per molta gente non sarei qualificato a parlarne. Ma sembra un’obiezione debole. Non sono un veterinario, ma mi credo in diritto di dire che lo zucchero fa male ai cani, anche se ne sono golosissimi. E dico anche che il fumo aumenta le probabilità di cancro al polmone, pur senza essere un oncologo. I dati scientifici possono essere utilizzati anche da chi non è un professionista del ramo. Del resto, gli stessi scienziati non sono tali in tutti i campi: l’oncologo, per quanto riguarda l’astronomia, è ignorante quanto gli altri.
I vaccini sono efficaci contro le malattie e i loro eventuali rischi sono di gran lunga inferiori alla loro utilità. Questi i dati scientifici incontrovertibili. Solo dal punto di vista sociologico può essere interessante chiedersi come sia potuta nascere la strana moda di diffidare dei vaccini, al punto da negarli ai propri figli. Mettendo in pericolo sia loro sia i figli degli altri.
Ovviamente, le ragioni dei genitori anti-vaccini non possono essere che di origine sociale, derivando cioè dagli allarmismi più fantasiosi, dalle baggianate più conclamate, dai sentimenti più diffusi. Dalla temperie del tempo, insomma. Ed è questa temperie che val la pena di esaminare.
La scienza è stata bloccata per secoli dalla stima che si ebbe di Aristotele. La sua opinione prevaleva sull’osservazione della realtà e sull’esperimento. “Ipse dixit”, l’ha detto lo stesso Aristotele: e tanto bastava. Il “principio d’autorità” è stato usato per secoli anche dalla Chiesa, per dimostrare cose per le quali non si avevano sufficienti prove. Allo studente si diceva: “Se quella è l’opinione di tanti saggi del passato, chi sei tu per pensarla diversamente?”
Poi si è passati dalla monarchia assoluta alla democrazia, e l’art.1 della Costituzione Italiana proclama: “La sovranità appartiene al popolo”. La sovranità, però, non l’autorità in tutti i campi: il popolo può decidere chi deve andare al governo, ma non può decidere la validità del Teorema di Pitagora. E questo è il grande equivoco dell’epoca contemporanea.
Per secoli si è preso troppo sul serio il principio d’autorità, oggi l’autorità è guardata con sospetto. Si teme sia collusa col potere politico o col potere economico, e in ogni caso che serva piuttosto l’interesse di qualcuno che quello del bene comune. Insomma troppa gente, prima di chiedersi se il vaccino proteggerà il bambino da qualche malattia, si chiede quale multinazionale del farmaco si arricchisca con esso.
In questo atteggiamento vagamente fanatico c’è anche l’eco della convinzione corrente secondo la quale sono disonesti tutti i politici, tutti i ricchi, e – forse – tutti quelli che hanno successo. Tutti quelli che appaiono in televisione, per cominciare. Insomma tutti coloro che sono riveriti e probabilmente non lo meritano. Questa mentalità, dalle nostre parti, ha fatto nascere un partito politico che in questo momento forse è il primo d’Italia.
Così, molti hanno finito col propendere per l’idea che la vaccinazione fosse più utile a chi la ordinava che a chi avrebbe dovuto beneficiarne. Un po’ come avvenne quando furono rese obbligatorie le cinture di sicurezza in automobile: “Chi le fabbrica, queste cinture, quali santi ha in Parlamento? Io guido da quarant’anni senza cintura, e non ho mai avuto un incidente”. E non parliamo dell’assicurazione contro la responsabilità civile automobilistica: “Vogliono arricchire le società di assicurazione”.
Il caso dei vaccini ha beneficiato di un altro fenomeno sociale: la diffidenza nei confronti della scienza e di ciò che è nuovo. Un caso per tutti: gli organismi geneticamente modificati. “Gli o.g.m. sono nuovi: come posso essere sicuro che non facciano male?” Due stupidaggini in una sola frase.
Gli o.g.m. non sono nuovi. Le diverse razze di cani sono o.g.m. L’unica diversità, rispetto agli o.g.m. realizzati in laboratorio, è che quelle razze sono state ottenute per via di incroci. Ma l’effetto finale è identico. E, per la lotta contro la fame, gli o.g.m. hanno fatto infinitamente di più delle preghiere dei credenti.
Domanda: “E tuttavia, siamo sicuri che non facciano male?” Certo che no. Ma siamo sicuri che la pizza che mangiamo in pizzeria non sia avvelenata? Siamo sicuri che, uscendo in automobile, non avremo un incidente? Siamo sicuri che l’aspirina che prendiamo per il mal di testa non faccia male? Siamo sicuri che, sposando una donna, saremo felici con lei per tutta la vita? Diamine, ma di che siamo sicuri? E perché dovremmo astenerci dai vaccini, che tutti gli scienziati dicono utilissimi, e non dal sovrappeso, che può causare il diabete, e che comunque fa morire prima? Perché non ci asteniamo da tanti comportamenti che il dottore vivamente ci sconsiglia? Il principio di precauzione lo usiamo quando non abbiamo voglia di qualcosa.
In materia di scienza dobbiamo rassegnarci all’opinione dei competenti. Il principio di precauzione usiamolo per le cose evidentemente pericolose: mai correre troppo in auto, mai eccedere con l’alcol, mai disobbedire alla mamma, quando ci dice di non arrampicarci troppo in alto sull’albero. Queste – e le altre simili – sono le precauzioni da adottare. Vaccinare i figli è nulla, rispetto a queste.
Non possiamo comportarci come chi evita la birra, perché fa male, e poi si ubriaca di grappa.
Gianni Pardo

23 giugno 2017

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L’EFFETTO MAGISTRATURA IN POLITICA

Da quando Silvio Berlusconi – per usare la sua espressione – “è sceso in campo”, la sinistra ha sognato di abbatterlo per via giudiziaria. Il progetto non è andato in porto perché la prevista vittima è stata assolta una ventina di volte dalle accuse più fantasiose. Alcuni suoi presunti reati sono stati dichiarati prescritti, e ciò non significa, come dicono i forcaioli, che la giustizia non funziona: significa che qualcuno è andato a cercare i crimini commessi dal Cavalierei quando portava i calzoni corti. Significa anche che, se la magistratura inquirente – malauguratamente non confinata in una carriera autonoma – può essere inquinata dalla politica, la magistratura giudicante merita la nostra stima, e non ha giudicato colpevole un innocente, soltanto perché avversario politico.
Salvo nel caso dell’ultimo giudizio, naturalmente: quello di Cassazione col quale Berlusconi è stato condannato. E non si dice questo per difendere il Cavaliere, ma perché il motivo della condanna è veramente sorprendente, come è facile dimostrare.
Pare che Berlusconi, molti, molti anni fa, abbia trovato un trucco più o meno legale perché la sua impresa pagasse meno tasse. Credo si tratti di “elusione fiscale”, ma non ho seguito il processo. Poi – sempre molti, molti anni fa – Berlusconi cessò di interessarsi di quell’impresa, ma il trucchetto fu ancora adoperato dai successivi dirigenti e Berlusconi – attenzione, questo è il punto – in quanto azionista, ha continuato a ricevere dividendi aumentati, magari in misura minima, dall’uso di quel trucchetto. Sicché il reato, secondo la Cassazione, è stato continuamente “commesso” fino ad oggi. Come dire che chi ruba una bicicletta e continua ad usarla per tutta la vita, ha commesso un reato che non andrà mai in prescrizione. Agli eventuali lettori giuristi l’arduo commento.
Per Berlusconi la rabbia accusatoria si è un po’ calmata, forse in vista anche dell’uscita di scena del reo, ormai ottantenne, non soltanto dalla politica, ma dalla vita stessa. La mania giustizialista si è così spostata un po’ su tutti, ed è addirittura nato un grande movimento che grida nelle piazze: “Onestà! Onestà!”. Il partito prima ha stabilito che chi era guardato storto da un pm doveva dimettersi. Poi che non bastava un avviso di garanzia; poi che quanto meno ci voleva la dichiarazione di qualità di imputato; infine che era necessario il rinvio a giudizio. E ora aspettiamo che pretenda la condanna in Cassazione. Ma, si sa, l’interesse prevale su tutto.
Comunque, è notizia recente che la sindaca di Roma Virginia Raggi dovrà rispondere di abuso d’ufficio e falso, e non si parla di chiederle di dimettersi. Cosa di cui personalmente sono lieto, ma dimostra che il M5s, se non ha scoperto la relatività di Einstein, ha scoperto l’elasticità della gomma.
Il Pd, inutile dirlo, è stato per decenni il beneficiario del giustizialismo contro Berlusconi, ma alla lunga è praticamente impossibile che un grande partito non abbia beghe giudiziarie. Dunque anche il Pd è nelle peste, attualmente con lo scandalo Consip, con le vicende della Banca Etruria e forse altro.
Riguardo a questo guazzabuglio, Massimo Franco scrive che: “Alla fine, tuttavia, l’impressione è che le accuse si elideranno a vicenda”. E questo è un esito che scandalizzerà i giustizialisti, mentre in realtà non è tanto triste questa elisione, quanto il fatto che i partiti non ne traggano le dovute conseguenze.
Se i politici commettono reati, la magistratura – come direbbe giustamente Piercamillo Davigo – non può che perseguirli. Ma è anche vero che, quando si tratta di personalità pubbliche, la vista degli inquirenti, sicofanti compresi, diviene particolarmente acuta, l’orecchio particolarmente attento e la sensibilità giuridica particolarmente raffinata. Fra l’altro, mentre per i reati normali si ha una caterva di prescrizioni, perché i magistrati non hanno tempo di occuparsene, per la caccia alle streghe c’è tutto il tempo che si vuole. Dunque il fatto di essere accusati di qualcosa – più che una possibilità – è una probabilità. Infatti Berlusconi per decenni non è stato accusato di niente, e poi è stato accusato di tutto.
Posto tutto ciò, la politica non dovrebbe avere una posizione di prona sottomissione al giudizio dei magistrati inquirenti; non dovrebbe inchinarsi dinanzi ad un giustizialismo becero e plebeo; non dovrebbe passivamente rassegnarsi ad ogni sorta di accuse. Dovrebbe proclamare che il dovere della politica è quello di ottenere risultati, non di vincere un concorso di moralità. Che la legge persegua i rei dopo che hanno smesso la qualità di parlamentari o di ministri. Insomma, non bisognerebbe attendere, come scrive Franco, che politicamente “le accuse si elidano a vicenda”: bisognerebbe non tenerne conto e basta.
È assolutamente necessario ripristinare l’art.68 della Costituzione com’era prima dell’infausto 1993, perché con i sistemi attuali molti grandi politici della storia sarebbero stati eliminati. Ci vuole tanto coraggio per accettare il principio secondo cui politica e morale sono ambiti separati?
Gianni Pardo,
pardonuovo.myblog.it
21 giugno 2017

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LA TURCHIA TRA ATATURK E ERDOGAN

Se su un argomento si sa poco ma si pongono le domande giuste, si è fatta cosa utile. Ma se si hanno soltanto domande, c’è da disperarsi. È ciò che può accadere a proposito della Turchia. Chi l’aveva visitata più volte, in passato, se ne era fatto un’idea e credeva di conoscere quello strano Paese, a cavallo tra laicismo e Islamismo, tradizione e modernità, libertà e tirannia. Allora pareva per giunta che, in tutti i casi in cui si scontravano queste drammatiche dicotomie, sulle orme di Atatürk quella nazione avesse fatto la scelta giusta: per il laicismo, per la modernità, per la libertà. E invece ciò che è successo in seguito ha fatto sorgere il sospetto che non avessimo capito nulla. Forse quel Paese l’avevamo visto come desideravamo che fosse, più che com’era. Ma se allora era stato falsificato, siamo sicuri che non sia falsificato anche oggi?
Fino alla Prima Guerra Mondiale l’Impero Ottomano credette di essere ciò che era stato per secoli. Con la sconfitta fu costretto a misurare d’un solo colpo quanto tempo fosse passato, quanto fossero cambiati i rapporti di forza, e quanto dovesse fare per riconquistare la sua dignità e il suo posto nel mondo. Fu a questo punto che Allah mandò ai turchi Mustafà Kemal. Essenziale del kemalismo fu che esso non tentò di ricostruire ciò che era stato prima, e che non sarebbe mai più stato dopo, ma volle convertire la nazione ad una realtà nuova, i cui pilastri sarebbero stati la modernità, il laicismo, la repubblica, la libertà. La Turchia poteva risorgere soltanto cambiando pelle.
Questo grandioso tentativo non fu del tutto nuovo. Ne avevano fornito un esempio Pietro il Grande in Russia, e il Giappone, dopo la visita della flotta dell’Ammiraglio Perry. Il successo di Atatürk fu straordinario e ciò non sarebbe stato possibile se dei suoi principi non fossero stati convinti i militari – nominati garanti e custodi del nuovo corso – e lo stesso popolo turco. Le ragazze che si comportarono e si vestirono come le coetanee europee.
Il felice esperimento durò una settantina d’anni. Quando la Turchia cominciava a tralignare, i militari (stramaledetti dagli intellettuali occidentali) intervenivano, rimettevano le cose a posto, e si ritiravano nelle loro caserme.
Tutto è cambiato con la comparsa di Erdogan. Questi, sostenuto dal consenso popolare, ha cominciato a esibire una moglie velata, a islamizzare il Paese, e a contraddire in modi sempre più chiari i principi kemalisti. Purtroppo, stavolta i militari non hanno avuto la volontà o la forza di frenarlo e alla fine – approfittando di un golpe militare da operetta, Erdogan si è autonominato dittatore. La Turchia è tornata a cent’anni fa.
Le domande sono una folla. L’attuale autocrazia islamica è sentita come una novità o come una reviviscenza del passato? I turchi desiderano una moderna teocrazia, come c’è in Iran, oppure si inchinano ad Erdogan per ritrovare le loro radici pre-Atatürk? Il futuro dipende dalla natura profonda del Paese, oggi divenuta misteriosa.
Quanto dura, la memoria degli uomini? Chi, in Italia, era nato nel 1910, poteva concepire come unico regime quello fascista. Ma nel 1943 chi aveva cinquant’anni aveva trent’anni di esperienza pre-fascista e, morendo nel 1973, avrebbe ancora avuto trent’anni di esperienza post-fascista. Questo spiega come mai si sia potuti tornare così facilmente alla democrazia parlamentare.
In Turchia le cose sono andate diversamente. Tutti i turchi attuali sono nati in regime di repubblica, di laicismo e di libertà, e nessuno di loro ha la minima memoria personale del mondo prima di Atatürk. E tuttavia sembra non sentano la mancanza di ciò che per tanto tempo è stata l’ovvietà quotidiana. I tanti che hanno votato per Erdogan si aspettavano quello che è poi avvenuto, o ne sono sorpresi? O è che non hanno mai capito il valore della libertà e ci hanno volentieri rinunciato soltanto per imporre alle loro donne di coprirsi il capo e non mettere la minigonna? Il popolo ha forse creduto alla mitologia che il passato fosse d’oro, e che il presente fosse soltanto decadenza e immoralità? Ci si può chiedere se la libertà, per i turchi, corrisponde ad un bisogno, oppure se, come per tanti altri popoli orientali, essa è stata soltanto una suggestione imposta,e che non ha resistito al tempo. Ma quella che prevale è la tristezza.
Gianni Pardo,
pardonuovo.myblog.it

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RIMPIANTO DI RENZI

Si può essere antirenziani e rimpiangere Matteo Renzi? Sembra di sì, visto che lo faccio io. Anche se, ad essere precisi, non rimpiango il Renzi che ho visto all’opera, rimpiango quello che avrei potuto vedere.
L’uomo è certamente straordinario. Non si percorre il cursus honorum alla sua velocità – fino ad arrivare alla Presidenza del Consiglio ad un’età in cui molti stanno ancora cercando il primo lavoro da impiegato del Comune – se non si è persone straordinarie. Dunque il primo dovere è quello di levarsi il cappello dinanzi ad un campione.
Poi bisogna riconoscere che egli ha le qualità del politico di razza. Non somiglia a quel Giulio Andreotti che gli scrupoli li aggirava, li circuiva, li snaturava e alla fine li evirava: lui è naturalmente senza scrupoli. Ha la salutare innocenza della tigre. Non ha bisogno di alibi e non ne cerca. Non ha neppure bisogno, come i politici di seconda categoria, di convincersi che sta agendo nell’interesse del Paese e quasi confessa pubblicamente di pensare soltanto a sé stesso.
Il suo è un carattere d’acciaio, scevro da ogni sentimentalismo. Vuol bene ai suoi amici ma non esiterebbe a rinnegarli in un amen, se gli tornasse utile. E la cosa non gli farebbe perdere né il sorriso né il sonno. Per sapere che la politica si fa così gli altri hanno dovuto studiare ed hanno imparato male, lui invece la fa con l’eleganza e la naturalezza dello squalo. Non si può che ripeterlo: Matteo Renzi è un politico straordinario. Ora qualcuno chiederà: e allora perché sei antirenziano? La risposta non è difficile.
Per essere campioni di paracadutismo bisogna saper volteggiare nell’aria, realizzare fin cielo figure eleganti insieme con altri paracadutisti, riuscire ad atterrare nel punto prestabilito e insomma dimostrare abilità che sono inimmaginabili per l’uomo comune. E tuttavia, prima di imparare a volare a corpo libero, il grande campione deve imparare a piegare il suo paracadute. Sembra un’attività servile ma le tragedie che possono derivare da un errore nella sua esecuzione sono così gravi che nessuno vuol avere la responsabilità del paracadute altrui. Ognuno deve piegare il proprio. Per ottenere risultati eccezionali bisogna avere qualità eccezionali, ma bisogna anche avere quelle qualità umili e prosaiche che sono i presupposti del successo. È in questo campo che Renzi difetta.
Un politico – insegnava Machiavelli – deve sembrare in possesso di tutte le virtù morali che non ha. Se invece appare spietato, sprezzante, irridente, si farà molti nemici, e alla fine ne subirà le conseguenze. In questo campo si pensava che il peggio fosse D’Alema, ma poi Renzi lo ha superato.
Un politico deve saper mentire, ma deve stare attento a non esagerare. Diversamente, invece di indurre gli altri a credere alle favole, correrà il rischio che non credano neppure alla verità.
Un politico deve essere risoluto, perché i timidi in questo mondo non vanno lontano, ma non deve spaventare tutti, perché rischia di ritrovarsi solo. Cesare accettò la carica di dittatore a vita e fu assassinato; Augusto non si proclamò mai il padrone di Roma e lo fu fino alla tarda morte.
Un politico democratico deve realizzare grandi cose, ma non proporle talmente grandi e tutte insieme da suscitare un universale allarme e per conseguenza un’universale opposizione. Infine non deve rendersi odioso, perché in quel caso, invece di opporsi alla sua politica, gli altri si opporranno a lui personalmente. E alla fine forse lo elimineranno.
Se Renzi non avesse peccato in tutte queste direzioni, non avrebbe perso il referendum del 4 dicembre. Oggi tutti riconoscono che, accecato dal narcisismo, ha trasformato quel voto in un plebiscito su di sé e il risultato è stato una delle più memorabili sberle che si ricordino.
Fra le sue grandi qualità non c’è quella di imparare dall’esperienza. Dopo la sconfitta ha continuato ad essere odioso con gli intimi e ciò ha portato alla scissione del Partito Democratico. Il partito erede del Pci si è così divenuto una formazione liquida, forse di centro, comunque sufficientemente opportunista per allearsi con Berlusconi o con Grillo, secondo come convenga. Purché nel programma sia previsto Renzi a Palazzo Chigi.
I Romani, vincitori dovunque, furono magnanimi dovunque, fino a rendere copie di Roma tutte le città conquistate. E furono grandi per tredici secoli. L’Unione Sovietica invece, come impero. non è durata nemmeno cinquant’anni. Non si governa soltanto con la spada. L’uomo di Stato, se ha un grande progetto, lo attua apparendo giusto e generoso. E ricordando che Machiavelli, proprio Machiavelli, ha scritto che il miglior modo di apparire giusto e virtuoso, è esserlo.
Gianni Pardo,
pardonuovo.myblog.it
21 giugno 2017

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L’IMPEACHMENT DI DONALD TRUMP

Non credo che Donald Trump subirà l’impeachment. A questo punto sarebbe normale esporre le dotte ragioni per le quali questo evento non dovrebbe verificarsi. E invece io intendo procedere in altro modo. Voglio usare un sistema molto più semplice, quello che gli inglesi chiamano rule of thumb e noi italiani potremmo tradurre con misurare a spanne, procedere a naso, insomma seguire un sommario buonsenso.
La rule of the thumb non è da buttar via. Facendo dei calcoli, è sempre bene avere un’idea del risultato. Se moltiplichiamo 99 per 98 dobbiamo aspettarci qualcosa intorno ai diecimila. Se invece il risultato è, poniamo, 97020, è bene rifare l’operazione. Magari abbiamo per sbaglio aggiunto uno zero.
Anche sui grandi problemi, qual è un principio generale da tenere presente? Che bisogna diffidare dei sentimenti e delle certezze corali. Se tutti sono convinti di qualcosa che ciò malgrado rimane discutibile, bisogna essere estremamente prudenti. E cercare accuratamente le ragioni per l’opinione contraria. Non per nulla i romani nei processi prescrivevano: “audiatur et altera pars”, che si ascolti anche la controparte.
Un buon esempio è il riscaldamento globale e il conseguente dovere degli uomini di diminuire l’emissione dei gas serra e in particolare dell’anidride carbonica. Tutti ne sono sicuri, fino ai presidenti degli Stati Uniti Clinton e Obama. Quel fenomeno e i conseguenti doveri sono presentati da tutti come infrangibili convinzioni scientifiche. E non lo sono. Il riscaldamento è roba da poco, e soprattutto potrebbe avere cause naturali. In passato ci sono stati periodi molto più caldi e molto più freddi di quello attuale. Insomma, perfino Clinton potrebbe avere ragione, ma non per motivi scientifici. Né è detto che l’uomo, eventualmente, potrebbe mettere rimedio al problema.
Altro ovvio esempio: quando si tratta del proprio Paese, come si può pretendere di essere assolutamente obiettivi? Se si fosse capaci di essere obiettivi, non si farebbe il tifo per la propria nazionale di calcio. E i commenti non sarebbero tendenzialmente ridicoli: quando vinciamo è merito dei nostri giocatori (stavo per scrivere “merito nostro”, come dicono i giornalisti imbecilli), quando perdiamo è perché l’arbitro non è stato giusto, siamo stati sfortunati, il tale giocatore è stato male e non ha reso al 100%.
La tendenza ad essere parziali è così forte che, quando si cerca di contrastarla, spesso si rischia l’eccesso opposto. L’amore deluso verso una Patria che si è dimostrata indegna spinge all’autofustigazione. Si sostiene che dovunque, altrove, si vive meglio che in Italia, che noi abbiamo tutti i difetti del mondo, siamo tutti disonesti e via dicendo. E dire che ho personalmente assistito allo lo stesso delirio contro il proprio Paese da parte di alcuni francesi che mi hanno costretto a difendere la Francia in nome della verità.
Se qualcuno ha un’idea sbagliata, ma il primo che incontra gliela conferma, e così fanno anche il secondo e il terzo, ciò significa soltanto che sono in molti a pensarla in quel modo, non che l’idea sia giusta. E questa osservazione è particolarmente valida riguardo all’attuale presidente degli Stati Uniti. Donald Trump è stato subito antipatico alla sinistra e agli intellettuali e per conseguenza, essendo l’Italia prevalentemente di sinistra, ed avendo voce soltanto gli intellettuali (categoria cui vengono abusivamente iscritti i giornalisti) tutte le notizie che riguardano Trump sono state riportate in negativo. Le previsioni di sconfitta sono sempre ripetute, amplificate, fino ad acquistare connotazioni di certezza. Gli eventuali successi sono sminuiti o indicati come precari e prossimi ad essere annullati. Le accuse contro di lui sono tutte vere, le sue difese sono tutte false o persino ridicole. Il risultato finale è che l’informazione è talmente sbilanciata da risultare insignificante.
Su Donald Trump, le sue eventuali colpe e i suoi eventuali meriti, personalmente dichiaro di non sapere nulla. So soltanto che i Presidenti subiscono l’impeachment per motivi gravissimi, e che fino ad oggi, dai tempi di George Washington, questo istituto è stato pochissimo utilizzato. E comunque non ho sentito nulla che costituisca “un cas pendable”, un caso da forca. Sicché è improbabile che si parli seriamente di impeachment.
Questo dice il fiuto. E potrebbe bastare. Fra l’altro Trump è un tale manifesto dilettante che potrebbe cavarsela chiedendo scusa, mentre altri, più navigati e meno credibili, se dichiarano di avere commesso il reato di ingenuità, forse sarebbero lo stesso condannati. A meno che non siano di sinistra. Chi mai ha creduto che Clinton non abbia avuto rapporti sessuali con Monica Lewinski? E tuttavia, quel grande Paese, e perfino il mondo, hanno discusso seriamente di quell’affermazione. Se Hillary Clinton avesse fatto a un bel giovanotto quello che gli americani chiamano blow job, avrebbero affermato lo stesso che era una sposa fedele?
Insomma, stiamo pestando l’acqua nel mortaio, e dedichiamo troppa attenzione a ciò che avviene negli Stati Uniti. Bisognerebbe cominciare col vedere che il Partito Democratico, quello che ha sempre ragione su tutto, è stato letteralmente asfaltato, col sistema elettorale mai messo in discussione nelle altre elezioni. E ricordarsi che Trump ha vinto. È inutile descriverlo come colui che sta per finire nella polvere, se non in galera. L’antipatia dei media italiani non gli farà diventare bianco nemmeno uno dei suoi capelli arancione.
E comunque, aspettiamo di vedere come vanno le cose. Che del resto nemmeno ci riguardano.
Gianni Pardo,
pardonuovo.myblog.it
20 giugno 2017

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PERCHÉ NON ABBIAMO BENEFICIATO DEL QE

Sul Sole24Ore del 18 giugno 2017(1), è comparso un articolo di Morya Longo, dal titolo “L’impatto dei derivati dello Stato sull’effetto-Qe”, che comincia così:
“L’effetto è, più o meno, quello di nuotare controcorrente. Lo Stato da un lato fa di tutto per ridurre il debito pubblico, ma dall’altro la montagna di contratti derivati (che lo stesso Stato ha stipulato negli anni passati) rema dalla parte diametralmente opposta. Se dal 2013 al 2016 la politica monetaria di Mario Draghi ha permesso alle nostre casse pubbliche un risparmio cumulato in termini di interessi di 24 miliardi (dato Istat), nello stesso arco di tempo le perdite sui derivati hanno pesato sul debito pubblico di altrettanti 24 miliardi (dato Eurostat). Il sollievo che la Bce ci ha regalato, insomma, i derivati ce l’hanno tolto”. L’articolo è molto lungo, molto tecnico e non di facile lettura. Ma le prime parole dicono l’essenziale.
Lo Stato ha voluto premunirsi contro qualche crisi di Borsa devastante (ne abbiamo avuto un assaggio nell’estate del 2011) ed ha fatto ricorso ai “derivati”.
I derivati, per quello che ho capito, sono sostanzialmente delle assicurazioni. Il signor Rossi ha quarant’anni, guadagna molto, ma teme che, morendo prima del previsto, lascerebbe la sua famiglia in guai seri. Dunque stipula un’assicurazione in base alla quale lui verserà costantemente una bella somma alla Società e, se supera i settant’anni, l’Assicurazione avrà incassato un bel po’ di soldi senza spendere un euro. Se invece il sig.Rossi morisse prima, la Società dovrebbe versare alla moglie una somma enorme, tale da permetterle di vivere per decenni. L’assicurazione è parente della scommessa.
I derivati hanno uno schema analogo. Lo Stato, temendo che una crisi di Borsa costringa l’Erario a versare interessi molto alti sui titoli di Stato (per ipotesi, il 7,5%), si accorda con una grande Banca in questi termini: Io vi pago (ad esempio) il 3,5% sui titoli che emetterò. Però, se i titoli saranno collocati all’asta con un interesse superiore al 3,5%, per esempio il 7,5%, voi integrerete gli interessi col 4% (4% + 3,5%=7,5%); se invece gli interessi scendono sotto il 3,5%, per esempio l’1%, pagandovi io il 3,5%, voi lucrerete la differenza. L’assicurazione dello Stato aveva il senso di non pagare in ogni caso più del 3,5%.
Nella realtà è successo che, con il “Quantitative easing”, gli interessi sui titoli sono scesi moltissimo, e l’Italia ha continuato a pagare interessi relativamente alti alle banche con cui aveva stipulato i derivati. Avremmo risparmiato 24mld, ma “nello stesso arco di tempo le perdite sui derivati hanno pesato sul debito pubblico di altrettanti 24 miliardi”.
Ora sono lecite alcune interessanti considerazioni. Innanzi tutto risulta evidentemente infondato il rimprovero che spesso si fa al governo di non avere saputo approfittare dei risparmi procurati dal Qe. Infatti il governo non ha beneficiato del ribasso degli interessi, perché di quel ribasso hanno beneficiato le controparti nei derivati. Né ci si può lasciare andare ad una condanna frettolosa di chi amministra le finanze pubbliche. I “derivati” sono stati sottoscritti nella coscienza che lo Stato italiano rischiava un attacco che l’avrebbe fatto fallire. E per questo ha preferito assicurarsi.
Ciò però significa anche che l’Italia non sapeva di un risoluto intervento della Banca Centrale Europea, e ciò farebbe pensare che, o esso non era previsto oppure, pur essendo previsto, non fu comunicato all’Italia. Infine – terza ipotesi – l’Italia sapeva dell’intervento della Bce, ma non pensava che la Borsa l’avrebbe preso sul serio. Ed era al contrario talmente convinta che esso o non si sarebbe avuto o non sarebbe stato sufficiente, che ha preferito assicurarsi a proprie spese. E comunque bisognerebbe conoscere i tempi di tutti questi fatti, di cui l’articolo non fa cenno. Purtroppo, per i contraenti i derivati possono risultare convenientissimi o rovinosi: la cosa è insita nel contratto aleatorio. Nel nostro caso, il mancato risparmio si è rivelato esorbitante.
Rimane da spiegare come mai, se l’Italia credeva così poco nell’intervento della Bce, a questo intervento abbiano tanto creduto le Borse. E qui si lavora di immaginazione. Probabilmente le grandi banche e i Paesi che detengono titoli sovrani hanno sempre saputo che la faccenda si concluderà con un disastro, nel senso che i debiti non saranno pagati, perché non possono esserlo. Ma non conviene a nessuno suonare l’allarme. L’idea da far circolare è che tutto va bene, business as usual. Poi la Bce è intervenuta pesantemente sul mercato ma s’è fatto buon viso a cattivo gioco: il risparmio privato non è remunerato, ma l’alternativa è perdere anche il capitale, se i debitori fallissero. E così si vive nell’illusione che non ci sia nessun problema, e tutto vada bene.
L’Italia in Europa ha il massimo debito pubblico dopo la Grecia. Un debito che continua ad aumentare. E poi – sfortuna nella sfortuna – avendo avuto la prudenza di assicurarsi contro il fallimento (ammesso che quei derivati bastassero) è stata per questo punita con un mancato risparmio di ventiquattro miliardi. Non ce ne va bene una.
Con tutti i suoi consiglieri finanziari e i suoi competenti al più alto livello, l’Italia ha perso 24 miliardi. Soltanto perché nessuno è in grado di prevedere il futuro. E poi il piccolo risparmiatore si lamenta se perde in Borsa.
Gianni Pardo,
pardonuovo.myblog.it
18 giugno 2017
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UN GENIO NO, SINCERO SI’

Baudelaire comincia il suo « Sonnet d’automne » con questi versi : « Ils me disent, tes yeux clairs comme le cristal : pour toi, bizarre amant, quel est donc mon mérite ? » Mi dicono i tuoi occhi chiari come il cristallo, per te, bizzarro amante, qual è dunque il mio merito ?
Questi versi mi sono stranamente tornati in mente quando mi sono chiesto la ragione per la quale qualcuno legge i miei articoli. Qual è la mia competenza, qual è la mia specialità?
La competenza è il risultato di lunghi anni spesi sui libri, in particolare su una materia. E io non sono competente in niente. La specialità è il campo che si preferisce, io non ho nemmeno quello: i miei interessi toccano gli argomenti più diversi e, anche se non esito a dire la mia, rischio di scontrarmi con chi ne sa più di me. Ma neanche questo mi frena. Non sono un pavone e non ho da fare nessuna ruota. Così, se qualcuno mi insegna qualcosa, riconosco d’avere sbagliato e sono lieto di dirgli grazie.
Scrivere è per me un bel modo di passare il tempo, anche se ho spesso l’impressione di scrivere banalità. Se qualcuno mi segue da tempo, alcune cose me le avrà sentite dire molte volte. Persino alcune idee anticonformiste, che per qualche nuovo amico potrebbero risultare urticanti, per me sono risapute, perché abbiamo convissuto per decenni, e le conoscono benissimo anche i vecchi corrispondenti.
Allora forse il mio merito potrebbe consistere non in ciò che scrivo, ma nel semplice coraggio della verità, per come la percepisco. Cosa che costringe chi legge a confrontarsi con essa, per essere d’accordo o in disaccordo, ma coscientemente.
Un giovane funzionario di banca un giorno decise di cambiare lavoro ed ebbe un colloquio con lo psicologo del nuovo istituto di credito. Per caso, in seguito, venne a sapere che quel professionista riguardo a lui aveva inviato un rapporto entusiastico: “È equilibrato, è sereno, ha un grande senso del reale”, ecc.
– Ma tu, gli chiesi, ti eri preparato ciò che gli avresti detto? Hai pensato di presentargli un certo personaggio, una certa parte di te?
– Assolutamente no. Abbiamo parlato del più e del meno, come capitava, soltanto questo.
– Insomma sei stato perfettamente te stesso, hai parlato con lui come avresti parlato con un vecchio amico.
– Esattamente.
– E allora capisco l’applauso.
Ecco, a volte il valore di qualcosa è semplicemente la sua autenticità.
Scrivendo, cerco di aderire alla realtà che vedo, sia che essa si riveli comoda o scomoda, sia che si ponga sulla linea di ciò che ho pensato da sempre o in contraddizione con essa. Ciò che scrivo è forse banale, ma è banale come la realtà che percepisco e che, per quanto posso, cerco di non abbellire e di non maledire o comunque di distorcere. Ciononostante mi capiterà lo stesso di sbagliare: per questo, basta essere umani. Ma ciò non avverrà col mio consenso cosciente.
Ho anche una possibile spiegazione, per questo atteggiamento. Tutti i miei amici e coetanei hanno fatto più carriera di me. Tutti hanno guadagnato più di me. Tutti hanno avuto più successo di me. Di fronte ad un così magro risultato, avrei potuto, come fanno tanti, fingere d’avere avuto l’applauso che non ho avuto. Ma ho sempre pensato che nessuno inganna nessuno. Tutti ci pesiamo reciprocamente, giorno dopo giorno, e – come recita il detto – si può ingannare qualcuno per tutta la vita, non si possono ingannare tutti per tutta la vita. La vera umiltà non è abbassarsi al di sotto del proprio livello: la vera umiltà è riconoscerlo, quel livello.
Dunque l’unica scelta che mi rimaneva era l’accettazione della mia totale insignificanza. Dovevo ammettere che non avevo nessuna immagine da proteggere, nessun interesse da tutelare e nessuna posizione da mantenere. Dunque ero libero da qualunque preoccupazione. Potevo riconoscere la verità, ogni volta che credevo d’incontrarla, su qualunque argomento, così come l’avevo riconosciuta su me stesso. Se ho potuto dire: “Non ho combinato niente, nella vita”, perché non dovrei dire ciò che penso sul resto della realtà?
E questo potrebbe essere il senso del dialogo proposto con queste righe. Forse, incontrandomi, qualcuno dirà sorridendo: non sarà un genio, ma almeno è sincero.
Gianni Pardo,
pardonuovo.myblog.it
18 giugno 2017

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