ANTISEMTISMO FREUDIANO

Un titolo del Corriere della Sera (23/7/’17) recita: “Israele, blitz di esercito e 007 in Cisgiordania: arrestati 25 membri di Hamas”. Il titolo – pedissequamente seguito dal Tg5 delle tredici – è assurdo. Innanzi tutto perché comincia con la parola “Israele” e continua con “in Cisgiordania”. Sicché la Cisgiordania dovrebbe essere all’interno di Israele, e francamente non risulta. Ma c’è di peggio. Dov’è la Cisgiordania? Per non far impazzire chi dovesse cercare nelle carte geografiche, diamo subito la risposta: la Cisgiordania non esiste. Non più di quanto esista la Transgiordania. Queste denominazioni si trovano soltanto nei libri di storia e furono inventate dai vincitori della Prima Guerra Mondiale.
Durante la Guerra dei Sei Giorni, Gamal Abder Nasser indusse con l’inganno Amman a partecipare al conflitto contro Israele. E così, dopo il risultato disastroso dell’iniziativa, il re preferì liberarsi della sovranità su quella parte del suo territorio denominata Cisgiordania – ormai occupata da Israele – dal momento che costituiva soltanto una fonte di spese e di problemi. A anche l’Egitto rinunciò alla sovranità sulla Striscia di Gaza.
La Transgiordania si è così trasformata nella Giordania e la ex Cisgiordania in parte è divenuta legittimamente (secondo i dettati dell’Onu) Israele; in parte, dal punto di vista del diritto internazionale, una sorta di res nullius. Il vincitore infatti non ha proceduto alla sua annessione, pur essendo stato aggredito nel 1948, e una seconda volta nel 1967. Israele ha invaso quelle terre – che ancora oggi presidia – non per annettersele, ma soltanto per evitare che costituissero la base di partenza per ulteriori attacchi. La denominazione che per esse si ritrova nei documenti ufficiali dell’Onu è: “Occupied Territories”. Ma nel caso specifico non significa molto. Infatti, in diritto internazionale e nelle Convenzioni di Ginevra, parlando di territori occupati ci si riferisce a porzioni di territorio dominate da una potenza straniera, nel corso di una guerra: terre che dunque, giuridicamente, appartengono alla potenza in quel momento soccombente. E qui non è così.
I Territori Occupati non appartengono a nessuno e la Giordania non desidera affatto averli indietro. La sua opinione al riguardo l’ha espressa nel 1970 in quel mese che, ancora oggi, i palestinesi chiamano “Settembre Nero”. Invadere la Cisgiordania è tanto possibile quanto invadere la Pannonia, la Cilicia, o il Ponto Eusino, per chi sa dove fossero. Il giornalista ha usato il termine “Cisgiordania” per suggerire, in modo subliminale e commettendo un lapsus freudiano, che Israele ha commesso un illecito. Avrebbe invaso un Paese straniero, più o meno come se avesse attaccato la Dacia, la Lidia, la Numidia..
I Territori Occupati palestinesi sono un unicum, nella storia. Di solito, chi conquista un territorio, se può, se l’annette. Anche se il precedente “proprietario” spesso continua a rivendicarlo per decenni, a volte per secoli, come fa dagli inizi del Settecento la Spagna con Gibilterra. Al contrario la West Bank (altra denominazione del territorio) è una tale rogna, che chi ne era il sovrano, il regno hascemita di Amman, ha rinunciato a considerarla propria e Israele, che avrebbe potuto annettersela, non ci ha mai nemmeno provato. S’è annessa le Alture di Golan (che appartenevano alla Siria) solo per ragioni militari, perché da quelle alture era possibile bombardare Israele con l’artiglieria.
Gli stessi abitanti di quei Territori hanno realizzato una sorta di capolavoro al contrario. Invece di approfittare della straordinaria occasione di costituire senza guerre d’indipendenza un loro Stato pacifico e riconosciuto, hanno continuato a sognare di arrivare all’indipendenza soltanto dopo avere eliminato Israele, al passaggio massacrando la maggior parte degli israeliani. Il sogno prosegue da mezzo secolo e si è trasformato in incubo, ma loro rifiutano di svegliarsi. Gaza, in particolare, è un autentico inferno dove si vive (malissimo) della carità internazionale: ma non per questo si arrende alla realtà. Del resto la maggior parte dei nostri giornalisti non dimostrano più buon senso o cultura storica dei palestinesi che, pur essendo gli aggressori, appaiono come i più deboli e dunque hanno ragione. Non c’è altro da dire.
È la tragedia dell’irragionevolezza. Dei criminali aggrediscono a tradimento dei militari israeliani, uccidendone due, e le autorità di Gerusalemme, invece di fare una strage, reagiscono istituendo dei controlli con i metal detector. Conseguenza? Per la comunità internazionale sono loro, quelli che meritano rimprovero, non i terroristi e quelli che li applaudono. A momenti, l’Occidente sogna una nuova intifada. E questo mentre milioni di innocenti occidentali, in tutto il mondo, sono sottoposti ai metal detector in tutti gli aeroporti e perfino costretti a togliersi le scarpe.
Forse coloro che sono malati di antisemitismo nemmeno si accorgono di tutte queste assurdità. E quell’ebreo di Freud non sanno nemmeno chi sia. Verrebbe voglia di mandarli in Cisgiordania.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
24 luglio 2017

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LA TRANSUMANZA

Quando si tratta dell’Amministrazione dello Stato, noi italiani siamo assolutamente perfezionisti e intransigenti in materia di moralità. Purtroppo poi siamo stramaledettamente pragmatici quando si tratta dei nostri personali interessi. La prima caratteristica ci spinge a scrivere leggi impraticabili a forza di essere perfette, la seconda ci spinge a violarle ogni volta che la cosa corrisponde alla nostra utilità. E poiché queste caratteristiche si riscontrano anche nella vita parlamentare, è necessario trovare gli opportuni rimedi, ammesso che esistano.
All’art.67 la Costituzione statuisce che “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. Ciò significa che, se un deputato è stato inviato alla Camera da elettori che volevano che votasse contro un determinato progetto, e poi si accorge – in coscienza – che quel progetto sarebbe utile al Paese, deve avere il diritto di tradire il mandato degli elettori. Infatti lo farà per il loro stesso bene. In origine contava di espletare l’incarico ricevuto, ma quando ha ottenuto maggiori informazioni ha agito per il meglio. Tutto perfetto, in teoria. Il deputato ha una coscienza, e questa coscienza deve prevalere anche sugli impegni assunti.
Purtroppo, tra teoria e pratica c’è differenza. Nella vita concreta, il parlamentare contraddice il mandato ricevuto non quando glielo impone la sua coscienza, ma quando glielo consiglia sommessamente il suo interesse. Quando il tradimento corrisponde ad essere rieletto, alla prospettiva di ottenere una carica o alla speranza di un qualunque vantaggio personale. Che tutto questo sia tanto dolorosamente quanto innegabilmente vero, è dimostrato dal fatto che, nella legislatura che si avvia alla fine, i cambiamenti di partito sono stati 501 ed hanno riguardato 324 parlamentari. E soltanto lo scemo del villaggio può credere che ci siano state 501 crisi di coscienza su meno di mille parlamentari. Il fenomeno è talmente disgustoso che i giornalisti l’hanno spesso denominato transumanza. Una pratica che il dizionario definisce: migrazioni stagionali del bestiame. Con l’unica differenza che quelle dei politici avvengono tutto l’anno.
In realtà, noi viviamo in un mondo in cui le vere crisi di coscienza sono rare, anche perché le stesse coscienze, almeno in Italia, non si notano molto. Senza dire che in questo ultimo scorcio di legislatura non abbiamo ancora finito di assistere allo sconcertante spettacolo. Con Renzi in perdita di velocità, e Alternativa Popolare in liquidazione, chissà a che numero arriveremo, prima della fine.
Sembra un malvezzo inarrestabile, e tuttavia, ragionando pragmaticamente, il rimedio esiste. Se la causa del male è l’interesse, basta togliere l’interesse al cambio di casacca. Bisogna soltanto cambiare l’art.67 della Costituzione. L’unico provvedimento efficace è rendere poco conveniente ed anzi costoso il cambio di casacca. L’eletto non deve poter passare dal partito del diavolo al partito dell’acqua santa, o viceversa, ricevendo per giunta un premio. Si pensi al caso di Alfano – dispiace dirlo – che addirittura ha mantenuto la titolarità dei più importanti dicasteri.
Nessun parlamentare deve poter essere utile, col suo voto, alla formazione di arrivo. Perché spesso questa formazione è invisa agli elettori che lo hanno mandato in Parlamento, e la cosa squalifica lo stesso sistema democratico. Il Parlamento deve mantenere una configurazione invariabile rispetto a quella uscita dalle urne. E soltanto un provvedimento che punisca i traditori, invece di premiarli, può ottenere questo risultato.
Come si vede, non si tratta di introdurre il vincolo di mandato, vincolo che ridurrebbe il parlamentare al rango di “nuncius”. Si tratta di ricordare ai deputati e ai senatori che, se non sono d’accordo con una certa politica o con il voto per una certa legge, nessuno gli impedisce di votare contro, e soprattutto di dimettersi. Se non fanno né l’una né l’altra cosa, è segno che in loro l’interesse alla possibile rielezione (e, sul momento, alla paga di parlamentare) prevale sulla loro coscienza.
Le altre proposte sono chiaramente inefficaci. Fare appello alla correttezza e alla coscienza dei parlamentari è come parlare ai sordi. Fare appello ai grandi capipartito, raccomandando loro di non accettare fra le loro file i transfughi, sarebbe anche questa una perdita di tempo, perché anche loro sono guidati dall’interesse. O la coscienza civile dei politici è afona, o i politici non hanno orecchie per ascoltarla. Ma questo l’avevamo già capito.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
23 luglio 2017

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IL POTERE DELLO STATO E IL POTERE DEI CITTADINI

Galli della Loggia, sul “Corriere”(1), sostiene che lo Stato in Italia non ha il potere di far valere la propria volontà. Su di essa prevale quella dei cittadini che non vogliono essere infastiditi. Il potere prevalente è dunque quello di non tenere conto delle leggi. Tesi interessante ma che può essere approfondita. Soprattutto per spiegare come si sia arrivati a questa situazione.
Chi osserva la legislazione italiana è invariabilmente colpito da due fenomeni costanti e universalmente noti: uno strabocchevole numero di leggi, caratterizzate dall’essere minuziosissime. Il loro scopo evidente è quello di raggiungere un’ideale regolamentazione della materia. Purtroppo, come insegna il buon senso, l’ottimo è nemico del buono.
Da noi, anche chi gestisce un panificio in un paesino di montagna ha bisogno del commercialista per sbrigare le faccende fiscali. La materia è spesso così complicata da risultare impervia per gli stessi professionisti che devono tuffarsi in un mare di leggi e di regolamenti che si accavallano e si contraddicono, in una selva di rimandi, di eccezioni e di complicazioni che non sembrano avere mai fine. Lo Stato stesso forse non saprebbe come metterci le mani, e infatti non si avventura a varare un Testo Unico che riassuma e semplifichi la materia. Il risultato di queste correzioni di rotta a getto continuo è l’evasione, l’immenso contenzioso fiscale, i periodici condoni, il caos.
E questo non è affatto un caso particolare. Chiunque abiti in una grande città italiana sa che le sue strade sono piene di divieti di sosta e spesso addirittura di fermata. I divieti sono ovviamente opportuni: se gli italiani li rispettassero, la nostra circolazione sarebbe comoda e spedita. E infatti è proprio questo lo scopo che hanno perseguito gli uffici comunali che hanno stabilito quelle norme. Soltanto hanno dimenticato di chiedersi: gli automobilisti potranno rispettarle? Se si considera il numero di automobili che devono forzatamente entrare in città (anche perché i servizi pubblici fanno pena e su di essi non si può contare) è ovvio che la gente finirà col parcheggiare in divieto di sosta. E tanto più facilmente lo farà, in quanto i divieti di sosta sono in tale numero e per tanti chilometri di strade, che i vigili non possono multare tutti i contravventori. Così questi ultimi corrono l’alea. La contravvenzione viene vista non come la repressione di un abuso, ma come la piccola sfortuna del giorno. Grazie al Cielo molto saltuaria.
L’intera legislazione italiana è caratterizzata dalla ricerca della perfezione. Un’utopia lontana non soltanto dalla mentalità italiana, ma anche dalla possibilità di realizzazione. Gli italiani, che pure sono tanto pragmatici nella gestione del loro privato, divengono perfezionisti nella vita pubblica. Se qualcuno, in sede di determinazione dei divieti di sosta, suggerisse di istituirne pochi, l’assoluto minimo, ma di farli poi costantemente rispettare, non sarebbe ascoltato Tutti hanno in mente l’ideale e preferiscono contribuire al caos, che rinnegare le loro astratte geometrie.
È stato sempre così e l’intero ordinamento giuridico italiano segue questi criteri. Se c’è una legge poco applicata, invece di applicarla seriamente, se ne fa un’altra più severa. Col doppio risultato negativo che non si applichi una legge ancor più severa, o tale che, quando è applicata, risulti eccessiva. Il malcapitato che subisce quella sanzione la vede come un eccezionale infortunio che ha colpito lui e non tanti altri nella stessa condizione. Con violazione del principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini dinanzi alla legge.
Per non parlare dell’assurda richiesta di tanti imbecilli – ascoltatissimi dai media e dai politici – di impedire per via giudiziaria il verificarsi di certi reati. Molti sono convinti che se, per la corruzione negli appalti pubblici, si istituisse la pena di morte, il fenomeno sarebbe finalmente eliminato. Non hanno idea della storia del diritto penale.
Questo contrasto fra ciò che dovrebbe avvenire e ciò che avviene, fra ciò che sarebbe bello realizzare e ciò che è possibile realizzare, è una delle principali cause del marasma italiano. Fino a dar ragione a quel cinico straniero che una volta scrisse: “L’Italia è un Paese dalle pessime leggi, per fortuna non applicate”.
La conclusione è molto semplice. È vero che lo Stato italiano ha poco potere, ed è vero che gli italiani hanno tendenza a non osservare le leggi. Ma lo Stato ha poco potere perché vorrebbe averne troppo, e gli italiani hanno tendenza a sottovalutarlo perché vogliono soltanto sopravvivere.
Gianni Pardo,
pardonuovo.myblog.it
22 luglio 2017
(1) http://www.corriere.it/opinioni/17_luglio_22/politica-senza-potere-a3df223a-6e46-11e7-adc0-ba2bd5ab3f02.shtml

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MOLLICHINA

Corriere della Sera: “Il ministro Costa si dimette: ‘Non potevo tenere i piedi in due scarpe’ ” C’è da comprenderlo. Gliene sarebbero rimasti due scalzi.

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LE RADICI DELL’ODIO SONO EMOTIVE

Un articolo di Massimo Recalcati, sulla Repubblica”(1) ha il titolo: “L’odio per Matteo e il lutto della sinistra”. Il testo non è sempre facile ma credo di averne ricavato due concetti: uno, Renzi è odiato perché inassimilabile come uomo di sinistra; due, la sinistra stessa è morta e non vuole accettarlo. Renzi col suo comportamento fa notare quella morte ed assurdamente il partito lo tratta come se fosse la causa, e non soltanto il messaggero di quell’avvenimento. La tesi è suggestiva, ma forse si possono proporre alcune obiezioni.
La sinistra dura e pura, quella utopica e massimalista, quella comunista e rivoluzionaria, oggi è improponibile. In Unione Sovietica il più grande esperimento di marxismo si è risolto in un fallimento e tutti i Paesi che hanno potuto liberarsi del comunismo l’hanno fatto con entusiasmo. Gli stessi Paesi che ancora oggi si proclamano comunisti, il comunismo o l’hanno eviscerato dal punto di vista economico, come ha fatto la Cina, oppure, come Cuba, dimostrano ancora oggi che quel sistema è fonte di miseria e di illibertà. Nel mondo sviluppato, se qualcuno richiama le antiche ricette della sinistra, ottiene soltanto di provocare un allarme. Dunque la sinistra non dovrebbe affatto odiare chi le indica una nuova via e, sperabilmente, il modo di ottenere nuovi successi.
Per queste ragioni il Pd e in generale la sinistra avrebbero dovuto amare, non odiare, Matteo Renzi. E in buona misura, da principio l’hanno anche fatto, vedendolo correttamente non come un affossatore ma come un riformatore della sinistra. Questa infatti – contrariamente a quanto pensa Recalcati – non morirà mai. Essa rappresenta infatti il punto di vista idealistico e al limite utopico di tanta brava gente, magari di poca cultura storica, certo di grande cuore.
È vero che Renzi proclamava brutalmente la sua intenzione di mandare in pensione i vecchi leader, ma perché riteneva necessario un rinnovamento (“Con questi leader non vinceremo mai”, proclamava Nanni Moretti), non per far morire il partito. Voleva dunque rigettare i vecchi fanatismi e i vecchi steccati e proporre una nuova politica; flessibile, pragmatica, tollerante. Soprattutto più inclusiva che divisiva: prova ne sia che dialogava persino con Berlusconi. E questa immagine che dette di sé fu una delle principali cause del suo fulminante successo. Un successo – si badi – non limitato soltanto alla sinistra, ma esteso al centro e più o meno all’intero Paese.
Forse la pretesa “inassimilabilità” di Renzi, su cui Recalcati si dilunga, è stata vista più come un pregio che come un difetto, e il suo piglio di condottiero risoluto e vincente ha fatto il resto. Molta parte dell’Italia ha sognato di avere trovato in lui chi l’avrebbe salvata dalla crisi e dalla decadenza. Era un viatico di gloria. Se il miracolo non è durato, è stato per motivi economici e soprattutto umani.
L’Italia in crisi prima è stata delusa dalla mancanza di risultati. Poi è stata irritata dalle infinite bugie e dal trionfalismo vuoto del Presidente del Consiglio. Infine si è indignata dinanzi al suo evidente egocentrismo, ai suoi modi a volte sgarbati, alla sua insopportabile invadenza. Così nel dicembre del 2016 ha avuto una crisi di rigetto. Prima sembrava che a Renzi tutte le ciambelle riuscissero col buco, poi che la fortuna l’avesse del tutto abbandonato. Prima era sempre “vincente”, anche contro venti e maree, poi è stato visto come perdente ed è clamorosamente passato da simpatico ad odioso, per riprendere il concetto di Recalcati.
L’influenza del dato umano e personale è stata ancora più chiara nei rapporti con i colleghi di partito. Il suo modo di fare imperativo, arrogante e all’occasione irridente, gli ha creato un numero incalcolabile di nemici, ma lui non se ne è affatto preoccupato. E così il calo di gradimento, da prima sussurrato, a poco a poco ha raggiunto i livelli minacciosi del tuono. Prima era sembrato stravagante che qualcuno lo criticasse, poi è sembrato sorprendente che qualcuno lo difendesse.
Può anche darsi che le ragioni politiche di cui parla Recalcati abbiano qualche reale fondamento, ma rimane il sospetto che gli oppositori di Renzi le abbiano cercate e trovate per giustificare la loro lotta contro un uomo che odiavano. E continueranno ad odiare, qualunque cosa farà. Lui per giunta ricambia cordialmente odio e disprezzo, figurarsi quante probabilità ci sono di avere una sinistra unita e vincente.
Finita la guerra, e a volte persino durante (si ricordi un famoso Natale della Prima Guerra Mondiale), i fanti che fino al giorno prima hanno cercato volenterosamente di ammazzarsi possono fraternizzare, perché nella guerra non c’è nulla di personale. Al contrario, fra i coniugi che si separano, possono nascere odi inestinguibili anche se prima non si sono mai torti un capello. E i greci, quando hanno dovuto creare il paradigma dell’odio, hanno scelto due fratelli, Eteocle e Polinice. Nella vita il “tocco umano” è essenziale. Purtroppo Renzi ne è totalmente sprovvisto.
Gianni Pardo
, pardonuovo.myblog.it
18 luglio 2017
(1)La Repubblica – MASSIMO RECALCATI – 17/07/2017 pg. 1 ed. Nazionale

L’ANALISI
QUALE è il peccato commesso da Matteo Renzi per aver attirato su di sé un odio così intenso? È un odio pre-politico o politico quello che lo ha così duramente investito? È l’indice di un tramonto irreversibile della sua leadership? È fondato sulla valutazione obbiettiva dei contenuti della sua azione di governo e di segretario del Pd oppure risponde a logiche più arcaiche, più viscerali, più pulsionali? Prendiamo in considerazione in particolare l’odio della sinistra che è il vero nodo della questione. Una prima considerazione generale: fa parte del suo Dna e della sua storia, anche di quella più recente, scatenare l’odio nei confronti di coloro che, dichiarandosi militanti di sinistra, osano introdurre dei cambiamenti che rischiano di minare alla base la sua identità ideologica.
L’accusa di essere un rinnegato o un traditore in questi casi scatta come la salivazione condizionata nel cane di Pavlov. La storia ci offre una miriade di esempi, antichi e più recenti. La dichiarazione di voto favorevole al Referendum del 4 dicembre è assimilabile, per chi sente di appartenere al mondo della sinistra, a un vero e proprio outing con tutti i fatali effetti di discriminazione che esso comporta. Un intellettuale lucido verso il quale provo solo stima come Tomaso Montanari esigeva eloquentemente che Pisapia facesse autocritica per aver votato Sì al fine di risultare credibile nel suo sforzo di rifondazione di un nuovo campo della sinistra.
Ma possibile che ogni atto, ogni pensiero, ogni gesto politico di Renzi sia sbagliato? Che ogni sua opzione sia divenuta contraria al bene del Paese e a quella del suo stesso partito? Non è un po’ sospetto? Matteo Renzi viene identificato non come la cura, ma come la malattia della sinistra. Una infezione, un batterio, una anomalia genetica di fronte alla quale anche i dispositivi democratici che regolano la vita del Pd e che, di fatto, ratificano ogni volta la sua leadership sembrano inadeguati. La convinzione resta inscalfibile: nemmeno l’accoppiamento con un uomo chiaramente di sinistra come Martina, scelto da Renzi come suo vice, la sposta di un solo millimetro.
Proviamo a riflettere brevemente sulle origini del sentimento dell’odio. L’odio investe l’altro in quanto eterogeneo e inassimilabile. Renzi per la “sinistra sinistra” è l’incarnazione maligna di una eterogeneità che resiste ad ogni assimilazione. Le sue origini culturali e antropologiche sono differenti da quelle del vecchio gruppo dirigente del Pci che è migrato nel Pd. Un’altra cultura, un’altra sensibilità, ma anche un’altra generazione. Il fatto che questo “eterogeneo inassimilabile” sia divenuto, attraverso il legittimo voto delle primarie, il segretario del maggiore partito della sinistra italiana non è stato vissuto come il segno di un arricchimento, di una contaminazione propulsiva, di un superamento degli steccati ideologici, ma come una vera e propria usurpazione. Per questo è insistente – se non drammaticamente compulsivo – l’invito alla discussione interna sulla linea del segretario; invito chiaramente sintomatico che denuncia, a mio giudizio, proprio quel fantasma di usurpazione relativo ad una eterogeneità giudicata, appunto, originariamente e ideologicamente illegittima. Non solo bisogna infinitamente discutere sulla linea del segretario – non solo oggi che il partito è in difficoltà, ma, occorre ricordarlo, sin da quando Renzi ha acquisito legittimamente il suo incarico – , ma si deve continuare a discutere sino a quando questa eterogeneità scandalosa sarà espulsa o ridotta a una posizione minoritaria… La vera ragione di tutto questo odio è la difficoltà della vecchia sinistra di fare il lutto della sua fine storica. Più schiettamente: Renzi è colpevole di avere messo la sinistra di fronte al suo cadavere. Anziché fare il lutto della sua identità ideologica essa preferisce – come spesso accade – imputare all’eterogeno la colpa della sua morte (già avvenuta). È un fenomeno che ricorda il rito tribale di alcune popolazioni dell’Africa nera riportato da Franco Fornari nel suo celebre Psicoanalisi della guerra: di fronte alla morte insensata di un bambino, la tribù afflitta anziché incamminarsi verso la via dolorosa dell’elaborazione del lutto preferisce attribuirne la responsabilità alla popolazione confinante e ai malefici del suo sciamano dichiarandole guerra. Renzi sciamano? L’odio che lo investe vorrebbe coprire la fine di una concezione del mondo che ha nutrito l’interpretazione della storia per tutto il Novecento: la lotta di classe, una concezione etica dello Stato, l’identificazione del liberalismo e dei sui principi come Male, la gerarchia immobile del partito, la prevalenza della Causa universale sulle relazioni di cura particolari, una differenziazione paranoide del mondo in forze del Bene e in forze del Male, l’inclinazione populista e incestuosa della cosiddetta democrazia diretta, la riduzione delle politiche sociali a un maternage assistenzialista, il sospetto verso le manifestazioni della singolarità in tutte le sue forme, un paternalismo insopportabile che cancella le nuove generazioni. La morte irreversibile di questo paradigma imporrebbe un lavoro del lutto estremamente impegnativo. Molto più facile allora imputare al carattere spurio, meticcio, eterogeneo, sciamanico di Matteo Renzi la crisi del Pd e della sinistra in generale che affrontare questo immane e, in realtà, inaggirabile compito.

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IL SENSO DEL REALE IN POLITICA

È concepibile che uno che ha spesso definito il comunismo una malattia mentale possa dispiacersi per i problemi della sinistra? No. Ma inconcepibile non è sinonimo di impossibile. Perché la realtà non tiene conto di ciò che noi concepiamo. Senza dire che i guai della sinistra sono anche guai dell’Italia.
Questa parte del nostro panorama politico è in questo momento dilaniata da un dilemma tanto semplice quanto assurdo: disunita perde, ma per unirsi deve accettare Renzi come capo e alcuni degli interessati in questo momento preferiscono perdere ed essere emarginati, che subire il sorriso del giovanotto. Ecco perché il tentativo di Pisapia sembra senza speranza.
Che Renzi non sia simpatico è comprensibile, ma potrebbe essere eccessivo che lo si odi al punto da preferire la morte politica piuttosto che concedergli un successo. Purtroppo, in questa analisi, non si può assolvere lo stesso Renzi il quale, nella sua visione autocratica del potere, è disposto a correre l’alea di un insuccesso, pur di non concedere spazio ad altri. E infatti tratta male Pisapia, Prodi, e chiunque proponga la pace. Il risultato è quello che vediamo.
I commentatori parlano di una possibile seconda scissione del Pd e della trasformazione di ciò che resterà di quella formazione in PdR, Partito di Renzi. Ma quale percentuale avrebbe un partito percepito come di centro, eppure con tanti ex comunisti dentro? Il rischio è quello di riuscire a distruggere la sinistra senza creare un movimento di dimensioni altrettanto grandi.
La sinistra, fino a qualche decennio fa, era la formazione più seria e più ideologicamente motivata. Oggi non è più né seria né ideologicamente motivata. Il PdR, nella misura in cui esiste, è un comitato elettorale a favore di Renzi. Il Mpd, cioè i fuorusciti del Pd, non potendo dire che il loro unico programma è quello di distruggere Renzi, parlando di reintrodurre l’articolo 18 e di risolvere i problemi economici dell’Italia contraendo ulteriori debiti (loro li chiamano “investimenti di Stato”) quasi che i creditori fossero obbligati dal Destino a farci credito indefinitamente.
Renzi avrebbe dovuto capire che chi si fa troppi nemici finisce inevitabilmente male e che la dittatura non va bene neppure in un partito. I suoi avversari avrebbero dovuto ricordare che le scissioni dànno praticamente sempre un pessimo risultato e che è sempre meglio combattere dall’interno un capo inviso che condannarsi all’irrilevanza. Soprattutto se quel capo continua a farsi dei nemici. Per non dire che comunque è sempre meglio vincere con un leader insopportabile che perdere da soli.
Ma non è che gli altri partiti stiano poi tanto meglio. Il partito di Grillo è una barzelletta che non fa ridere, e potrebbe provocare disastri, in base al noto principio che fa più danni un imbecille che un delinquente. Dopo un’esperienza triennale, il M5s avrebbe dovuto arrendersi all’evidenza: da soli non si arriverà mai al governo, soprattutto se si esprime un programma fumoso, inafferrabile e, per quel po’ che si comprende, disastroso. Tanto che, se ancora ci fosse stato l’Italicum, in caso di ballottaggio fra il M5s e qualunque altro partito, vincerebbe qualunque altro partito. È realismo, questo?
Il centrodestra appare poco credibile. Berlusconi è ancora la figura più seria, ma sta per compire ottantun anni e nessuno è eterno. Che ne sarà, di quella formazione, se lui scompare?
Il centrodestra attualmente viene dato, se non vincente, almeno piazzato, ma tutto dipende da un interrogativo: si presenterà unito o inciamperà sulla futile questione del leader? Salvini come può pensare di competere con Berlusconi, o anche, lasciando da parte Berlusconi, come può credere che voterebbero entusiasticamente per lui i milioni di moderati del centrodestra? Ha scelto di coltivare l’estremismo e non può pretendere che ciò che è estremo stia al centro. Neanche l’etimologia lo permette.
Forse sbaglierò, ma Berlusconi non può lasciargli la leadership non tanto perché voglia tenersela, quanto perché teme che sia dannosa per il centrodestra. Se Angelino Alfano non avesse sofferto della malattia della poltrona, ed anche dell’infedeltà finiana, sono convinto che il Cavaliere gli avrebbe volentieri ceduto lo scettro. Ma anche Alfano manca di senso del reale e i fatti glielo confermeranno, come l’hanno ampiamente confermato a Fini.
Come se non bastasse, malgrado decenni di esperienze di senso contrario, il Paese è ancora convinto che la soluzione ai nostri gravissimi problemi passi dalla mentalità di sinistra, dal contrarre ancora debito, dalle teorie di Keynes e dalle mosse avventate. Se i nostri governanti mancano di senso del reale, non è che noi italiani ne abbiamo in chissà quale quantità. Cosa che del resto conferma il più spietato dei detti: ogni Paese ha il governo che merita.
Gianni Pardo,
pardonuovo.myblog.it
14 luglio 2017

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COME STARA’ L’ITALIA FRA UN ANNO?

Nella primavera del 2018 si avranno le elezioni politiche, e mai il risultato delle urne e il futuro della nazione furono tanto incerti. Non soltanto è probabile che nessun partito otterrà la maggioranza assoluta per guidare il Paese, ma non è nemmeno sicuro che due dei grandi partiti, o perfino due grandi coalizioni, mettendosi insieme, abbiano un numero sufficiente di seggi per votare la fiducia al governo.
Tuttavia, a ben guardare, non c’è motivo di essere pessimisti. Non per fiducia nelle istituzioni, e men che meno nella classe politica che andrà in Parlamento, ma esattamente per la ragione contraria. L’Italia è il Paese che, nel 1940, prima ha dichiarato la guerra ad una Francia già militarmente sconfitta, e poi, appena tre o quattro anni dopo, all’alleata Germania, anch’essa militarmente sconfitta, e colpevole di non aver vinto. A giudicare dai precedenti storici, sembriamo non avere la minima preoccupazione di morale, o di “faccia”, come direbbero i giapponesi. Il nostro superio è in vacanza da molti decenni, forse secoli. Dunque, riflettendo sul passato, possiamo essere ottimisti sul futuro.
La commedia ebbe inizio quando, nel 2013, le elezioni non produssero una maggioranza. In questi casi – come è avvenuto in Spagna – si procede a nuove elezioni ma – questo è il punto – “accà nisciùn è fess”. Andando a nuove elezioni, chi dice che i parlamentari saranno gli stessi? Ché anzi, se si va di nuovo alle urne, è proprio perché si spera che saranno eletti altri parlamentari, con altre maggioranze, magari capaci di dar vita a un governo. Dunque gli interessati, sempre in base al principio che accà fisciùn è fess, si dicono che il primo imperativo non è governare il Paese, ma non andare a casa. E per ottenere questo risultato sono disposti a votare a favore del governo, da chiunque costituito e appoggiato da non importa quali partiti. Franza o Spagna, purché se magna. Dunque da quel fatale anno abbiamo avuto tre governi, nessuno corrispondente ai risultati delle elezioni, ma tutti e tre infrangibili. Un mare di berlusconiani, eletti da votanti sicuramente anticomunisti, abbandonano il Cavaliere per sostenere il governo degli ex comunisti. Come ha scritto Leo Longanesi, “La nostra bandiera nazionale dovrebbe recare una grande scritta: ‘Tengo famiglia’ ”. Con questo livello di moralità, c’è da stupirsi che non ci sia un maggior numero di omicidi per rapina.
Ma non ogni male viene per nuocere. Come si dice in inglese, ogni nuvola ha un bordo d’argento. Non c’è nessuna ragione perché i parlamentari eletti nel 2018 siano più morali di quelli eletti nel 2013. Dunque dalle urne, nel 2018, uscirà un Paese ingovernabile. Ma sarà governato lo stesso, perché neanche quei parlamentari vorranno andare a casa. Senza la pensione da deputati o senatori? Ma non scherziamo.
Naturalmente delle Camere costituite per tanta parte da soldati di ventura non potranno che esprimere un cattivo governo. Questa non è certo una previsione azzardata. Ma, anche in questo caso, operano in senso contrario un paio di considerazioni. I governi del passato non sono stati certo ottimi, e sarà difficile notare la differenza; in secondo luogo, data la crisi e la dipendenza dall’Europa, gli spazi di manovra sono limitati, perfino quelli per fare sciocchezze; infine dobbiamo sperare che non si abbia nessun avvenimento esterno che peggiori ulteriormente la nostra situazione, ben al di là della nostra capacità di manovra.
Si parlerà certo molto del problema dei migranti, ma abbiamo finalmente saputo che siamo noi stessi la causa dei nostri guai, essendoci volontariamente impegnati a ricevere nei nostri porti i migranti, da chiunque raccolti. E probabilmente l’abbiamo fatto non per generosità ma per un atto di furbizia (ottenere il permesso di fare ulteriori debiti) o per un atto d’insicurezza: non essendo certi della bontà delle nostre ragioni, e temendo sempre che gli altri ci giudichino male (come così spesso hanno avuto occasione di fare) ci siamo sempre dimostrati europeisti entusiasti, e siamo stati pronti a mettere la firma sotto qualunque contratto che ci danneggiasse, ma ci facesse apparire i primi della classe. Un esempio su tutti: perché abbiamo firmato un “fiscal compact” (forse a Londra dicono “patto fiscale”), che non saremo mai in grado di onorare, e ci mostrerà ancora una volta incapaci di tener fede agli impegni? Un futuro governo, persino a guida grillina, potrà essere peggiore di quelli del passato?
Il bello del pessimismo è che non ci fa rischiare delusioni.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
12 luglio 2017

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LA TURCHIA: UN NUOVO CALIFFATO?

Un articolo di Lorenzo Cremonesi(1) dà conto della battaglia dei curdi per riconquistare Raqqa, la capitale del cosiddetto Califfato. Anche senza sapere a chi riconsegnarla. Gli americani – divenuti attivi dopo la fine dell’era Obama – li sostengono vigorosamente e a naso può dirsi che Raqqa non ha speranze. Non soltanto la città cadrà. ma la cosa confermerà che per un califfato come quello di Al Baghdadi non c’è posto.
Il califfato è un regime in cui potere civile e potere religioso sono unificati, e la cui struttura portante è il Corano. Si tratta di un tipo di Stato in cui la democrazia, la parità fra uomo e donna, i diritti civili e tutti i principi di uno Stato moderno sono assolutamente inconcepibili. La sua mentalità è quella del Settimo Secolo dopo Cristo. Che un simile dinosauro possa esistere nell’epoca attuale potrebbe sembrare azzardato ma – come dicevano gli scolastici – ab esse ad posse valet illatio, se una cosa esiste, è anche possibile che esista. E lo Stato Islamico è già durato un paio d’anni.
Il califfato sopravvive imponendosi con la forza. E se questa forza la esercita senza scrupoli, può durare a luvgo. Se Stalin fosse stato immortale, la Russia sarebbe ancora oggi sovietica e dominata da lui. Sono le dittature moderate che hanno vita breve. Durano invece decenni le dittature sanguinarie, quelle in cui si è eliminati soltanto per aver respirato contro tempo oppure, come nell’antica Siracusa, per aver sognato di uccidere il tiranno -. Da Lenin a Gorbaciov sono passati circa settant’anni.
L’errore fondamentale di al Baghdadi non è stato dunque di concepire un califfato ma quello di non dominare già uno Stato di dimensioni e forza imperiali. Il califfato, dal momento che prevede l’unione di potere civile e potere religioso su tutti i Paesi di religione musulmana, è istituzionalmente nemico di ogni potere già costituito. In tanto può instaurarsi, in quanto esautori il potere esistente; e ovviamente tale programma non può che allarmare tutti i Paesi in cui prevale la religione islamica. E infatti contro il Daesh si sono alleati sunniti e sciiti, curdi e turchi e perfino (da che pulpito!) sauditi e iraniani.
Al Baghdadi ha assurdamente sognato di creare un califfato sul territorio altrui, e da quel momento si è condannato a perdere. Come dice il proverbio, molti cani sono la morte della lepre. Ma, se non “nella Siria e nel Levante”, dove potrebbe sorgere un califfato?
In generale, un Paese sufficientemente sviluppato e colto il tentativo di instaurare un potere oscurantista potrebbe provocare una reazione di rigetto, prima della popolazione e poi delle forze armate. Si pensi all’Egitto. Potrebbe invece costituire una sede appropriata un Paese arretrato e fanatico come l’Afghanistan; ma anche se riuscisse nell’impresa all’interno dei suoi confini, quella nazione è troppo piccola e t periferica, per aspirare a costituire il califfato universale.
Curiosamente, una possibilità si avrebbe in un Paese avanzato, dal punto di vista culturale, tecnologico e militare, quale la Turchia. Un dittatore fanatico come Erdogan potrebbe infatti servirsi del potere assoluto per imporre il regime religioso. E tuttavia avrebbe delle difficoltà: perché egli stesso non è un’autorità religiosa. Dunque dovrebbe o passare la mano a qualcun altro, oppure creare uno schema in cui l’autorità religiosa è sottoposta a quella laica. E l’ortodossia sarebbe azzerata. Inoltre quel leader poggia su una base malferma, perché il Paese ha tradizioni democratiche pluridecennali. È stupefacente che dopo novant’anni di kemalismo, i turchi (quanto meno quelli dell’Anatolia profonda) siano ancora tanto bigotti da rinunciare, per la religione, alla libertà e ai vantaggi del mondo moderno. Non dimentichiamo che all’arrivo di Erdogan tutti i cittadini viventi erano nati e vissuti in democrazia. Non è dunque inverosimile che, dopo quel golpe pro-islamico da operetta (forse organizzato dallo stesso Erdogan per impadronirsi del potere) non ce ne sia uno serio per recuperare la democrazia kemalista. È impossibile che, da un giorno all’altro, siano improvvisamente spariti tutti coloro che avevano sentimenti laici, democratici e repubblicani. A Istanbul, ieri, ne abbiamo comunque visto un milione tutti insieme. Per non parlare dell’eterno, estremo rimedio del tirannicidio. Un nuovo von Stauffenberg, disposto a sacrificare anche sé stesso, potrebbe liberare la Turchia.
E pensare che ci si chiedeva se ammettere la Turchia nell’Unione Europea. Sono passati pochi anni, e ora si può discutere se quel Paese possa divenire un califfato.
Gianni Pardo,
pardonuovo.myblog.it
9 luglio 2017
http://www.corriere.it/video-articoli/2017/07/08/dentro-raqqa-capitale-califfo-ventenni-curdi-che-sfidano-fuoco-dell-isis/ac034e72-6401-11e7-87e3-ee600ad1b24a.shtml#

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AUT CAESAR AUT NIHIL

Un caro amico che lavorava nel campo della pubblicità una volta mi insegnò che è molto più facile vendere un prodotto nuovo che ridare lustro a un marchio che appare vecchio e superato. Quand’anche si migliorasse il prodotto, lo si rendesse competitivo e perfino superiore ad altri, è praticamente impossibile risalire la corrente. La regola vale nei campi in cui l’immagine è tutto. Se un attore è l’archetipo dell’uomo morale e del raddrizzatore di torti e poi è credibilmente accusato di pedofilia, la sua carriera potrebbe finire bruscamente. Lui rimarrebbe lo stesso bravo interprete di prima, ma a volte, rotto l’incantesimo dell’immagine, non rimane niente.
Fra i campi in cui l’immagine a momenti prevale sulla sostanza c’è la politica. E questo spiega come mai a volte dei politici famosi, di cui si è a lungo parlato e discusso, possano scomparire, letteralmente, dai giornali e dagli schermi televisivi. Tanto che, se occasionalmente riappaiono, a momenti qualcuno esclama: “Toh, è ancora vivo?” Un esempio è Gianfranco Fini.
Sui giornali qualche commentatore politico si chiede se, in occasione delle prossime elezioni, Matteo Renzi si presenterà come candidato alla Presidenza del Consiglio. Al riguardo qualcuno intanto osserva che la questione è mal posta: la candidatura aveva più senso – benché non prevista in Costituzione – finché abbiamo avuto un sistema maggioritario. Oggi, con la proporzionale, le cose vanno molto diversamente. Ma non è detto che questa nota pesi molto. Può anche darsi che l’argomento del bastone, che Renzi maneggia così bene, abbia più valore di queste sapienti distinzioni. Il problema in realtà sembra essere un altro.
Renzi ha costruito tutta la sua carriera sull’immagine del giovane vincente, ma attualmente questa immagine è danneggiata da molti fattori. In primo luogo, l’attuale segretario del Pd non rappresenta più una novità. In politica tre anni sono un’eternità. In secondo luogo, oltre che sulla base delle promesse, è giudicato in base ai risultati e questi risultati – magari non per colpa sua, ma questo poco importa – non parlano in suo favore. Infine, poco saggiamente, egli si è fatto fin troppi nemici e non solo fra gli avversari. C’è da temere la conventio ad excludendum, “chiunque salvo Renzi”. E infatti, per cominciare, in nessun caso lo sosterrebbe il Mpd di Bersani. Giustamente tuttavia l’interessato potrebbe dire che l’ambito politico non è la stessa cosa del Paese. Ciò che conta è l’opinione degli elettori. Ma, appunto: qual è oggi il livello di popolarità di Matteo Renzi?
In questo campo il 4 dicembre è risuonato non come un campanello d’allarme, ma addirittura come una campana a morto. Una crisi di rigetto magari prevedibile ma sorprendente per le sue catastrofiche dimensioni. In queste condizioni sarebbe giusto chiedersi se valga la pena di rischiare, e di far rischiare un tracollo al Pd. Soprattutto dal momento che a Palazzo Chigi c’è un Presidente del Consiglio – da lui stesso messo lì – che è il suo esatto contrario: Paolo Gentiloni è moderato, garbato, fa pacatamente del suo meglio e sembra non avere nemici. Quanti nel Pd non pensano che con lui si rischierebbe di meno?
Ma, non si può che ripeterlo, tutto dipende dall’opinione degli elettori. Dopo che si è avuto il risultato delle urne tutti dichiarano che quell’opinione era evidente, ma oggi non la conosce nessuno. Se fosse vero che Renzi è diventato impopolare, dovrebbero sperare in una sua candidatura soltanto tutti coloro che sono ostili a lui e al Pd. Comunque, il rischio è talmente grande che nessuna persona di buon senso lo correrebbe.
Napoleone si credeva fortunato, ed effettivamente una volta fu assistito dal sole, ad Austerlitz. Ma poi fu sfavorito dalla nebbia a Waterloo. E purtroppo anche Renzi ha un’enorme dose di autostima e di ottimismo. Anche se oggi i sondaggi gli dicessero che, con una candidatura, rischia molto, il suo coraggio leonino lo indurrebbe lo stesso a buttarsi nella mischia. Nell’intimo è sempre convinto di riuscire a spuntarla, e se la lezione del 4 dicembre non gli è bastata, è perché non riesce ad inserirla nella sua visione della realtà. E invece, se stavolta dovesse andargli male, poi dovrebbe veramente e definitivamente uscire dalla politica. Non perché l’avrà promesso – cosa di cui è capace di non tener conto – ma perché dopo nessuno vorrebbe saperne, di lui.
Se avesse più buon senso, si terrebbe stretta la sua carica di Segretario, che è più di quanto meritasse, dopo l’infortunio del referendum. E poi dovrebbe cercare di farsi amici tutti i dirigenza del partito. Rilanciare al poker della Presidenza del Consiglio potrebbe costargli l’intera posta. Purtroppo la sua costante tendenza all’eccesso non permette di essere ottimisti. Il suo motto, come per il Duca Valentino, sembra essere “aut Caesar au nihil”, o vincere tutto o perdere tutto.
Gianni Pardo,
pardonuovo.myblog.it

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UN ARTICOLO DI GEREMICCA

La linea dura di Matteo contro i nemici
Di Federico Geremicca(1)

Tirare dritto e andare avanti, sempre avanti e soltanto avanti. In ossequio alla linea preferita – o all’unica che pare in grado di gestire – Matteo Renzi ha assestato ieri in Direzione un altro bel paio di bastonate ad Andrea Orlando ed a Dario Franceschini – oppositore di nuovo conio – allungando ulteriormente la lista di quanti si sono o si stanno rapidamente allontanando da lui. Èuna lista ormai corposa, e mette assieme – con sfumature diverse – quello che si può considerare lo stato maggiore dell’ex centrosinistra (o Ulivo o Unione, giusto per capirsi). D’Alema e Prodi, Veltroni e Bindi, Pisapia e Bersani, Speranza e Letta, poi Orlando, Epifani, Franceschini, Cofferati e via elencando. Molti nemici, molto onore è un modo – discutibile, secondo chi scrive – di intendere la politica e la vita: soprattutto quando i nemici diventano troppi e cominciano a far fronte comune con chi, in origine, nemico non era. La nuova linea di demarcazione – ieri lo erano stati il profilo di alcune riforme o il referendum costituzionale stavolta è il tema delle alleanze: presentarsi al voto politico della prossima primavera da soli o in coalizione? E di conseguenza: su quale modello di legge elettorale puntare? In fondo, nulla di cui si debba discutere necessariamente con il coltello tra i denti o denunciando il reato di lesa maestà. E invece, per dire, Orlando si è sentito accusare – più o meno – di tradimento («Tu vuoi aiutare Pisapia, io voglio aiutare il Pd») e Franceschini di scorrettezza e slealtà, avendo avanzato le sue critiche in un’intervista piuttosto che negli organismi di partito. Ieri il ministro della Cultura lo ha fatto anche in Direzione, ma non è che sia andata granché meglio: io rispondo ai due milioni di cittadini che hanno votato alle primarie – gli ha replicato Matteo Renzi – non certo a caminetti e capicorrente. Il clima nel Pd, insomma, è di nuovo arroventato: e la sensazione è che nemmeno la fresca vittoria alle primarie abbia restituito al segretario la forza e la serenità per affrontare discussioni che dovrebbero essere pane quotidiano in qualsiasi partito. Può essere che Renzi sia influenzato da quel che vede accadere nelle forze dirimpettaie, dove Berlusconi, Salvini e Grillo fanno e disfanno a proprio piacimento: eppure, l’esperienza maturata a Largo del Nazareno dovrebbe avergli fatto intendere che nel Pd un tale modo di fare è assai difficile – forse impossibile da praticare (pena abbandoni personali, scissioni di gruppo e guerriglia quotidiana). E il clima interno non dovrebbe essere l’unico elemento a preoccupare i militanti, elettori e simpatizzanti del Pd: c’è anche la rotta verso le elezioni scelta da Renzi che sembra, al momento, rischiosa e poco convincente. L’elemento di possibile rischio non è solo nella decisione – che pare ormai presa – di «andare da soli»: è anche la filosofia di fondo (la linea, si sarebbe detto un tempo) a lasciare perplessi. Stando ai discorsi ed agli scritti del segretario, la campagna elettorale del Pd dovrebbe infatti muoversi lungo due direttrici fondamentali: il no ai populismi (con annessi e connessi) e la puntigliosa rivendicazione delle riforme e dell’operato del suo governo. Eppure, l’abbozzo di discussione avviato dopo la sconfitta al referendum del 4 dicembre, metteva al centro – a giudizio unanime – questo elemento: molti cittadini non hanno votato contro la riforma costituzionale, ma contro Renzi, la sua personalizzazione e Il suo governo. In sostanza: quell’occasione fu colta per protestare contro il Jobs Act, la scarsa crescita economica, l’Imu tolta anche ai ricchi, l’insostenibile immigrazione e via dicendo. E allora delle due l’una: o era sbagliata quell’analisi o è cosa simile ad un suicidio pensare di andare al voto esaltando proprio quei risultati di governo bocciati dalla maggioranza degli italiani. Le due cose assieme, insomma, non possono stare. Il tempo per correggere quel che eventualmente va corretto, c’è. Non farlo potrebbe rivelarsi, alla fine, un errore esiziale.
(1) Visto che non si poteva dir meglio. E mi permetto di ricordare che io non sono di sinistra, ma Geremicca sì, e infatti scrive sulla “Stampa”.
G.P.

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