TRE MESTIERI PERICOLOSI: L’INGEGNERE

La laurea in ingegneria non è fra le più facili da ottenere. E la stessa professione che ne consegue è fra le più impegnative. Infatti i suoi risultati sono verificabili. Se crolla una casa o un ponte, il progettista, a differenza del giudice, non può cavarsela dicendo: “Avevo il libero convincimento che dovessero stare in piedi”.
Sia detto senza ironia, un ingegnere competente ha proprio “una bella testa”. Ha un bagaglio culturale specifico affinato nella pratica della sua applicazione, ha un atteggiamento pragmatico, ha un approccio razionale a qualunque problema. Si potrebbe dire, in sintesi, che ha una vera mentalità scientifica. E non è cosa dappoco.
Ma – come dicevano i romani – “ubi commoda ibi incommoda”, dove ci sono i vantaggi ci sono anche gli svantaggi. Infatti il massimo difetto degli ingegneri (non di tutti, naturalmente) è la loro mentalità. Proprio quella che si è appena lodata. Non perché sia sbagliata, ma perché, se è pervasiva, si finisce con l’applicarla a sproposito. Per esempio alla letteratura, alla filosofia o alla religione.
Cosi avviene con una certa frequenza che gli ingegneri disprezzino le cose che non capiscono. E sono parecchie. Se qualcuno si avventura a parlargli del problema dell’esistenza di Dio, su cui l’umanità colta si arrovella da due millenni e mezzo almeno, essi guardano l’interlocutore come se delirasse. Magari gli chiedono che importanza ha, in concreto, che Dio esista o no. Loro non se ne sono mai occupati e la cosa non li ha minimamente disturbati. Né li turba la scommessa di Pascal, pure in sé così ingenua. Se uno gli chiede se possono rischiare l’inferno senza nemmeno occuparsi del problema, in fondo hanno tendenza a rispondere che nei loro libri l’inferno non l’hanno incontrato mai.
Attenzione, anch’io non credo a queste cose: ma so perché non ci credo. Agli ingegneri invece è meglio non tentare neppure di spiegare perché è necessario avere le idee chiare in materia di religione, per un verso o per l’altro. Dio per loro è un concetto senza significato. La loro sordità a tutto ciò che – per citare Pascal – è “esprit de finesse” è impressionante.
Spesso non capiscono niente di letteratura, di musica, di poesia, di filosofia e nemmeno di politica. Fra le persone che hanno studiato, sono i principali rappresentanti dell’analfabetismo dello spirito. Alcuni spingono la loro aridità fino ad avere soltanto sentimenti blandi, interessi prosaici, e una vita magari operosa, ma vittima di una mentalità di “Werkzeug Natur”, come diceva Nietzsche: “una natura da utensili”. Gli ingegneri servono. Servono alla società, alla loro famiglia, perfino a sé stessi, ma soltanto quel tanto che è necessario perché possano continuare a produrre.
Gli ingegneri – un po’ come i medici – sono vittime di un corso di studi impegnativo che non gli lascia il tempo per occuparsi di altro. E fin qui si potrebbe anche scusarli. Il peggio è che spesso la mentalità che gli impone la professione non la subiscono, ma la sposano interamente e se ne fanno una bussola per ogni viaggio. Ridono del poeta dilettante, e fin qui hanno perfettamente ragione, ma ridono anche di Leopardi. “Se solo gli fosse andata meglio con le ragazze non ci avrebbe rotto le scatole coi suoi lamenti”. Ridono di Modigliani, un perfetto fallito – e qui potrebbero avere ragione – ma ridono anche dei suoi dipinti. Giudicano inutile e insignificante tutto ciò che non capiscono.
Come si è detto per il magistrato, dopo tutto sono da compiangere gli ingegneri che non corrispondono a questo quadro. Infatti – per professione – la maggior parte del tempo sono costretti a passarlo con gente che a quel quadro corrisponde.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
22 marzo 2017

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Tre mestieri pericolosi

Ho scritto tre corsivi su tre mestieri particolarmente pericolosi, non per i pericoli che fanno correre, ma per la mentalità di chi li esercita. Le vittime sono i magistrati, gli ingegneri e i professori.
Il primo non viene pubblicato. Se qualcuno vuole sapere perché, scriva a giannipardo.libero.it Gli altri due seguiranno nei prossimi giorni, in aggiunta ad eventuali altri articoli.
Gianni Pardo

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L’UOMO È DIVERSO O MIGLIORE DEGLI ANIMALI?

L’uomo è “diverso” o “migliore”, “superiore” o “di altra natura” rispetto agli animali? Per tentare di risolvere il problema bisogna partire da un’esatta comprensione dei suoi termini.
Diverso è un aggettivo dal valore relativo, dove “relativo” significa: “riferito alla categoria di giudizio adottata”. Se parliamo di entità inanimate, una pietra e un pezzo di ferro non sono diversi. Se parliamo di metalli, il ferro è un metallo, la pietra no: dunque sono diversi. Ma ferro e mercurio sono diversi od uguali? Sono uguali come metalli, sono diversi perché il ferro è solido e il mercurio è liquido. Insomma spesso l’identità o la diversità dipendono dalla domanda che si è posta.
Il problema si può anche esprimere in termini di “sostanza”. In filosofia la sostanza (secondo il Devoto-Oli) è l’ “essenza o principio permanente di per sé, al di là di ogni mutamento o divenire”. Ma se questa è la definizione, si vede subito che essa può essere un pregiudizio. L’acqua è sostanza, e infatti rimane acqua allo stato liquido, solido o gassoso. Ma anche l’idrogeno e l’ossigeno sono sostanze. E tuttavia, nel momento in cui procediamo all’elettrolisi dell’acqua, ne ricaviamo idrogeno ed ossigeno. A questo punto chi può negare che dalla sostanza acqua, attraverso un mutamento, siamo passati a due altre diverse sostanze? Contrariamente alla nozione comune, dunque, l’acqua non ha un’essenza permanente, al di là di ogni mutamento, e dunque non è una sostanza.
Questo della sostanza, anche per riconoscere qualcosa, è problema antico. Pare che Platone, per differenziare l’uomo da tutti gli altri esseri, lo abbia definito: “bipede implume”. Ma definizione significa “delimitazione”, non “descrizione”. Dire che qualcuno abita in via Roma 281 non ci dice nulla di quella casa, salvo il modo di trovarla. E comunque pare che a Platone, con la sua definizione, andò male: perché Diogene spennò un pollo, glielo gettò ai piedi e disse: “Ecco il tuo uomo”.
La Chiesa fonda – come ancora fonda – il suo messaggio sull’affermazione di una vita dopo la morte, e dunque si è dovuta porre il problema della particolare natura dell’uomo, che lo rende degno, unico nel creato, di questo speciale destino. Per dimostrare questa unicità non basta che egli sia “migliore” degli altri esseri viventi, bisogna che sia diverso come “sostanza”. E infatti Tommaso d’Aquino, nella Summa Theologica, non disse: “l’uomo è l’animale più intelligente che ci sia in natura”, perché ciò non sarebbe bastato. Non disse neppure: “l’uomo ha l’anima e gli altri animali no”. Infatti egli ammetteva l’esistenza di un’anima vegetativa (ad esempio per gli alberi) e di un’anima animale (che gli animali hanno in comune con l’uomo). Stabilì invece che l’uomo è in possesso di una caratteristica esclusiva, l’anima spirituale che, a differenza delle altre anime, è creata da Dio per ogni uomo ed è immortale.
Dovendo dimostrare perché l’anima spirituale è immortale, Tommaso fa il seguente ragionamento: la morte è corruzione delle parti: l’anima spirituale, essendo sostanza semplice, non ha parti, dunque non può corrompersi ed è immortale. Il filosofo omette di spiegarci come mai l’anima vegetativa e l’anima animale, che pure non sono materiali, si corrompano e muoiano. Esiste una terza sostanza al di là della materia e dello spirito? Indubbiamente è lecito chiedersi come mai Tommaso sapesse tante cose delle anime, mentre chi scrive non ha mai avuto modo di esaminarle altrettanto accuratamente. Evidentemente egli disponeva di migliori strumenti di osservazione.
Il ragionamento di Tommaso d’Aquino, malgrado la sua arbitrarietà, coglie tuttavia nel segno nel momento in cui, volendo stabilire una differenza essenziale fra l’uomo e tutte le altre cose non la giustifica col diverso grado delle qualità, ma la pone sul livello della sua natura: da un lato ci sono Dio, gli angeli e l’uomo, dall’altro c’è tutto il resto. In questo senso Dio “fece l’uomo a sua immatine e somiglianza”. Ma se non si è credenti, e non si è disposti a credere al ragionamento sull’anima spirituale e immortale, si è costretti ad ammettere che tutte le diversità degli esseri viventi sono soltanto quantitative, L’uomo è più intelligente del cane, come il cane è più intelligente della tartaruga, la quale a sua volta è più intelligente dei licheni.
Qualcuno dice: ma l’uomo è l’unico che ha la parola. Purtroppo neanche questo è vero. Anche le scimmie usano il linguaggio per comunicare, per esempio la presenza di un leopardo. Ma il loro linguaggio è infinitamente più povero di quello umano. Ancora una volta, si tratta di livello di abilità, non di differenza di natura. Ci sono animali, per esempio alcuni uccelli, capaci di usare strumenti, ma nessuno di loro è arrivato mai al progresso tecnologico dell’uomo. E comunque l’uomo non è certo superiore agli animali in tutti i campi. Il capodoglio potrebbe opporgli il suo straordinario record di apnea ed immersione negli oceani, il falco pellegrino il suo record nella velocità in picchiata, la iena il suo record di forza nelle mascelle, il ghepardo nella velocità,.
Chi vuole sostenere che l’uomo non è “migliore” degli animali per certi versi, ma è “qualcosa di assolutamente diverso”, farà bene a prendere sul serio Tommaso d’Aquino. È l’unica via logicamente seria.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it

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LA PERSONALITA’ DEL TERRORISTA

Se abbiamo difficoltà ad apprezzare i colori e i riflessi di alcune livree dei serpenti, è perché in quei rettili vediamo un pericolo e non pensiamo ad altro. Analogamente, il disgusto per la violenza esercitata a tradimento contro degli innocenti, può indurre una sorta di rifiuto di comprendere chi commette quelle stragi. Quasi che “comprendere” corrispondesse ad “assolvere”.
Per studiare gli attentatori e i terroristi si può partire non dal crimine, ma dall’estremità opposta: dall’uomo tranquillo, in pace con la propria coscienza, che vive in una situazione socialmente normale. Un individuo soddisfatto di sé che non soltanto non farebbe mai del male a sé stesso, ma sarebbe molto dispiaciuto se capisse che gli altri lo giudicano severamente. Il singolo si integra bene nella società ed è fiero di farne parte. Quando questa posizione si accentua, si ha il conformista: qualcuno che è tale perché la società apprezza i conformisti, e lui soffrirebbe troppo all’idea di essere disapprovato.
Il ribelle, l’anarchico, il terrorista hanno invece personalità del tutto opposte. Per cominciare, non sono ben inseriti nella società. E purtroppo, per inconscia legittima difesa, rigettano su di essa la colpa di questa disarmonia. È il mondo, non loro, ad essere sbagliato. Il ribelle si mette in contrasto col superiore, e poi biasima il superiore per i problemi che gliene nascono. Odia la polizia perché rappresenta l’autorità e perché, se attaccata, usa il manganello. Insomma l’emarginato adotta un comportamento che gli confermi in modo eclatante il pregiudizio da cui è partito. È un infelice. A volte uno sbandato senza arte né parte. Uno che odia gli altri ed anche sé stesso. È l’unico “giusto” in un mondo di “sbagliati”, ma è un “giusto” che vive troppo male.
Nel caso del terrorista, queste caratteristiche arrivano al massimo livello. Per sfuggire alla solitudine, i disadattati cercano i loro simili e sono portati ad aderire a tutte le teorie che condannano il mondo com’è. In particolare sono responsabili i dirigenti, ritenuti la causa della situazione sociale, senza capire che essi ne sono soltanto l’espressione. Gli anarchici cercano di uccidere il re, odiano lo Stato ed ogni forma di autorità. Non vogliono un re diverso, vogliono eliminare la monarchia. Non vogliono migliorare lo Stato, vogliono abolirlo. L’ideale è essere tutti uguali, perché così finalmente essi non saranno degli inferiori.
Da questa situazione soggettivamente tragica, dalla disistima che si legge negli occhi del prossimo, dall’odio di sé generato da un’esistenza conflittuale, nasce per questi poveri soggetti la disperata ricerca di una soluzione.
Un serio psichiatra cercherebbe di fargli capire che l’errore è dentro di loro. Se mordono gli altri, come stupirsi che gli altri li mordano? Perché non provano a sorridere? È inutile condannare i guadagni del ginecologo: loro si sono forse laureati in medicina? Hanno provato a smettere di reputare sufficiente titolo di nobiltà il sentirsi diversi dagli altri e dunque superiori?
Ma il terrorista non va dallo psichiatra e questa strada non può intraprenderla: dunque è tentato dall’idea di un riscatto che passa attraverso il massimo danno per il nemico, al massimo prezzo per sé stessi. In un sol colpo l’emarginato dimostrerà quanto il nemico sia degno di essere schiacciato, e quanto generoso sia il proprio animo: infatti a questa esigenza di giustizia sacrifica la sua stessa vita. In questo modo finalmente potrà non vedersi più come un fallito, sarà un eroe e nel frattempo si libererà dal male di vivere.
È una visione paranoide, in cui l’unico giudizio fondato sulla realtà è la sotterranea disistima di sé. Una disistima così profonda, da rendere l’individuo spendibile ai suoi stessi occhi. Pur di smentirla. Il ragazzo timido, che tutti prendevano in giro, un giorno torna a scuola armato, fa una strage e alla fine si uccide. Il bruco si è trasformato in farfalla. Il vile era un eroe. Il timido era un violento e il nano era un gigante. E infatti ora ne parlano tutti i giornali. La sola deliziosa idea di questo quadro da contrapporre ad un’intera vita di frustrazioni, può spingere a commettere i peggiori misfatti.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
19 marzo 2017

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OBBLIGATORIO, CERTO: MA POSSIBILE?

Un articolo della Stampa, a firma del prof.Franco Bruni, della Bocconi, ha questo titolo: “L’obbligo di ridurre il debito”. Il testo è interessante, ma al lettore di giornali può venire qualche dubbio. Non sull’obbligo, sia giuridico sia economico, di ridurlo, ed anche di rimborsarlo: ma sulla possibilità di adempiere quell’imperativo. Non basta dovere, bisogna anche potere.
Chiunque volesse esporre il problema del debito pubblico si troverebbe innanzi tutto di fronte ad una difficoltà che sembra stupida, ma è quasi insuperabile: come spiegare a chi non se ne sia seriamente occupato a quanto ammonta, in modo che se ne faccia un’idea realistica?
Per chi guadagna millecinquecento euro al mese, dire che si tratta di 2.250miliardi di euro non significa molto. È come parlare di anni-luce. Né le cose vanno meglio se si scrive il numero per esteso: 2.250.000.000.000. Quando gli zeri sono tanti, aggiungerne o toglierne uno, che cosa cambia?
Un primo parametro più realistico è il riferimento al pil. Il nostro debito corrisponde a tutta la ricchezza che l’Italia produce in un anno e quattro mesi. Se dedicassimo ad estinguere il debito tutta la ricchezza che l’Italia produce in un mese, ci vorrebbero ancora sedici anni.
Altro parametro. Attualmente un lavoratore con moglie e tre figli paga circa cinquemila euro l’anno soltanto per gli interessi sul debito pubblico. Ma se venisse meno, improvvisamente, il QE, ammesso che per fortuna l’Italia non fallisse, forse quel lavoratore dovrebbe pagare dieci o dodicimila euro d’interessi. Sempre che possa.
Quanto poi a ciò che quel capofamiglia dovrebbe versare per ripagare l’intero debito, ecco qualche calcolo. Poiché 2.250.000.000.000€ diviso sessanta milioni di italiani fanno 37.500€ ciascuno, per una famiglia di cinque persone un lavoratore dovrebbe rimborsare 187.500€. Naturalmente in aggiunta alle tasse che già paga. Ovviamente il problema neppure si pone.
Ora, se è assolutamente impossibile ripagare il debito, e se è praticamente inutile ridurlo, a che scopo parlarne? Ci basterebbe che non aumenti, ma neanche questo abbiamo ottenuto. Malgrado tutti i “successi” quotidianamente da lui vantati, esso ha continuato ad aumentare anche con Matteo Renzi. E quando questi ha ottenuto diciannove miliardi di “flessibilità” in più (permesso di fare ulteriori debiti) per rilanciare l’economia italiana, con essi è soltanto riuscito a rilanciare il debito pubblico. Per non dire che non ha saputo profittare della fortunata e temporanea bonanza sugli interessi provocata dal Quantitative Easing.
Nelle condizioni attuali, l’unico problema che si può tentare di affrontare, almeno per qualche tempo, è tenere calmi i mercati, in modo che ci permettano di vendere quei nuovi titoli di debito pubblico col cui ricavato rimborsare quelli venuti a scadenza. Purtroppo, il Quantitative Easing, come dice anche il prof.Bruno, è destinato prima a ridursi e poi ad esaurirsi. E così, non potendo l’Erario tassare gli italiani in modo da pagare interessi vertiginosi, ed essendo dunque costretto ad aumentare il debito, c’è il rischio concreto che le Borse si allarmino seriamente, con conseguenze che fanno spavento. Esse potrebbero cessare di credere alla possibilità di ulteriori rinvii del redde rationem, potrebbero non comprare i nostri titoli e noi, non potendo nemmeno far funzionare la nostra Zecca giorno e notte, dovremmo dichiarare fallimento.
Tuttavia non saremmo i soli a piangere. Infatti ci porteremmo dietro l’euro e l’Unione Europea. E proprio per questo qualcuno pensa che in realtà il disastro non si verificherà. Non perché siamo già falliti; non perché le Borse, fatalmente, non si allarmeranno un giorno o l’altro: soltanto perché il nostro fallimento costerebbe troppo ai partner europei e dunque essi ci aiuteranno.
Il ragionamento ha un suo senso. È per questa ragione che si continuano a regalare miliardi ad Atene. Ma la Grecia economicamente è una pulce, rispetto all’Italia. Dunque non è detto che gli altri Paesi, sia pure tassandosi a morte, sarebbero abbastanza potenti per salvarci. Inoltre i possibili salvatori hanno ormai un debito pubblico simile al nostro. Se il nostro corrisponde al 133% del pil, quello della Francia corrisponde al 90% e più del suo. Dunque gli spazi di manovra di Parigi non sono affatto ampi. Più probabilmente, per l’effetto domino, i mercati si allarmerebbero a cascata per il debito francese; per quello spagnolo; per quello portoghese e via via tutti gli altri. Chi si salverebbe dal diluvio universale?
Ecco perché il titolo dell’articolo del prof.Bruni non suona convincente. Il problema non è l’obbligo di ridurre il nostro debito: il problema è l’impossibilità di ridurlo e a fortiori di ripagarlo.
Forse non hanno torto i nostri governanti, che non se ne preoccupano affatto. Tanto, non potrebbero metterci rimedio.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
18 marzo 2017  
(1)http://www.cinquantamila.it/storyTellerArticolo.php?storyId=58cd1d6a96f4c

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TRUMP E LA GUERRA ALLA COREA DEL NORD

La notizia è breve e semplice. Il Segretario di Stato americano Rex Tillerson ha avvertito la Corea del Nord: “Voglio essere chiaro: la politica della pazienza strategica è finita”. Gli Stati Uniti prendono in considerazione l’ipotesi di ricorrere alle armi per limitare la capacità atomica dei nordcoreani. “Certamente non vorremmo farlo, ma se aumentano l’intensità delle minacce del loro programma di armamenti a un livello che richiede una risposta, allora l’opzione militare è sul tavolo”. Traduzione: gli Stati Uniti potrebbero attuare un’azione capace di ridurre in modo consistente quell’armamento atomico con cui Pyong Yang non cessa di minacciare tutti i suoi vicini ed anche la California. Nel frattempo hanno montato un sistema antimissile modernissimo (Thaad) che limita di molto la possibilità di una risposta dei nordcoreani. Si tratterebbe probabilmente di bombardamenti devastanti su tutti i siti prescelti, con migliaia di morti, e reazione spietata contro ogni tentativo di difesa. Quando gli Stati Uniti si muovono, e non in una giungla, fanno spavento.
Da molti decenni, la Corea del Nord minaccia quella del Sud e l’universo mondo, salvo la Cina. Da decenni promette di dotarsi della bomba atomica, e spesso si è impegnata a rinunciarvi in cambio d’aiuti. Infatti la sua popolazione è alla fame. Recentemente però la bomba se l’è fatta sul serio, l’ha sperimentata, e sta perfezionando i suoi missili per andare a colpire gli altri Paesi, in primo luogo il Giappone. Il tutto in nome della propria difesa. Come una vecchia lebbrosa che minacciasse continuamente di morte tutti gli uomini che vede, per proteggere la propria verginità.
Da molti decenni tutti hanno pazientato perché da un lato sanno che un Paese poverissimo non ha grandi capacità militari, dall’altro hanno sempre sperato che il regime, in seguito alla catastrofica situazione interna, collassasse. Purtroppo ciò non è avvenuto. Anche se oggi è povero come prima, il Paese dispone della bomba atomica e questo cambia il quadro. Non è in grado di vincere una guerra, ma se riuscisse ad uccidere in un sol colpo la metà degli abitanti di Seul (a quaranta chilometri dalla frontiera), come si scuserebbe il mondo, per quei cinque milioni di morti? Tillerson dice che la pazienza strategica è finita. Ma che fare, in concreto?
Per decenni si è sperato che, per calmare i bollenti spiriti dei Kim, non fosse necessario ricorrere alle armi. Ed è quello che ha fatto anche Obama. Ma i segnali d’allarme sono diventati talmente numerosi che mentre prima la principale domanda è stata: “E se intervenissimo senza necessità?”, ora la domanda è divenuta: “E se avessimo già aspettato troppo a lungo, tanto che forse è troppo tardi, ma in futuro sarà anche peggio?”
Bisogna avere il coraggio delle parole: qui si parla di guerra. Meglio eliminare la minaccia o aspettare che sia Kim Jong-un o un suo successore, pazzo quanto tutti i Kim, a dare inizio a un conflitto? E come essere sicuri di non trascinare in una tragedia mondiale la Cina, il Giappone e chissà chi altro?
Chiunque abbia una risposta chiara (“Guerra mai!”, “Guerra subito!”) sappia che se poi il risultato della sua soluzione risultasse negativo, tutti diverrebbero “profeti del passato”, e gli direbbero che loro l’avevano sempre saputo, che la soluzione giusta era l’altra.
Il dubbio è talmente lancinante, che è proprio questa la ragione per la quale sino ad ora non si è agito. Ma la paura comincia a prevalere sulla prudenza, ed ecco il perché della mossa di Donald Trump. Egli si sarà detto che non si può essere sicuri di niente, ma decidere, come dice qualcuno, è soltanto “ridurre i possibili errori ad uno”. E forse avrà anche fatto un calcolo acuto. Qual è stato, fino ad ora, l’atout dei Kim? Quello di far chiedere al mondo se sono pazzi o fingono di esserlo. Ora, dal momento che lui stesso, Trump, passa per un mezzo pazzo, è il momento di mettere loro nello stesso imbarazzo. Trump sta facendo la mossa o veramente, da un momento all’altro, distruggerà la Corea, senza che nessuno possa farci niente?
Non è un calcolo sbagliato. In qualunque scontro non bisogna permettere che l’avversario conti sul fatto che voi non oserete usare l’arma che lui userà. Se si dichiara capace di bombardare le città, fategli sapere che delle sue non resterà pietra su pietra. Se minaccia di usare i gas, ditegli che i vostri sono migliori dei suoi. Se minaccia di usare la bomba atomica, comunicategli che una sola delle vostre all’idrogeno vale decine e decine della sua. Se infine l’arma che usa l’avversario è creare il dubbio che sia pazzo, dimostrategli che siete più pazzi di lui, in modo che tema anche le cose più irragionevoli, da parte vostra.
Ipotesi folli, ma forse è opportuno comportarsi da folli, avendo a che fare con un folle.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it

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ROMOLO AUGUSTOLO, CEO DI ALITALIA

Se uno si comporta da pigro e non fa il suo dovere, dovrebbe vergognarsi. E certo non ci si può vantare di essere vigliacchi. Ma quasi ogni comportamento è scusabile e scusato se si tratta di legittima difesa. Personalmente uso del diritto alla legittima difesa quando si tratta di Alitalia: questa compagnia è tecnicamente fallita non so quanti anni fa (mi chiedo se portassi i calzoni corti, allora) ed è sempre stata tenuta in vita artificialmente – ahimè, anche per colpa di Berlusconi – e di fatto la comunità nazionale, per continuare a viziare i suoi dipendenti, non so quanti miliardi ha buttato nella spazzatura. Per tutte queste ragioni, ogni volta che ho visto notizie sull’Alitalia, a protezione del mio fegato – ecco il diritto alla legittima difesa – mi sono limitato al titolo e ad una smorfia di disgusto.
Gli eventuali lettori che fossero dipendenti dell’Alitalia potrebbero a questo punto chiedermi conto di questa reazione. Rispondergli non sarà difficile. Primo, un’impresa che va stabilmente in rosso è fallita e deve chiudere. Non può continuare a distribuire stipendi a spese dei contribuenti. Questa non è la logica italiana, lo so, ma è cosa che non condivido. Se dunque l’Alitalia ancora esiste, è uno scandalo economico.
In secondo luogo, se i dipendenti di Ryanair guadagnano molto di meno, non c’è ragione che i dipendenti di Alitalia guadagnino molto di più. Non sono di sangue reale o non appartengono ad una diversa razza umana. Infine, se pure – a motivo della stupidità nazionale – lo Stato è intervenuto più volte per salvare la stramaledetta compagnia, ma gli errori commessi non rendono obbligatorio commetterne degli altri.
L’Alitalia è fallita da anni, ma l’ultima volta che lo è stata “pubblicamente” – nel senso che ne hanno parlato i giornali – è stato quando l’ha salvata, comprandone metà, Ethiad, la compagnia degli Emirati Arabi. Già allora mi chiesi: “Ma sono pazzi?” E mi risposi che, forse, non avendo più fiducia né nel dollaro, né nell’euro, avevano cominciato a fare come i cinesi: comprare di tutto in modo che, quando le monete fatalmente scoppieranno, loro si troveranno a possedere “cose” e non “moneta scritturale”. Cioè niente o quasi.
Il tempo è passato e Alitalia, in aprile, dovrebbe chiudere i battenti. Il rosso è tale che né le banche, né Ethiad, né lo Stato (cui ormai è anche vietato intervenire) si sentono di continuare a gettare miliardi nella tazza del bagno. La sopravvivenza è ipotizzabile se interverrà una ristrutturazione che raddrizzi la barca e conduca, se non al profitto (cioè dei guadagni, lo spiego perché in Alitalia non sanno più che cos’è) almeno al pareggio di bilancio.
Bene, Alitalia ha finalmente indicato lo schema di questa ristrutturazione che i titoli dei giornali così sintetizzano: due mila licenziamenti e una riduzione degli stipendi, che per i piloti sarà del trenta per cento. Una riduzione che, se applicata alla mia pensione, corrisponderebbe a quattrocento euro, ma per loro corrisponde a tremila euro. Poverini.
Ora la domanda è: se l’Italia è ancora quella penisola mollemente adagiata nel Mediterraneo con andamento nord-ovest/sud-est, quante probabilità ci sono che i diretti interessati e i sindacati accettino questo piano? La risposta è: 0%. E in questo caso che succederà?
L’Italia, come detto, è il Paese dove un fallimento non è un fallimento; dove la logica è illogica; dove le cose non stanno come stanno, ma come i sindacati dell’Alitalia dicono che devono stare. Però chi vende il kerosene vuol essere pagato, come anche chi fornisce gli aeroplani in leasing (nolo), e gli stessi aeroporti. In altri termini: chi mai, a partire da aprile, metterà la mano in tasca per finanziare questa sanguisuga volante? E quale governo italiano è abbastanza forte per dire il banale: “Ragazzi, non c’è una lira?”
L’Italia mi ricorda l’Impero Romano del V Secolo. Il dogma era che l’Impero non poteva crollare, anche se nessuno era capace di darsi da fare per difenderlo. Doveva stare in piedi per virtù dello Spirito Santo. Poi, nel 476 d.C., lo Spirito Santo si distrasse.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it

16 marzo 2017

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GRILLO CREA UN LABIRINTO E CI SI PERDE LUI STESSO

Dal blog targato www.beppegrillo.it sono partite affermazioni riguardanti il Pd che hanno provocato, come reazione, una querela contro Beppe Grillo. In questi casi, dal punto di vista penalistico, le possibili difese sono le seguenti: 1. Non è vero che le affermazioni offensive erano contenute nel blog. 2. Le affermazioni incriminate non costituiscono offese. 3. Le affermazioni potevano sembrare offese, ma erano soltanto un legittimo esercizio di critica. 5. Oppure ancora (ma ciò non fa venire meno il reato) le affermazioni considerate calunniose corrispondevano a fatti provati. Invece i legali di Grillo hanno scelto un’altra linea di difesa: Beppe Grillo non è né il proprietario, né l’editore, né il direttore responsabile non è niente di niente che abbia a che vedere con www.beppegrillo.it. Dunque risponde soltanto degli interventi che ha inserito e firmato, non di quelli altrui. E poiché chi ha scritto quelle affermazioni non ha firmato, si è forse invitati a concludere che i querelanti possono attaccarsi al tram.
Gli stessi giornalisti sembrano pensarla così. Ci riferiscono infatti che, non appena si cerca di approfondire la struttura e la responsabilità di www.beppegrillo.it, ci si imbatte in un ginepraio di rinvii, di frasi sibilline, di rimpalli, si passa da un nome all’altro, da una struttura all’altra, tanto che alla fine ci si sente persi in un labirinto e non si sa più con chi prendersela. E infatti uno dei giornalisti termina il suo articolo dicendo che sarà il giudice a districare la matassa. Un’impresa degna di Ercole? Non si direbbe.
Cominciamo dal caso più elementare. Il signor Annibale Bianchi scrive sul suo blog, “Annibale”, che il signor Asdrubale Rossi è un “emerito cornuto”. Qui si hanno tutti gli elementi del reato di diffamazione: l’offesa all’altrui reputazione è stata perpetrata comunicando con più persone (ne bastano già due) ed è aggravata in quanto il fatto è stato commesso a mezzo stampa (“o qualsiasi altro mezzo di pubblicità”, dice il codice). Dunque la pena edittale, in questo caso, invece di andare fino ad un anno, andrà fino a tre anni. Contrariamente a quanto molta gente crede, non è affatto vero che su internet c’è libertà di insulto e di diffamazione. Avviso ai naviganti, la giurisprudenza è costante.
Ma, dirà qualcuno, in questo caso l’autore delle offese ai politici del Pd non è noto. E nfatti l’intervento sul blog beppegrillo.it non è firmato. Purtroppo per coloro che amano diffamare, la legge non è ingenua come forse sperano. Per ogni pubblicazione a mezzo stampa (o assimilata) si prevede un direttore responsabile. Così, se un articolo è firmato, la querela colpisce sia l’autore dell’articolo, sia il direttore responsabile. Se invece l’autore è anonimo, e il direttore non ne rivela l’identità, pagherà soltanto il direttore. Ma qualcuno paga. Se non fosse così, basterebbe non firmare nessun articolo e si potrebbe diffamare chiunque impunemente.
E se non è indicato il direttore responsabile? Poco male. Ammettiamo che il titolare di una qualsivoglia pubblicazione appaia tale Amilcare Punico e che, interpellato, costui affermi di non essere il direttore responsabile ma soltanto, a scelta, il gestore, il proprietario, l’amministratore, il tecnico. Per la legge il problema non si pone: o Punico ammette di essere il responsabile, o deve indicare il responsabile. E anche se questo secondo indica un terzo, per il giudice non ci sono problemi. Sceglierà fra loro colui o coloro che gli sembreranno avere de facto esercitato il controllo su ciò che veniva pubblicato e li condannerà. Per controllo si intende il potere di impedire la pubblicazione di quel testo. Né sarà un’esimente dire: “Di fatto non controllavo nulla”. Dal momento che il dovere del direttore responsabile è proprio quello di controllare, se non l’ha fatto è colpevole di non averlo fatto. Non diversamente da chi, se ha un cane feroce, deve tenerlo al guinzaglio e con la museruola. Quella scusa non vale nulla.
Tutte le furbizie tecniche di Beppe Grillo e dei suoi legali, ad occhio e croce, non valgono nulla. Se i giudici vorranno condannare qualcuno, basterà che si convincano che aveva la possibilità di bloccare la pubblicazione di quel testo. Io stesso, nel mio piccolo, sono responsabile dei miei blog ed ho la possibilità di bloccare quei commenti che dovessero risultare diffamatori. E non soltanto non mi priverei di farlo, ma se fossero pubblicati in un mio momento di disattenzione, prima li cancellerei e poi correrei a smentirli e a chiedere scusa alla vittima. Sperando che basti.
La linea di difesa scelta dagli avvocati ha questo di allarmante, che essi non negano il fatto. Così, il massimo che Grillo può ottenere è di far condannare un altro. E somiglierà a un bambino che tira una pietra e, quando la vittima si volta, dice che è stato suo fratello.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it

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IL LATTICE DELLA LEGITTIMA DIFESA

Sintesi: un ristoratore di Lodi, nel pieno della notte, sente dei rumori sospetti nel suo locale. Scende, sorprende i ladri e si ha una colluttazione. Dal suo fucile parte un colpo e uno dei ladri, colpito alla schiena, muore. Conclusione sociale: solidarietà con il ristoratore; conclusione giuridica: omicidio volontario.
La legge è chiara: la legittima difesa richiede che il pericolo per la persona sia attuale (non si può sparare “dopo”; se l’aggressore se se ne va, il pericolo è superato e si tratta di omicidio volontario); che la reazione sia proporzionata all’azione (non si può dare una coltellata a chi ci ha dato uno schiaffo); e che quel pericolo non sia altrimenti evitabile (se si ha la possibilità di fuggire, invece di affrontare l’aggressore, si deve fuggire. La dignità del protagonista del film non è contemplata).
Alcuni esempi possono essere utili. Se l’aggressore ha una pistola in mano ma la tiene abbassata non posso sparargli; se invece comincia ad alzare il braccio sì, posso – come vi spiegherebbe qualunque personaggio dei film western – ma è bene che sia veloce. Diversamente non vedrò la scritta “Fine” sull’ultimo fotogramma.
Se la luce è insufficiente, non posso presumere che l’aggressore sia armato. È meglio che abbia gli occhi con visore notturno incorporato, diversamente rischio una condanna per omicidio volontario. Esiste certo la “legittima difesa putativa”, ma poi nascono i dubbi: veramente la luce era insufficiente? Come mai ho preso il luccichio di un accendisigari di metallo per una pistola? Il giudice ha tutto il tempo che gli serve, per fare obiezioni. Per esempio, se risulta poi che l’aggressore aveva una pistola giocattolo, il giudice mi chiederà in primo luogo se potessi distinguere che non era una vera arma.
Se vedo che mi stanno venendo addosso in quattro, anche disarmati, con l’intenzione di uccidermi, ho indubbiamente il diritto di sparare, perché non ho altra possibilità di difesa. Ma – attenzione – dopo dovrò dimostrare che avevano l’intenzione di uccidermi, non di darmi una salva di pugni. Dovrò dimostrare che non avevo la possibilità di fuggire, o di chiudere una porta fra me e loro, o di gridargli “buuu!” con una forza sufficiente da spaventarli.
Ironie a parte, la nostra legge penale ha torto o ragione? La domanda è mal posta. I codici non sono eterni. E neppure la mentalità della gente è immutabile. Il problema è soltanto quello dell’adeguatezza della legge alla sensibilità giuridica ed umana del momento. Ma anche quando – come nel caso di Lodi – sembra che la gente sarebbe a favore di un ambito molto più vasto della legittima difesa, bisogna stare attenti alla sua volubilità. Oggi i concittadini corrono a decine ad esprimere la loro solidarietà al ristoratore, ma nel caso di Carlo Giuliani, ucciso durante i tafferugli di Genova di tanti anni fa, la gente fu talmente a favore dell’aggressore che (se non ricordo male) si arrivò a dedicargli una stanza a Montecitorio, quasi fosse un caduto per la libertà. E nel frattempo l’opinione pubblica (naturalmente di sinistra) fu talmente contro l’agente la cui vita era stata minacciata che alla fine la magistratura, pur di assolverlo, ricorse ad una motivazione che a molti, me compreso, sembrò incredibile. Mentre era evidentemente un caso di legittima difesa e personalmente all’agente avrei dato una medaglia sin dal primo giorno.
Chi aggredisce un uomo in divisa aggredisce lo Stato, e non capisco questa tolleranza verso black block, “casseurs”, “hooligans” e altra feccia. E allora, prima vogliamo assolvere un ristoratore che spara alle spalle e poi vogliamo condannare un carabiniere isolato che un facinoroso vuole uccidere? Dove la mettiamo la legittima difesa dei poliziotti e dei carabinieri, se la gente continua a considerare lecito protestare lanciando contro di loro pietre (sampietrini, non confetti), biglie d’acciaio con robusti lancia sassi e bombe Molotov? Questa legittima difesa è più elastica del lattice.
Se pensassimo di cambiare le norme sulla legittima difesa, dovremmo dunque porci il problema di come la prenderebbe la gente, quando gli aggressori fossero “simpatici” e gli aggrediti “antipatici”. A Napoli ci sono state manifestazioni di piazza per la morte di contrabbandieri uccisi in conflitti a fuoco con la polizia.
Per me – che sono un primitivo – chiunque si comporti in modo violento dovrebbe divenire “free game”, selvaggina contro cui è sempre lecito sparare. Ma gli altri sono civili, e dovrebbero stare più attenti prima di aprire bocca. Chissà che, nel dubbio, non facciamo bene a tenerci le norme che abbiamo. Domani tutti potrebbero essere contro un nuovo Placanica che uccide un nuovo Carlo Giuliani.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
14 marzo 2017

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RENZI E L’ANIMA DEL PD

Con l’implosione dell’Unione Sovietica il Pci fu obbligato a trasformarsi, e alla fine, avendo annacquato le proprie posizioni estremiste, cercò di divenire inclusivo, fondendosi con la Margherita. Il partito che ne risultò aveva un’ideologia sufficientemente vaga. Era socialista ma non anticristiano, era utopico ma senza esagerare, e la sua azione risultava dalla conciliazione delle varie proposte. Divenne in sostanza un partito socialista inclusivo.
L’arrivo di Matteo Renzi, insieme con l’inopinato successo del M5S, cambiò tutto. Morto il bipolarismo oggettivo Pd-Berlusconi, l’unico modo per avere il potere era costituire una coalizione: ma le coalizioni sono fragili e quella con Berlusconi era innaturale. Dunque l’unico modo per governare veramente era da un lato abolire il Senato, dall’altro cambiare la legge elettorale in modo che, essendo il partito di maggioranza relativa (con qualunque percentuale, anche il 28%) si ottenesse nell’unica Camera una confortevole maggioranza. Per esempio il 52%. Ecco perché Renzi teneva tanto a superare il referendum del 4 dicembre. Tanto che, per forzare il risultato, minacciò gli elettori di abbandonare la politica, in caso di sconfitta.
Purtroppo, per alcuni la sua minaccia fu una promessa. Il previsto plebiscito su di sé si trasformò in un giudizio impietoso. Forse a causa del suo eccesso di bugie e di presenzialismo, gli elettori trascurarono il merito della votazione e mirarono soltanto a scacciarlo da Palazzo Chigi. La cosa comunque cambiò totalmente il quadro politico e Renzi forse non lo capì. Pensò soltanto ad una battuta d’arresto. Non mantenne la promessa d’andare “a casa” e continuò a guidare il partito con lo stesso piglio di prima.
Non percepì che erano cambiate le regole del gioco. Prima un Fuoriclasse Vincente aveva conquistato il partito e stava anche per conquistare il potere assoluto sull’Italia. Era sgradevole – arrogante, bugiardo, sarcastico, prepotente – ma non badava al moltiplicarsi dei nemici che, eventualmente, avrebbe schiacciato come vermi. O fatto sparire dalla scena come Fassina e Civati. Meglio odiarlo in silenzio e, seguendolo, avere un posto sul carro del vincitore.
Con la sconfitta di dicembre il Senato non era abolito. L’Italicum non avrebbe superato lo scoglio della Corte Costituzionale. Non c’era più un premio di maggioranza, se non quello, inverosimile, ottenibile col 40%. A Palazzo Chigi c’era un altro Premier e non si sarebbe andati a votare in tempi brevi. Infine il proporzionale avrebbe reso indispensabili le coalizioni. Tutta un’altra storia.
Renzi forse non si rese conto di quanto la vecchia formula fosse inapplicabile. Ora bisognava ritornare a quel partito socialista inclusivo e plurale che si era avuto fino ai tempi di Enrico Letta e pensare alle alleanze. Invece lui continuava a comportarsi come prima, alimentando l’incontenibile irritazione dell’anima tradizionale e “comunista” del partito. Quella che ora per giunta non aveva più nessun serio interesse a rimanere nel Pd perché un giorno, entrando nell’indispensabile coalizione, avrebbe pesato di più dall’esterno che rimanendo all’interno. Il Capo credeva di essersi liberato di fastidiosi oppositori, in realtà avrebbe dovuto temere che il suo predecessore come segretario del partito portasse via con sé l’anima e la bandiera dell’antico Pci.
Oggi l’identità del Pd sembra ridursi all’obbedienza a Renzi Ma la sua straripante ambizione può sostituire il Comunismo e il Cristianesimo? Il Pci resistette per oltre quarant’anni alle smentite della realtà perché proponeva la rivoluzione, l’utopia dell’uguaglianza nella prosperità; un partito che ha come ideologia “voglio governare io” saprà fare altrettanto?
È vero, è avvenuto in passato. Ma il protagonista è stato o molto stimato e molto amato (Cesare, Augusto, perfino Mussolini, Atatürk o De Gaulle) oppure molto temuto, come Stalin, perché un orrendo criminale. Ma Renzi non fa paura e quanto a stima è molto mal messo. Se il Pd divenisse il Pdr, il Partito di Renzi, perderebbe la sua anima e la sua ragion d’essere. Se il governo avesse vinto il referendum, il partito sarebbe stato tenuto insieme dal collante del potere. Invece, nell’epoca delle coalizioni, l’essere soli e poco amati è quanto di più controindicato.
Il Pd sarebbe fortunato se cambiasse segretario e il nuovo fosse un uomo amabile capace di ricucire i rapporti con tutti, inclusi i fuorusciti. Bisognerebbe ricostruire quel Pd che comprendeva l’anima comunista e l’anima democristiana. Perché un partito unipersonale funziona soltanto se il capo è vincente ed ha uno straordinario carisma. Renzi il carisma se l’è giocato e attualmente il meglio che potrebbe fare per la sinistra sarebbe mettersi da parte.
Ma quell’uomo obbedisce al suo temperamento quasi fosse il suo Destino. Forse, emulo inconscio di Jean-Jacques Rousseau, reputa l’istinto una guida sicura. E non ci sono speranze che rinsavisca.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it

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