GUERRA IN COREA

Secondo un autorevole competente americano di geopolitica, l’attacco statunitense alla Corea del Nord sarebbe imminente.
La notizia – che naturalmente nessuno è in grado di confermare o smentire – fa correre dei brividi lungo la schiena. Non soltanto tutte le guerre fanno versare molto sangue umano, ma il loro svolgimento, il loro esito e le loro conseguenze sono sempre un’incognita. Dunque è inevitabile che ci si pongano delle domande, anche se, sul valore delle risposte, si può rimanere scettici.
Questa guerra è giustificata?
Una guerra assolutamente necessaria, anzi inevitabile, è quella che si combatte quando si è stati aggrediti. Purtroppo, il concetto di aggressione è discutibile. Infatti essa può concretizzarsi in un preciso attacco bellico (per esempio l’inizio di un’invasione) ma può anche essere costituita da ciò che si chiama un “casus belli”. Il casus belli è definito – ambiguamente – più o meno così: un evento che è reputato causa di una guerra. Ma reputato da chi?
Alcuni eventi sono ormai per così dire “codificati”. Quando, in aperta violazione del diritto internazionale, Gamal Abder Nasser chiuse gli Stretti di Tiran, vietando così il passaggio delle navi israeliane attraverso il Golfo di Akaba, la cosa costituì un evidente casus belli, equivalente ad una dichiarazione di guerra. E infatti gli israeliani reagirono distruggendo al suolo l’intera aviazione egiziana. Fu l’inizio delle operazioni militari della famosa “Guerra dei Sei Giorni”, in cui gli Israeliani per così dire “spararono il primo colpo”, e tuttavia furono evidentemente gli aggrediti, non gli aggressori.
Per quanto riguarda la Corea del Nord, il casus belli è più incerto. Infatti le dichiarazioni bellicose di un leader e il possesso di armi letali, non giustificano di per sé una guerra. Colui che ha parlato troppo, in seguito ben potrebbe sostenere che si trattava soltanto di retorica nazionale, e che a quelle parole non corrispondeva nessuna seria intenzione aggressiva. Ma è comprensibile che chi è minacciato con una pistola uccida l’aggressore, anche se ha il dubbio che l’arma dell’altro sia scarica. Sempre meglio la morte dell’aggressore che la propria. E l’errore di provocare, il dittatore di Pyongyang lo ha commesso ripetutamente.
In ogni modo queste discussioni sono oziose. Le guerre non le vince chi ha ragione, le vince chi è più forte. E il primo consiglio da dare a chiunque è quello di non aggredire, non provocare e non minacciare mai chi è più forte.
Questa guerra è necessaria?
Casus belli a parte, una guerra è necessaria ogni volta che si pensa che lasciare l’iniziativa all’altro sia più pericoloso che por subito mano alle armi. Nel caso degli israeliani nel 1967, la necessità della guerra – dal momento che l’intenzione di Nasser era quella di eliminare lo Stato d’Israele – era del tutto evidente. Nel caso della Corea del Nord si potrà giudicare il caso come si vorrà, ma in ultima analisi sta agli Stati Uniti decidere se si sentono aggrediti da Pyongyang, e se convenga loro neutralizzare quel Paese prima che disponga effettivamente di armi atomiche e possa realmente provocare danni immensi, se non agli Stati Uniti, ai loro alleati.
Questa storia dell’armamento atomico nordcoreano dura da decenni, e da decenni quel Paese è stato avvertito che non gli sarebbe stato consentito di “farsi la bomba”. Ora esso proclama di averla, la bomba, minaccia di farla esplodere sulla California con missili intercontinentali, e intanto li fa cadere in mare al largo del Giappone: francamente troppo per la tolleranza di una grande potenza. Soprattutto se guidata da un Presidente non timido ed idealista come Barack Obama. Sarebbe come riconoscere a questo piccolo Paese l’egemonia sull’Estremo Oriente, con l’unica eccezione della Cina. E ciò mentre il Giappone, un gigante economico e tecnologico, si astiene dall’arma atomica, in ossequio a un trattato.
L’opinione comune, in campo internazionale, è che la Corea del Nord veramente esageri, che la Corea del Sud sia effettivamente in pericolo, e che molto probabilmente Cina e Russia non si muoveranno per difendere Kim Jong-un, se gli statunitensi decideranno di tagliargli le unghie.
Quali potrebbero essere le modalità di questa guerra?
Non è impossibile che, nella speranza di evitare a full scale war, cioè una autentica guerra guerreggiata, gli americani si limitino da principio a bombardare pesantemente tutti i siti collegati con la produzione bellica nucleare. Naturalmente essi distruggerebbero al passaggio qualunque resistenza i nordcoreani provassero ad opporre, e in primo luogo annienterebbero la loro aviazione. Il senso dell’operazione sarebbe: “Noi non vogliamo uccidervi tutti, vogliamo soltanto eliminare la vostre armi atomiche”. E se i nordcoreani avessero il buon senso di subire passivamente la punizione (al di là del tentativo di difesa aerea, per l’onore della bandiera) può anche darsi che la guerra si fermi a questo punto. Purtroppo ciò è improbabile.
La reazione nordcoreana e le sue conseguenze.
Bisogna infatti tenere conto dello smisurato orgoglio dei dittatori, che personalmente non rischiano niente (ma attenzione a Norimberga), e spendono le vite altrui con estrema disinvoltura. Anche a milioni. Se dunque Kim Jong-un e la Corea del Nord si comporteranno in conformità con ciò che hanno così spesso minacciato, la faccenda si fa molto, molto più seria. Se bisogna dirla tutta, questa avventura potrebbe sfociare in una delle vicende più tragiche dei tempi moderni. E per esaminare questo quadro bisogna avere un’idea dell’armamento nordcoreano.
Ovviamente nessuno al mondo fa l’ipotesi di una vittoria della Corea del Nord: tuttavia essa, pur essendo un Paese poverissimo, dispone di un notevolissimo esercito, soprattutto come numero di uomini, di cannoni e di carri armati. E chi è veramente in pericolo, a causa di questo esercito, è la Corea del Sud. In particolare Seul, che è alla portata dell’artiglieria della Corea del Nord.
L’artiglieria nordcoreana è un’arma da prendere assolutamente sul serio, sia perché il numero dei pezzi schierati lungo la frontiera è enorme, sia perché i nordcoreani hanno avuto decenni per camuffarli e difenderli, sia infine perché, anche a riuscire a distruggerne una buona parte, è sicuro che la popolazione civile di Seul subirebbe perdite molto dolorose.
Naturalmente i sudcoreani, che questo pericolo conoscono da sempre, probabilmente conoscono già la posizione della maggior parte dei cannoni. E ciò fa pensare che gli americani, sin dall’inizio delle operazioni, potrebbero bombardare il lato nord di quella frontiera fino a non lasciare pietra su pietra per molti chilometri. Essi dispongono del totale dominio dell’aria, di risorse economiche uniche al mondo, dell’esperienza dei bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, e perfino di superbombe capaci di distruggere anche i bunker. Si può dunque immaginare uno dei bombardamenti più selvaggi di tutti i tempi.
La reazione atomica.
Il rischio è che Kim Jong-un, vittima delle sue illusioni, e volendo imitare più Erostrato che Cesare, potrebbe progettare di infliggere gravissimi lutti e devastazioni alla popolazione civile sudcoreana, usando l’arma atomica. Ciò potrebbe scatenare non soltanto la selvaggia reazione sudcoreana, ma soprattutto quella statunitense. Questo, dopo quello commesso da Adamo ed Eva mangiando la famosa mela, sarebbe l’errore più grave dell’umanità. Washington potrebbe passare da una guerra intesa al contenimento della Corea del Nord, ad una guerra intesa a cancellare quel Paese dalla faccia della Terra, gettando non una bomba atomica, ma parecchie bombe all’idrogeno, e facendo morire la maggior parte dei suoi abitanti. Senza contare il fall out che potrebbe colpire anche la Cina o la Corea del Sud, secondo come decideranno i venti.
Non si sta scherzando. In guerra gli americani non somigliano molto ai ragazzotti di Happy Days. Indubbiamente Pyongyang non è vicina alla frontiera quanto Seul, ma ciò non ha più importanza, se si pensa che sarà senza difesa contro l’aviazione americana e i missili americani. Così il rischio sarà che, per ogni mille morti sudcoreani, ci siano centomila morti nordcoreani. Questo è il prezzo che i popoli sfortunati pagano quando hanno un dittatore folle.
Una flebile speranza è che il missile atomico nordcoreano non riesca ad arrivare al Sud, perché i sistemi antimissilistici occidentali, accoppiati con la tecnologia dei radar moderni (in particolare il famoso Thaad, già installato), scoprirebbero il missile sin dalla partenza e lo farebbero cadere (ed esplodere?) già in territorio nordcoreano. Se ciò avvenisse, bisognerebbe correre ad accendere un centinaio di ceri a San Gennaro. Perché gli americani sarebbero dispensati dal rispondere anche loro con l’arma atomica.
Se invece l’atomica nordcoreana riuscisse ad esplodere a Seul, il quadro torna ad essere quello prima delineato. Stiamo parlando di un’inimmaginabile apocalisse, e di molti milioni di esseri umani uccisi in un solo colpo.
Molte persone, leggendo queste righe, le reputeranno inverosimili, inconcepibili, eccessive. E ciò perché non sanno che in guerra di inconcepibile e di eccessivo non c’è niente. Per questo bisogna evitare che comincino: perché poi non ci sarà limite al peggio. Fra l’altro, quanto all’ “inumano”, basti dire che la guerra stessa è inumana. E se i nostri nemici cercano di uccidere un milione dei nostri, noi cercheremo di uccidere dieci milioni dei loro. Hitler tentò di terrorizzare i londinesi, gli Alleati quasi uccisero tutti gli abitanti di Berlino, Amburgo, Hannover.
Chi non ha seriamente studiato la Seconda Guerra Mondiale troverà tutto ciò inimmaginabile. Chi, anche analfabeta, ha conosciuto la Seconda Guerra Mondiale, sa che stiamo parlando molto seriamente. Basterà citare l’orrendo massacro di Dresda. La Corea del Nord rischia di doversi pentire molto amaramente di avere giocato col fuoco. Se gli Stati Uniti saranno indotti a pensare che lottano per la loro sicurezza, Dio scampi chiunque si troverà nel loro mirino.
La possibile riunificazione
Malgrado l’esperienza del Vietnam del Sud, la parola “riunificazione” gode indubbiamente di buona stampa e qualcuno si chiederà se, da una simile catastrofe, potrebbe poi conseguire l’unificazione della Corea del Sud con la Corea del Nord. Purtroppo l’esperienza tedesca, pure storicamente vissuta come la guarigione da una intollerabile ferita, ha raffreddato molti entusiasmi. Alla Germania Ovest l’operazione è costata tanto cara da non dare voglia ad altri di riprovarci. Soprattutto se il divario economico – come nel caso della Corea – è notevolmente più grande di quello che c’era fra la Germania Est e la Germania Ovest.
Dunque è probabile che, dopo la guerra, la Corea del Sud al massimo accetterà una vaga confederazione, col Nord, ma certo non se ne farà carico economicamente. Sarebbe un suicidio. L’unica speranza, per la Corea del Nord, sarebbe quella di rimboccarsi le maniche e vedere di ritrovare, con l’adozione dell’economia di mercato, se non la prosperità, almeno un’accettabile sopravvivenza.
Ma con questo stiamo andando troppo lontano nel tempo. Attualmente si può soltanto sperare che, se veramente si porrà mano alle armi, le conseguenze siano le meno gravi possibili. Anche se, quando si ha da fare con le dittature, non si può contare neanche su un minimo di buon senso.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it

25 maggio 2017

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L’ESATTORE E L’EVASORE

Nel match evasore/esattore la radiocronaca è difficile, perché si sa già che gli ascoltatori, più o meno sinceramente, sono tutti tifosi del secondo. Ma per cominciare sarà bene chiederci di chi stiamo parlando.
L’esattore è un simbolo. Nessuno identificherebbe con esso il negoziante che, se vende legalmente, scarica l’Iva sul consumatore. Eppure in quel momento si comporta involontariamente da esattore. Ma, se è per questo, neppure l’impiegato dell’Agenzia delle Entrate è responsabile dell’eventuale oppressione fiscale. È semplicemente la rotella di un grande meccanismo, e quello è il suo lavoro. L’ “esattore” è lo Stato.
Lo Stato richiede tributi perché deve finanziare il proprio funzionamento, in particolare per quanto riguarda quei compiti come l’istruzione, la difesa, la giustizia, che operano essenzialmente in perdita. Inoltre col fisco esso attua una ridistribuzione del reddito a favore dei più poveri. La prima ragione è inevitabile e istituzionale, e infatti al massimo si criticano gli sprechi. Viceversa, per la ridistribuzione della ricchezza, si tratta di una opinabile scelta politica che va da un sempre più raro rispetto della proprietà privata al totale esproprio.
Teoricamente, la Pubblica Amministrazione, non essendo una persona, non opera mai nel proprio interesse. E dunque, altrettanto teoricamente, l’evasore ha senza dubbio torto. Ciò che la P.A. preleva, lo riversa poi sui cittadini come beni e servizi, dunque l’evasore è un disonesto perché, mentre gode di quei benefici, vorrebbe che li pagassero soltanto gli altri.
Ma qui è necessaria una lunga serie di “se”. Se lo Stato, a causa della sua inefficienza, incassa molto di più di ciò che poi restituisce ai cittadini; se si fa carico di compiti che non gli competono, promettendo che così costeranno di meno, mentre poi ai cittadini costano molto di più; se è inefficiente nella repressione dell’evasione, tanto che gli onesti cominciano a sentirsi discriminati; se è incapace di dirigere l’esercito degli statali, tanto che la loro produttività scende a livelli ridicoli, mentre la macchina della P.A. costa un’iradiddio; se mette l’imprenditore dinanzi all’alternativa di barare o morire; se le sue strade sono piene di buche e di immondizia; se prima vuole il monopolio della salute e poi il cittadino che vuole curarsi deve lo stesso pagare di tasca propria; se non riesce ad amministrare la giustizia; se insomma il contribuente ha la sensazione che lo Stato non mantiene il contratto per il quale dovrebbe pagare le tasse, l’esasperazione si trasforma in voglia di vendetta e l’evasore crede di agire per legittima difesa. Avrà torto, ma certo meno torto del cittadino di un Paese in cui la gente ha la sensazione che la P.A. fa onestamente la sua parte.
Lo Stato italiano ha veramente molto da farsi perdonare. Viaggiando in Europa, non si entra nelle banche attraverso un “sas”, parola da sottomarini, che da bambino neanche conoscevo, e dopo controlli polizieschi, se non addirittura militari. “Appoggi l’indice della mano destra…”. “Guardi verso la telecamera”. “Depositi gli oggetti metallici nell’apposito armadietto e, mi raccomando, non abbia una fibbia della cintura troppo massiccia”. E in Europa non ho mai visto, come in Italia, una quantità di case con porte e finestre chiuse da cancelli. Al contrario, in molti Paesi stranieri la porta d’ingresso è addirittura a vetri. Noi invece abbiamo più serrature del caveau di una banca. Il nostro Stato non ci tassa meno di altri Paese europei e poi non è capace di proteggerci. Non è lecita una certa rabbia, vedendo il livello dell’“ordine pubblico”, da noi? Eppure tra poliziotti e carabinieri abbiamo più gente in divisa di altri grandi Paesi. Come facciano altrove non lo so e non m’interessa. M’interessa il risultato. E pagherei più volentieri le tasse in Francia.
Lo Stato italiano riesce a farsi odiare. È questa la ragione della sotterranea simpatia di cui gode l’evasore. Del resto, quelli che sbraitano contro l’infedeltà fiscale, se possono, evadono anche loro. E se uno glielo fa notare, si giustificano dicendo che la loro evasione è “cosa da nulla”. Sarà magari vero: non pagare l’Iva sul lavoro del tappezziere che ci ha rimesso a nuovo il divano, non è un grande crimine. Ma la domanda è: “Quale occasione hai avuto di una grande evasione, e tuttavia hai preferito pagare?” Perché diversamente rimane il sospetto che si sia evaso tutto ciò che si è potuto evadere.
Incontestabilmente, il pagamento di tasse e imposte è un dovere sociale.. Ma se, incontestabilmente, il contribuente ha la sensazione di sprecare il proprio sudato denaro, lo Stato esattore non si aspetti di essere amato.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
23 maggio 2017

Commento sull’attentato di Manchester.
Il terrorismo non ha mai vinto, e infatti gli anarchici tra Ottocento e Novecento sono dimenticati.
La sorveglianza e la repressione sono necessarie, ma non elimineranno il fenomeno, soprattutto per quanto riguarda gli attentati individuali.
L’unico vero freno sarebbe non dare la minima pubblicità a questi fatti, ma nella nostra epoca, e in democrazia, sembra impossibile.
Non c’è altro da dire.
G.P.

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L’ITALIA SALVATA DAI COMPETENTI

Un bell’articolo della “Stampa”(1), a firma Andrea Montanino, sostiene che con la vittoria di Emmanuel Macron, in Francia, e la probabile vittoria di Angela Merkel in Germania, si apre uno scenario pressoché inevitabile. Per prima cosa, è ovvio che le due potenze non possono aspettare che l’Italia si dia una legge elettorale, voti, formi un nuovo governo, e sia pronta a sedersi ad un serio tavolo di trattative. Dunque le due grandi nazioni devono acconciarsi all’idea di programmare da sole la soluzione del problema europeo.
L’articolo, anche se appare scritto da qualcuno che sa il fatto suo, ed è abbastanza importante per frequentare ex primi ministri, contiene molte affermazioni che possono lasciare perplesso il normale lettore italiano. Tanto che le ho contrassegnate con dei numeri, in vista di qualche obiezione.
Francia e Germania prevedibilmente hanno davanti quattro anni di stabilità. E il grande problema che devono risolvere è: che fare dell’Italia? Da scartare l’idea di escludere questo Paese. Una sua uscita dall’euro o dall’Unione farebbe rovinare tutto il sistema. Da scartare l’idea di abbattere il suo debito pubblico mediante default(1). Infatti – si può esplicitare – il suo fallimento comporterebbe la conseguenza dell’ipotesi precedente. Unica soluzione, l’Italia dovrebbe a poco a poco ridurre il suo debito(2). A questo scopo l’Unione potrebbe usare bastone e carota. Per il bastone, “misure straordinarie(3)”, “monitoraggio sovrannazionale e rigoroso delle riforme necessarie(4)” in modo da ottenere un “ambiente competitivo per arrivare alla crescita(5)”, magari istituendo “un’autorità fiscale sovrannazionale(6)” che applichi forzosamente “misure correttive(7)”.
La carota sarebbe costituita da un più graduale rientro del debito pubblico(8), dalla partecipazione comunitaria a investimenti per sovrastrutture e l’emissione di bond europei garantiti da tutti gli Stati(9). Infine dalla possibilità per l’Italia di “accedere a fondi per la stabilizzazione del ciclo economico gestito sempre da un’autorità centrale europea(10)” A questo punto viene in mente l’imitazione che Maurizio Crozza fa di Landini quando grida: “Ma vuoi scherzare?”.
1 Quando si afferma che una data soluzione sia “da scartare” bisogna anche poter dimostrare che si abbia la possibilità di scartarla. Il chirurgo che si appresta ad operare, e deve scegliere quale tecnica adottare, non può “scartare l’ipotesi che il malato muoia”. Dunque bisogna cominciare col non scartare che, dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur, mentre a Roma si discute, Sagunto cada: mentre loro studiano, l’Italia potrebbe benissimo fallire per una crisi di Borsa. Un Paese che ha un debito pubblico corrispondente a oltre il 130% del pil non è mai in sicurezza.
2 L’Italia dovrebbe a poco a poco ridurre il suo debito. Secondo questo signore, a Roma non ci si è mai pensato?
3, 4, 5, 6, 7. Innanzi tutto bisogna chiedersi se il malato è in grado di sostenere l’operazione, o se non ci sia da temere che, già con l’anestesia, tiri le cuoia. Quando si parla di “misure straordinarie”, si accenna forse ad inasprimenti fiscali? Se il Paese è fermo da anni, come si può credere che un salasso gli dia voglia di correre? E lo stesso vale per le “riforme necessarie”. Se i governi non le hanno fatte, non è che per caso hanno temuto che il Paese non le avrebbe tollerate, né economicamente, né politicamente? Gli italiani non hanno mai fatto una rivoluzione. ma c’è sempre una prima volta.
5 Quando si parla di un “ambiente competitivo per arrivare alla crescita(5)” si potrebbe intendere un taglio di tutti i salari e di tutti gli stipendi del trenta per cento. Il signor Montanino si è mai chiesto come reagirebbero gli italiani? Una cosa è parlare in generale di “ambiente competitivo”, un’altra è scendere nei particolari per attuarlo.
4,6 Stupisce poi che si usi con tanta disinvoltura l’aggettivo “sovrannazionale”. È noto che l’Italia è uno dei Paesi in cui l’Unione Europea e l’euro sono meno popolari. È noto che abbiamo già due partiti – e fra loro quello che attualmente ha i massimi consensi – che sognano di uscire dall’uno e dall’altra. È nota la tendenza degli italiani a dare all’Europa buona parte delle loro proprie colpe. Sicché, nel momento in cui le misure più dolorose fossero espressamente adottate e imposte da un’autorità europea, pioverebbe sul bagnat. Finalmente tanti avrebbero la prova evidente ed innegabile che la responsabilità dei loro dolori è dell’Europa. “Prima l’Unione ci ha sottratto la sovranità, ed ora ci opprime come non mai!”. Tutto ciò farebbe risorgere dalle sue ceneri la retorica mazziniana e farebbe sognare a molti un riscatto con le armi.
8 Come si può parlare di rientro dal debito, se pure più graduale, mentre è in programma la fine del Quantitative Easing, e potremmo essere obbligati a pagare una cinquantina di miliardi l’anno in più soltanto per il servizio del debito?
9, 10 A parte il fatto che si può dubitare dell’efficacia degli investimenti pubblici per rilanciare l’economia (l’ha scritto Keynes, ma non se ne trova traccia nei Vangeli), chi dice che gli Stati europei, e più precisamente i cittadini degli Stati europei, siano disposti a prestare denaro all’Italia, sapendo perfettamente che, con questi chiari di luna, potrebbero non veder tornare indietro neanche mezzo euro? Quanto sarebbero popolari, questi provvedimenti, in quei Paesi? Non si è forse visto con quanto entusiasmo in Germania è sempre stata accolta l’ipotesi dei bond europei? La carota di cui parla Montanino rischia di essere immaginaria.
Per fortuna, questo signore è sicuramente un grande competente, sicché è ancora lecito sperare che tre per tre faccia trentuno, come a me sembra sostenga lui.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
21 maggio 2017
(1http://www.lastampa.it/2017/05/21/cultura/opinioni/editoriali/il-debito-italiano-frena-anche-merkel-e-macron-poSWyNnXySQF8sAW2mL19O/premium.html

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LA CARTAMONETA È UNA TRUFFA

L’oro è un bene. Può avere variazioni di prezzo, ma non più di quanto avvenga per tutti gli altri beni importanti: le case, il petrolio, il cotone, il caffè, i diamanti. Chi compra una casa a cento sa già che fra dieci anni una casa identica potrà costare 80 o 200, ma non potrà mai “fallire”. Dunque, in caso di grandi crisi, chi possiede beni è sempre in vantaggio rispetto a chi possiede banconote.
La banconota è una “promessa di acquisto di beni”, un bene invece è già un bene. Al limite scambiabile con altri beni. E infatti in guerra, mentre il nemico avanza e si attende l’invasione, la popolazione non si fida più della moneta cartacea e ricorre al baratto. È un ricordo “quasi personale” di ciò che avvenne in Sicilia nel 1943.
Alla ricerca di beni che abbiano la caratteristica della incorruttibilità, della divisibilità e dell’universale gradimento, in certe regioni dell’Africa si usava il sale; in certe regioni fredde (per esempio il Canadà o l’Alaska) si sono usate le pellicce; nell’antichità europea si sono usate le pecore (pecus, da cui pecunia), ma rimane il fatto che quei beni possono avere qualità diverse e dar luogo a discussioni. L’ideale, al riguardo, si è rivelato l’oro perché ha una qualità standard, e come mezzo per gli scambi può avere un concorrente sortanto nell’argento (in francese “argent” significa denaro).
L’oro, rispetto agli altri beni, ha inoltre alcune eccellenti particolarità: è incorruttibile; può essere conservato indefinitamente; è suddivisibile in parti (senza che le parti perdano valore rispetto all’intero) ed è gradito a tutti in qualunque momento. Una casa invece, che pure è uno dei beni più universalmente appetibili, può degradarsi; può rovinare; non si può suddividere e non tutti hanno sempre bisogno di una casa. L’oro ha tendenzialmente un valore costante e un gradimento universale, tanto che sin dalla più alta antichità è considerato un equivalente semantico di moneta e di ricchezza.
La cartamoneta viceversa è soltanto un simbolo di bene, e circola perché lo Stato ne impone la circolazione. L’oro invece potrebbe circolare anche senza l’intervento dello Stato, pesandolo (con la bilancia, libra, da cui lira). Insomma bisognerebbe sempre ricordare che i biglietti di banca sono carta, soltanto carta, e incarnano una promessa che, come tutte le promesse, potrebbe anche non essere mantenuta.
Il pericolo rappresentato dalla cartamoneta dipende dal fatto che ne è possibile l’accumulazione senza limiti. Se circolasse oro, e se per caso moltissimi detentori preferissero accumularlo piuttosto che spenderlo, la sua rarefazione nella circolazione ne farebbe aumentare il valore, ma ciò potrebbe avvenire soltanto in una certa misura. Anche perché l’aumento di valore spingerebbe i detentori a spenderlo e i produttori di oro a trarne di più dalle miniere, essendo aumentato il margine di vantaggio.
Viceversa, circolando cartamoneta, il denaro che è stato accantonato dai risparmiatori non provoca aumento del valore del circolante, perché lo Stato, felice di approfittare del regalo, immette altra cartamoneta in circolo, sapendo che non provocherà approfittando inflazione. Ma ciò fa sì che vi sia poi, accanto alla cartamoneta in circolazione, una montagna di moneta virtuale risparmiata. Per esempio, in Italia, duemiladuecentosessantamiliardi di euro. E questa somma una volta o l’altra tornerà in circolazione, provocando una terrificante inflazione.
Infatti, mentre il detentore d’oro non sarà mai indotto a buttarlo sul mercato, pur di ricavarne qualcosa (perché il suo deprezzamento non è mai molto grande) chi teme che domani il suo denaro potrebbe valere meno di oggi, magari la metà, magari un terzo o meno, cerca di acquistare qualcosa con esso, e provoca così il tracollo del suo valore.
L’euro sembra un gigante anche perché è adottato da grandissime potenze economiche come la Germania, la Francia, l’Italia o la Spagna, ma rimane una moneta cartacea. Come tale è sottoposto a possibili variazioni che vanno dalla stabilità totale al completo fallimento o quasi. Come avvenne con la Reichmark al tempo di Weimar.
La convertibilità in oro è fuori moda, eppure era l’unico sistema per non essere truffati dai governi con la cartamoneta. La cartamoneta potrebbe vantaggiosamente sostituire l’oro se i governi fossero in grado di non stampare più moneta di quella più o meno equivalente all’oro: ed è la ragione per la quale la Germania tiene tanto all’”austerity”, al limite di bilancio, alla sorveglianza sul deficit e via dicendo. Ma nel tempo, è una guerra che l’intera Europa finirà col perdere. L’Italia, addirittura, sembra anelare a questo show down, quando parla di “flessibilità”, di investimenti di Stato, di sussidi ai più poveri ed altre regalie, attinte al Pozzo di San Patrizio. Ma Giove rende pazzi coloro che vuol perdere.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
20 maggio 2017

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L’AGGETTIVO “RELIGIOSO”

La “connotazione” è il sentimento, la reazione emotiva che suscita una parola e questa reazione può essere del tutto personale. Se qualcuno cita la Thailandia, l‘eco intima sarà diversa secondo che ci siamo andati da turisti, che non siamo mai riusciti ad andarci, o che ci siamo vissuti tre anni per lavoro e ne conserviamo una folla di ricordi positivi e negativi. La parola Thailandia è la stessa per tutti, la reazione ad essa no.
Ogni parola che sia importante, perché legata alla storia, alla letteratura o all’immaginario collettivo, ha connotazioni di ordine generale. La parola “aurora”, per esempio, ha una connotazione di bellezza, di felicità, di speranza, perché a queste cose si associa l’inizio glorioso di un giorno di sole. Anche se di fatto poi, in quel giorno, le vicende non saranno felici o infelici secondo i meravigliosi colori del cielo dopo l’alba.
Le connotazioni generali sono così suggestive che qualcuno, a volte, ad evitare che il lettore le trascuri, scrive alcune parole con la maiuscola. In questo è stato un campione Giuseppe Mazzini. Chi non vede la differenza fra la patria e la Patria, il destino e il Destino? Addirittura, per Dio, la maiuscola è divenuta imperativa: per credenti e miscredenti.
Le connotazioni generali – positive o negative che siano – non possono essere contestate, in un dato tempo. Se la parola nazione fu tanto positiva nel Risorgimento, e tanto negativa poco dopo la Seconda Guerra Mondiale, fu in dipendenza degli avvenimenti storici di quei momenti. E a nulla sarebbe servito, allora, indicare la neutralità del concetto. Addirittura, dopo la Seconda Guerra Mondiale e per decenni, non si osò più pronunciare o scrivere la parola “patria”. Ai nostri giorni rischiano di avere una connotazione negativa, nientemeno, “padre” e “madre”, sostituiti dagli infantili “papà” e “mamma”, anche quando si tratta di persone anziane: il disegnatore Charles Schulz, per esempio, morto settantottenne, fu il “papà” dei Peanuts. E anche “ragazzo”, “ragazza” non hanno buona stampa. Oggi ci si sdilinquisce su una bambina di quindici anni (che magari è mestruata da tre).
Fra le parole da sempre decorate di una connotazione inevitabilmente positiva vi è l’aggettivo “religioso”. Espressioni come “sentimento religioso della vita”, “visione religiosa dei propri doveri “, “religioso rispetto delle procedure”, “cura religiosa della perfezione artistica” sembrano grandi lodi. E dunque val la pena di chiedersi come mai qualcuno possa sentire una connotazione di segno opposto.
Per noi europei, la religione è ovviamente il Cristianesimo. Dunque, anche ad avere il massimo rispetto per la nostra fede, non stiamo parlando di qualcosa di universale. E infatti un’espressione: “religioso rispetto dei propri doveri verso lo Stato” non avrebbe senso per l’Islamismo. Per quella fede il singolo deve rispettare la religione più dello Stato. Dunque in questo caso l’aggettivo o sarebbe bugiardo o sarebbe blasfemo. L’aggettivo “religioso”, in contesti non religiosi come quelli ipotizzati, rinvia ad una religione data, non a tutte le religioni, aprendo così il campo all’opinabile.
Passando a considerazioni di ordine generale, l’aggettivo “religioso”, al di fuori del suo normale contesto, rinvia a sentimenti di mistero, di soggezione all’ignoto, di rispetto quasi animistico della realtà. “Religioso rispetto delle procedure”, per esempio, corrisponde a credere che quelle regole siano state dettate da Dio, o da un dio, o siano esse stesse delle divinità. Mentre per un miscredente esse sono l’opera di alcuni uomini che hanno cercato di creare delle norme utili, ma che potrebbero esserci riusciti o no. Le osserverò, dunque, perché non posso farne a meno, ma il rispetto, religioso per giunta, possono scordarselo. Lo stesso vale per i doveri verso lo Stato, per l’arte, per la famiglia, e per qualunque cosa. Un vero miscredente non sente il mistero, intorno a sé. Al massimo sente l’ignoto. Che cosa esattamente ci sia venti chilometri sotto il mio sedere io non lo so e non lo saprò mai: ma ciò non significa né che io ipotizzi che in quel posto abiti Efesto (comunque rimane un vicino di casa) né che ci sia qualcosa di sorprendente. Ci sarà roccia, e comunque non m’interessa. Quella roccia ed io non avremo mai nulla da spartire.
Alle mie orecchie l’aggettivo religioso ha una connotazione negativa e vagamente truffaldina. Per me, chi parlasse del dovere religioso di pagare le tasse, sarebbe un imbecille se fosse sincero, e un imbroglione se non lo fosse. Comincerei infatti a temere che voglia indurre me a pagare le tasse per compensare quelle che non paga lui.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
19 maggio 2017

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UN DILETTANTE ALLA CASA BIANCA

L’elezione di D.Trump a Presidente degli Stati Uniti rappresenta un esperimento interessantissimo dal punto di vista politico. Infatti si tratta di un uomo d’affari che prima non aveva mai fatto veramente politica attiva e che è riuscito a raggiungere quella carica da solo, con i suoi propri (immensi) mezzi finanziari, e malgrado l’acre opposizione dell’intero establishment. Incluso il partito in nome del quale faceva campagna.
L’impresa era già stata tentata da altri – in particolare da Ralph Nader, più volte – ma mai con successo. Prima di lui questo genere di candidato faceva parte del folklore. Stavolta invece l’outsider ha vinto e l’America è rimasta tramortita. Lo stato d’animo generale è stato: “E adesso, che ne sarà di noi?” Si temeva ogni sorta di problemi, da un tracollo di Wall Street ai moti di piazza (che in parte ci sono effettivamente stati), dai problemi internazionali a qualche improvvida iniziativa bellica. Un dilettante può anche essere di genio e perfino divertente: ma come Presidente degli Stati Uniti?
Se si vogliono enumerare gli svantaggi di un leader improvvisato non è difficile trovarli. Per cominciare, un uomo come Trump manca di esperienza. Non soltanto non ha mai governato lui stesso – per esempio essendo sindaco di New York, o anche soltanto di Portland o Tucson – ma non ha neanche visto da vicino altri governare. L’outsider manca di competenza per quanto riguarda la macchina amministrativa, le leggi dello Stato, la macroeconomia, la storia, la geografia, la geopolitica. È un po’ come una matricola di medicina chiamata a impartire lezioni di anatomia patologica. Il dilettante mancherà anche di quelle semplici tecniche, note a qualunque sindaco di villaggio: quella di saper eludere le domande scomode, di non cadere nei tranelli dei giornalisti, di non commettere gaffe e, comunque, di non mettersi nei guai, col rischio di rendersi ridicolo o di farsi accusare anche di reati immaginari.
In sintesi, viste le responsabilità che si assume, chi si lancia in un’impresa del genere ed ha successo, è un incosciente. Ma per quanto riguarda la carica di Presidente degli Stati Uniti è facile dire che il compito è troppo gravoso per chiunque. Dunque l’unica soluzione è quella di avere intorno a sé dei competenti, capaci di fornire tutte le technicalities che mancano – e non possono non mancare – ad un singolo essere umano. Anche se è dotato e preparato. Il problema si sposta così dalle sue proprie capacità alla scelta dei collaboratori.
La difficoltà aggiuntiva, riguardo a costoro, è che non basta nemmeno sceglierli bene. Se si seguono ciecamente i loro consigli, si diviene un fantoccio nelle loro mani; se si prescinde troppo dai loro consigli, si rischia di provocare disastri irrimediabili. Allineando così tutte le difficoltà, sembra che il problema sia insolubile. E tuttavia, a parte il fatto che comunque bisogna pure governare quell’immenso Paese, in realtà l’essere un dilettante offre anche qualche vantaggio.
Indubbiamente, alla fine del Settecento, dal punto di vista polemologico e tattico i generali austriaci erano più colti di quanto fosse Napoleone. Infatti essi avrebbero vinto tutte le battaglie del passato, esattamente quelle che avevano studiato sui libri. Ma Napoleone non combatteva secondo l’esperienza del passato, combatteva al presente, e trovava una soluzione adatta alla battaglia di quel giorno. E così vinceva. Il dilettante è un campione del pensiero laterale, della “ricerca di un punto di vista alternativo per trovare una soluzione”. Si può entrare in una stanza chiusa a chiave? La risposta sembra no, ma il dilettante risponde: “Certo, basta sfondare la porta”. Napoleone sfondava le porte.
Nella stessa storia americana, in questo senso, c’è anche l’esempio di Ronald Reagan che arrivò al potere accompagnato dai sarcasmi per le sue teorie economiche, irrise come “reaganomics”. Ma poi le reaganomics determinarono otto anni di prosperità sotto Reagan e ancora parecchi anni sotto Bill Clinton, che lo seguì. E nessuno mai più rise di Reagan, il quale fra l’altro contribuì efficacemente all’implosione dell’Unione Sovietica.
Il dilettante ha un vantaggio sul professionista se è più intelligente di lui. In quel caso è capace sia di scegliere i migliori collaboratori sia di capire quando è opportuno seguire i loro consigli e quando no. E l’intelligenza non si insegna in nessuna facoltà universitaria.
Dunque per giudicare Trump non bastano le sue qualifiche (insufficienti) e le sue prime iniziative (che potrebbero anche essere frutto di un’audace improvvisazione): bisognerà aspettare il responso quanto meno del primo “termine”, i quattro anni. E nel frattempo fare gli scongiuri. L’unica speranza che appare fondata è che un uomo d’affari come lui può mancare di tutto, ma non di pragmatismo.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
18 maggio 2017

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UNA NOTA PER GLI AMICI CHE MI HANNO SCRITTO

(e per coloro che non lo hanno fatto, ma hanno pensato le stesse cose)

Ogni volta che mi capita di dire male del XX Secolo, innanzi tutto dal punto di vista artistico e poi dal punto di vista politico, mi vedo dare sulla voce da cari amici e corrispondenti. E per questo sento il dovere di giustificarmi. Non soltanto di gran lunga la maggior parte di loro sono persone stimabili, ma la familiarità che dà Internet non mi fa velo: alcuni sono “persone importanti delle cui frequentazioni”, nella vita reale, difficilmente farei parte; altri hanno fatto tanta strada, nella loro professione, che dal punto di vista sociale non potrebbero che vedermi come un “nessuno”; dunque li prendo sul serio. Infine a parecchi di loro sono legato da affetto, sicché le loro critiche non possono che essere sincere e disinteressate. E proprio sulla base di questa incontestabile, vicendevole onestà intellettuale che mi permetto di esprimere il mio parere.
Il Ventesimo Secolo è, per la maggior parte di noi, il “nostro”secolo. E come “ogni scuorfane è belle a mamma sua”, ogni secolo è bello per chi l’ha considerato il suo tempo. Soprattutto se ha avuto la fortuna di non dover affrontare miseria, pestilenze, guerre civili e neppure – come è accaduto a chi è nato nel 1900 – due disastrose Guerre Mondiali. Ma il Secolo ha certamente meriti straordinari nel campo dell’economia e della tecnica. Cosa che tutti mi ripetono. Ma, cari amici, io stesso ho scritto che il XX secolo sarà forse criticato “a parte i meriti tecnici”. E per quanto mi riguarda personalmente, voi portate vasi a Samo.
Da bambino, per quel che ricordo, ho sempre avuto un paio di scarpe (non due) ed ero più fortunato di quelli che andavano scalzi. A casa mia non c’era il riscaldamento, e chiunque sia vissuto nel Sud vi dirà che in inverno avere dieci gradi in casa non è che sia un gran divertimento. Noi non avevamo né doccia né vasca da bagno. La mattina non ho mai conosciuto l’acqua calda per lavarmi. Non avevamo neanche il gas per cucinare. Hai fame, hai fretta? “Soffia sul fuoco”, col ventaglio. Di automobile e di aria condizionata non si parlava neppure.
Con la guerra, assaggiai anche anni di fame. Non un semplice appetito, ma quella continua, fastidiosa sensazione che dà un sottofondo d’impazienza, difficile da dimenticare. Ancora oggi l’idea di gettare un pezzo di pane mi sembra un sacrilegio. Per andare a scuola, nessuno mi accompagnava, e dire che vivevo nell’ansia di essere aggredito dagli altri ragazzi. In terza media dovevo fare tre chilometri all’andata e tre al ritorno. Con qualunque tempo e a piedi, naturalmente, perché non avevo i soldi per il tram. E dire che a casa mia entravano due stipendi. Devo continuare? Proprio a me bisogna illustrare le comodità che ci ha poi regalato questo benedetto secolo?
Il punto è un altro. Le comodità non peseranno nulla, per gli storici del futuro. Diranno che la scienza, bambina nel Seicento, moda nel Settecento, divenuta industria nell’Ottocento, esplose nel Novecento, fino a cambiare la vita quotidiana di tutti. Ma sarà una nota a piè di pagina. A loro che cosa importerà del fatto che a vent’anni soffrissi il caldo o il freddo, e a settanta potessi ignorare l’uno e l’altro? Forse che noi, quando parliamo dell’Ottocento, diciamo in primo luogo che è il secolo in cui l’uomo normale ha potuto finalmente viaggiare? Eppure il più grande fenomeno, nel campo della mobilità sul territorio, per quanto riguarda la massa, è stato il treno. Noi, se parliamo dell’Ottocento, pensiamo ai grandi romanzieri, ai grandi poeti, ai grandi musicisti, ai grandi pittori, ai grandi pensatori. Ad una produzione intellettuale ed artistica che, in tutte le direzioni, ha surclassato il Ventesimo Secolo. Questo è stato caratterizzato, nel senso peggiore, dalle ideologie assassine. E tuttavia anche queste ideologie, nazionalismo e marxismo, sono nate nell’Ottocento. Neppure nel peggio siamo stati originali.
Dove siamo stati più bravi che in passato, è stato soprattutto nell’omicidio di massa. Abbiamo inventato la “guerra totale”, il genocidio con Hitler e il massacro dei connazionali (a decine di milioni) con Stalin e Mao. E anche Pol Pot si è segnalato, in questo campo.
La tecnica bisogna lasciarla da parte. Essa progredisce sempre, e mentre noi ci leviamo il cappello (con ragione) dinanzi ad uno smartphone, può darsi che in futuro non ci stimino, per esso, più di quanto noi stimiamo i tecnici dell’Ottocento che perfezionarono la locomotiva a vapore.
Per farmi capire che ho torto, gli amici mi dicono che, chissà, magari il Ventesimo Secolo ha prodotto un grande pittore di cui non ci siamo ancora accorti, ma di cui si accorgeranno i posteri. E chi dice di no? Ma si può giudicare questo secolo un secolo artistico solo perché potrebbe esserlo? Un verso di Baudelaire dice che “parecchi gioielli dormono seppelliti nella sabbia”, ma finché nessuno li scopre che altro vediamo, se non la sabbia? Se proprio qualcuno tiene a questo argomento dirò che il Ventesimo Secolo, fino a nuovo ordine, non ha avuto una grande produzione pittorica. Va bene così?
Per un secondo argomento, costantemente utilizzato dai miei contraddittori, è un peccato che non possa riunire tutti gli amici in una sala, per dire loro: “Ognuno di voi dovrà scrivere, per il Ventesimo Secolo, i nomi dei dieci più grandi artisti in letteratura, dei dieci più grandi musicisti, dei dieci più grandi pittori”. Sapete in che cosa consisterebbe il mio divertimento? Nel dimostrare che le liste di ognuno sono diverse da quelle degli altri. Perché il Ventesimo Secolo, che pure ha avuto una grande folla di romanzieri, non ha avuto dieci giganti che superino tutti gli altri, fino ad essere eponimi ed indimenticabili.
Il Ventesimo Secolo è stato fortunatissimo, per viverci, se si è nati nel 1940 o dopo. Verso la fine del secolo, un qualunque pensionato statale, in Italia, ha fruito di più comodità di quante ne avesse Luigi XIV. Ma un secolo è ricco o povero secondo ciò che lascia agli eredi. E il nostro Secolo, almeno fino ad ora, qual è la cosa migliore che ha lasciato? Forse l’orrore della guerra.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it

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UN BAGNO CALDO PER I FRANCESI

In “David Copperfield” il piccolo David arriva affamato, sporco, lacero, in una famiglia che non sa che cosa fare di lui, e la signora, disperata, chiede consiglio ad un suo amico, Mr.Dick, persona bizzarra ma a suo modo saggia. “Io gli farei un bagno caldo”, risponde Dick.
Dickens non era un filosofo e forse intendeva soltanto dimostrare il suo sense of humour, ma l’episodio ha il valore di un apologo. Il problema del ragazzino era molto grande e forse insolubile, ma intanto il bagno sarebbe stato certamente utile. A non riuscire a far altro, sarebbe stato meglio di niente.
Forse Emmanuel Macron, che pure ha frequentato con successo la famosa École Nationale d’Administration, non ha letto “David Copperfield”, che del resto è un libro per ragazzi. Diversamente si sarebbe chiesto se, promettere troppo, alle orecchie delle persone di maggior buon senso non sarebbe stato come non promettere niente. Nel suo discorso di insediamento alla presidenza, secondo quanto riferisce il “Corriere”(1), egli parla di responsabilità, fiducia, onore, impegno, rinascita, rifondazione, e sono sicuro che avrà anche citato la patria, la storia, il destino, e qualche altra maiuscola mazziniana.
L’intrepido neo-presidente afferma: “Noi abbiamo un ruolo immenso nel mondo”. Se l’hanno già, buon per lui. Non dovrà strapazzarsi per riottenerlo. “I francesi (eleggendo lui) hanno scelto la speranza”. Mentre quelli che hanno votato per la Le Pen hanno scelto la disperazione. “Noi dobbiamo costruire il mondo che la nostra gioventù si merita”. Frase ambigua. Chissà che non meritino di far la fame. È l’ora di una “straordinaria rinascita” del Paese. Lui non ha quarant’anni, io amo la Francia da vent’anni prima che lui nascesse, e il mio orologio segna un’altra ora. E sono talmente malvagio da non riuscire ad immaginarla soltanto perché adesso il Presidente si chiama Macron.
Ma il giovane Renzi, pardon Macron, promette ancora di “rifondare e rilanciare l’Europa”, come se fosse cosa da nulla e come se potesse farla lui, single handed. Intende “restituire alla Francia il posto che le spetta nel mondo”. Prima domanda, chi gliel’ha rubato? Seconda, chi dice che le spetti un grande posto? Terza, come intende procedere?
Infine, fra le dodici fatiche, sono comprese anche queste: liberare il lavoro, sostenere le imprese, incoraggiare lo spirito d’iniziativa. E al passaggio – aggiungo – rendere la Loira navigabile.
Se Macron non crede una parola di ciò che ha detto, è un demagogo, non un uomo di Stato. E se ci crede, forse crede anche alla Fata Turchina.
A questo punto la paura è che non ci sarà offerto nemmeno un bagno caldo.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
maggio 2017

(1)http://www.corriere.it/esteri/17_maggio_14/fiducia-responsabilita-rinascita-quelle-parole-de-gaulle-jfk-8e9470dc-38e6-11e7-8530-ea2b12fbdf2c.shtml

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L’UOMO DEL VENTESIMO SECOLO – II

Alle considerazioni generali può seguire una domanda: in che modo questo secolo si è riflesso nella coscienza del singolo?
La prima cosa da dire è sicuramente che, con la distruzione del Muro di Berlino e il susseguente crollo dell’Unione Sovietica, è venuta meno la struttura del mondo come l’avevano conosciuta tutti coloro che erano nati a partire dal 1910. Persone la cui vita era tutta segnata da una guerra tremenda, da un primo, breve e illusorio dopoguerra, e da un secondo conflitto non inferiore al primo per orrori e numero di morti. Infine da un interminabile mezzo secolo in cui la guerra, non più attuale, è rimasta sullo sfondo. E mentre chi oggi ha venti o trent’anni la considera inverosimile, chi le guerre le aveva conosciute non le ha mai considerate fuori dall’esperienza umana.
Si spiega così l’affermazione (esagerata) di Fukuyama. Rispetto alla vita dei decenni precedenti, l’idea di potere circolare in tutta l’Europa pacificamente, Mosca inclusa, dava l’impressione che non si potesse ottenere nulla di più. Né si riusciva ad immaginare un mondo diverso. In che direzione si poteva andare, se si escludeva il peggio, cioè un ritorno al passato? La stessa democrazia pareva il destino ineluttabile dell’umanità. Prima la stasi è stata dovuta all’equilibrio della paura, poi alla mancanza di prospettive, certo è che l‘uomo nato dopo 1930 ha avuto la sensazione di vivere in una lunga parentesi della storia.
Un momento in cui non soltanto non ci sono stati grandi cambiamenti, ma i grandi cambiamenti sono stati addirittura impensabili. La stessa fine dell’Unione Sovietica, pur costituendo un fenomeno storico epocale, non è stata che il ritorno della Russia nel concerto europeo. Quasi a confermarne la staticità e l’immutabilità da fine corsa.
Solo avviandosi al termine del tempo che gli era assegnato, l’uomo degli Anni Trenta intravede le nuvole del prossimo acquazzone. L’Unione Europea ha accumulato politicamente e finanziariamente tutte le cause di una futura, grave crisi. L’antica stasi si è trasformata in cecità: mentre albeggia la coscienza di star percorrendo la strada sbagliata, non per questo si sa quale sia quella giusta, e come imboccarla.
La pace è una cosa bellissima, ma se si vive un lungo tempo senza nemmeno l’emozione di grandi creazioni artistiche, c’è di che essere delusi. Si pensi alle grandi passioni musicali del XIX Secolo, si pensi alla produzione letteraria di quel grande tempo, e poi al deserto che ha seguito queste avventure dello spirito. L’uomo del 1930 è vissuto in un’epoca spaventata, filistea, materialista e soprattutto statica, maledettamente statica.
Ecco, io ho trovato noiosa non la mia vita, ma l’epoca in cui ho vissuto. L’unico serio dramma è stato per molti decenni il rischio che quegli imbecilli dei miei connazionali mi costringessero fuggire in esilio o a subire la dittatura comunista. Ma persino questa angoscia è stata diluita su quarant’anni,.E alla fine anche la paura si colora di noia. E difatti la stessa dittatura sovietica si stancò di esistere.
Un poeta, a metà del XIX Secolo, gridò: “La France s’ennuie!”, la Francia si annoia. E quando si annoia è capace di fare rivoluzioni. Così, per non perdere l’abitudine, ci provò nell’assurdo 1968. Ma non aveva nulla da proporre, e la violenza si spense in carnevalata.
Vivere in una parentesi della storia ha certo i suoi vantaggi, ma diviene difficile tenere la testa fuori dall’acqua del conformismo, del buonismo, dell’irenismo. Di un mondo che non percepisce la storia, non la studia e non la conosce. E per questo non ha paura dei molti nodi che vengono al pettine: il debito pubblico che esplode, la fine dell’euro, l’Europa che vorrebbe essere unita e invece si frantuma. La fine della vita facile, del Welfare State, con l’incubo del terrorismo, delle invasioni barbariche e, chissà, di nuovo degli scontri armati.
Forse l’uomo degli Anni Trenta e Seguenti non ha capito quanto grande sia stata la sua fortuna di potersi annoiare.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
14 maggio 2017

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L’UOMO DEL VENTESIMO SECOLO – I

Si conosce il mondo secondo il periodo in cui si vive e secondo quanto tempo si vive. Io sono vissuto a lungo, e tuttavia quasi fra parentesi: nel senso che nel tempo della mia vita la storia si è fermata. Quando finì la guerra, dove io mi trovavo, avevo dieci anni e fino ad allora mi ero chiesto che cosa scrivessero, e di che cosa mai parlassero i giornali e la radio, in tempo di pace. Fino a quel momento c’era stata una grande notizia al giorno, di natura bellica, naturalmente. E ora?
Effettivamente, dopo, ho avuto la sensazione di navigare in una più o meno costante calma piatta. Prima lo scontro fra Ettore ed Achille, poi le liti da ballatoio. Tanto che ad un certo momento un tale Francis Fukuyama ha potuto scrivere che forse non ci sarebbero più state novità, in futuro. La storia si era fermata. Un grave azzardo indubbiamente ma, a rifletterci, qualche ragione per una simile teoria si potrebbe anche trovare.
Per secoli, i contrasti fra gli Stati avevano condotto a guerre, anche all’interno del continente europeo. Ora, a metà del XX secolo, se ne era appena avuta una che, paragonata con i guasti che ne erano conseguiti, faceva apparire ridicole le ragioni dello scontro. Fu per questo che la Germania amputata, spezzata e paralizzata, oltre che immiserita al di là dell’immaginabile, neanche per un momento pensò ad una rivincita. Fu anche per questo che dei grandi statisti francesi e tedeschi capirono che dovevano allearsi, e rinunciare ad ogni forma di rivendicazione, pur di assicurare una pace imperitura, a qualunque costo. E se la Germania poteva sopportare le conseguenze disastrose di una guerra dissennata, figurarsi se poteva protestare la Polonia, amputata ad est e compensata ad ovest col territorio rapinato a un terzo, la Germania. La stessa Italia perdette la Dalmazia, l’Istria, il Moncenisio ed altro ancora. Fu un miracolo se riuscì a salvare Trieste. E tuttavia neanch’essa pensò mai a rimettere in discussione le frontiere. Non che ne avesse la possibilità, ma la retorica nazionale è capace di tutto. Basti pensare che riuscì a convincere gli italiani di avere vinto la guerra contro la Germania, accanto agli alleati, mentre l’aveva persa contro di loro, e perfino contro la Grecia.
Il mondo arrivò a pensare che la schiavitù di mezza Europa sotto il tallone sovietico fosse destinata ad essere eterna. Fino a pensare che il comunismo, vincitore insieme con l’occidente, forse era destinato ad ereditarne i territori. Il simbolo della falce e del martello, che ormai aveva conquistato anche la Cina, sembrava a molti l’avvenire del mondo. Per molti intellettuali il suo trionfo era talmente inevitabile, che cercare di difendere la bandiera della libertà sarebbe stato esercizio costoso e inutile. E così lo slogan divenne: “meglio rossi che morti”. La storia si era fermata, ma in una posizione così infelice, che malgrado tutto si continuava a sperare in un miracolo. Anche se non si sapeva da che parte potesse venire.
Venne dall’America di Reagan. Venne dal carattere mite e civile di Gorbaciov. Venne dalla miseria sovietica. Da prima il collasso colpì la periferia occidentale dell’impero, poi implose l’intera U.r.s.s. Il sogno si era rivelato un incubo, ma ora l’incubo era finito. La storia aveva subito una brusca accelerazione, con l’Ucraina. la Bielorussia, gli Stati Baltici che ricuperavano l’indipendenza, e lo smembramento dell’Unione in Asia. Ci fu una nuova sistemazione che ridimensionava Mosca, ma dava al mondo un assetto molto più naturale e sostenibile.
All’inizio dell’ultimo decennio è finalmente morto quel XX secolo che, a parte i meriti tecnici, sarà ricordato come uno dei peggiori. Tanto pieno di dolore, di guerre e di orrori, quanto privo di grandi capolavori artistici o intellettuali. Per fortuna è stato anche “il secolo breve”. La Belle Époque, durata fino al 1914, è appartenuta al XIX secolo; e dal 1990 circa siamo nel Terzo Millennio.
Con l’implosione dell’Unione Sovietica, si è spenta l’utopia totalitaria in economia ed in politica. Di colpo, il mondo che conta si è accorto di non avere alternativa né all’economia di mercato né alla democrazia. Non che ci si facessero grandi illusioni, sulla realtà sociale cui conducevano questi due principi, ma finalmente era chiaro a tutti, e non soltanto a Winston Churchill, che l’alternativa era peggiore.
Così, avviandomi alla fine della mia vita, mi accorgo di essere stato caratteristicamente un uomo del Ventesimo Secolo, invischiato prima nella paralisi della Guerra Fredda (non soltanto militare ma anche politica) per poi passare, insieme con Fukuyama, alla risoluzione delle cose peggiori del Ventesimo Secolo, ma anche ad una stasi ancor più vischiosa e immodificabile. Anche senza esagerare, anche senza parlare di fine della storia, proprio non si riesce a vedere il futuro. Nemmeno il tipo di soluzione che l’Europa troverà – se la troverà – per uscire dal ginepraio in cui s’è cacciata con un’Unione rabberciata e un euro che ticchetta come una bomba ad orologeria.
La storia purtroppo prosegue, e se per caso non può svoltare verso il meglio, è sempre capace di svoltare verso il peggio. Auguri, dunque, agli uomini del XXI secolo. Noi che li abbiamo preceduti abbiamo già fatto abbastanza danni e sarà facile per loro essere migliori di noi.
Continua
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
14 maggio 2017

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