28/01/2012

I TASSISTI E LA TEORIA ECONOMICA

Chi tocca i fili muore e chi parla dei tassisti sarà quanto meno azzannato ai polpacci. 

Ma la loro vicenda si presta a considerazioni di carattere generale.

Immaginiamo una città in cui l’attività dei trasporti dei privati sia interamente libera. Naturalmente chi ha un’automobile e non ha un lavoro si metterebbe a fare il tassista, ma ci sarebbero delle conseguenze negative. Il trasporto non sarebbe sicuro, non essendo i conducenti sufficientemente qualificati; non essendoci una tariffa pubblica e chiara, ogni corsa si trasformerebbe in una discussione; dal momento che le condizioni per accedere al mestiere (patente e automobile) sarebbero alla portata di tutti, la concorrenza sarebbe spietata e i guadagni bassissimi. Tanto che molti si accorgerebbero presto di non guadagnare niente o quasi e dovrebbero magari rinunciare all’attività.

Da ciò si deduce la necessità di uno speciale esame per la patente di servizio pubblico e l’installazione obbligatoria di un tassametro sigillato. Le tariffe si potrebbero lasciare libere, nel senso che ce ne sarebbero parecchie (1, 2, 3...) e ogni vettura avrebbe accanto alla scritta “taxi” il numero corrispondente alla tariffa praticata. Il cliente avrebbe prima ancora di salire a bordo un’idea del costo della corsa.

Come si vede, non si è mai parlato di licenza. Le condizioni sarebbero solo tre: patente di servizio pubblico, tassametro sigillato e costi chiari. Naturalmente, coloro che effettuano il servizio con le tariffe inferiori farebbero una forte concorrenza a quelli che applicano le tariffe superiori e, sia pure dopo tutte le precedenti precisazioni, si riproporrebbe il problema: il tassista riuscirebbe a sbarcare il lunario?

Ecco il punto centrale di ogni sistema, organizzazione, cartello o trust che tenda ad assicurare un certo livello di ricavi. “Se lasciamo libera la concorrenza, i prezzi potrebbero crollare. Mettiamoci d’accordo: nessuno venda a meno del prezzo concordato e roviniamo chi non ci sta”. Ciò danneggia le imprese che non partecipano al trust e danneggia i consumatori, che non beneficiano di una libera concorrenza. Infatti il principio generale è che ogni volta che si falsa il mercato per favorire qualcuno, questo favore è inevitabilmente pagato da qualcun altro. Le ragioni per andare contro i trust sono proprio queste.

I tassisti probabilmente si indigneranno e diranno che è assurdo che si applichino a un padre di famiglia con un’automobile e una licenza norme concepite ad esempio per la Esso, la Shell e l’Agip. Ma se si vuole veramente capire, l’indignazione è cattiva consigliera. Perché se una cosa è sbagliata rimane sbagliata quali che siano le dimensioni. Non è che tremila per tremila faccia nove milioni e tre per tre faccia dieci. Nel nostro caso, la limitazione dei partecipanti all’attività – cioè la limitazione delle licenze – corrisponde esattamente allo schema: abbassare (artificialmente) l’offerta per fare corrispondentemente  (e artificialmente) salire la domanda. E dunque il prezzo. E dunque il guadagno.

Liberalizzando totalmente d’un sol colpo il mercato, a parte la rapina operata ai danni di chi ha comprato a caro prezzo la licenza o l’ha ereditata come patrimonio di famiglia (e questo la dice lunga su quando essa sia oggi preziosa) si avrebbe una notevole diminuzione del costo del servizio ma anche una notevole diminuzione del guadagno dei tassisti, solo in parte compensata dal notevole aumento del numero delle corse. Ed ecco la domanda fondamentale: con quel guadagno un tassista sarebbe in grado di mantenere una famiglia?

La prima risposta è che la domanda è mal posta. Il compenso del lavoro non è proporzionale ai bisogni del prestatore d’opera ma ciò che il mercato è disposto a pagare per esso. In secondo luogo, non ogni lavoro dà un reddito tale da bastare a cinque persone. Molte donne di servizio collaborano al bilancio della propria famiglia ma non potrebbero mantenerla da sole. E anche la maggior parte delle professoresse sono in una condizione analoga. In conclusione, dopo avere indennizzato gli attuali detentori di licenze per la perdita di valore di esse (e sarebbero soldi ben spesi, per ricreare la libertà di impresa), il lavoro del tassista dovrebbe cessare di appartenere ad una nicchia protetta per rientrare a pieno titolo nel free market.

Si dice “free market” perché il concetto è poco noto, da noi. Andrebbe tradotto  con un’espressione dalla connotazione esotica: libero mercato.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

28 gennaio 2012

27/01/2012

UNA COMPAGNA MAL SOPPORTATA MA INSOSTITUIBILE

Immaginate che un uomo si profonda in grandi lodi della moglie, dicendo che non la cambierebbe con nessun’altra, che con un’altra donna non si è mai trovato bene come con lei, che spera di averla accanto fino alla morte. Sarebbe naturale esclamare: “Fa veramente piacere vedere quanto l’ama!” E certo si sarebbe molto sorpresi se la risposta fosse: “Io, amarla? Neanche per sogno. La trovo brutta, piena di vizi e di difetti. È talmente insopportabile che a volte ho la tentazione di ammazzarla. Ho solo detto che non la cambierei con nessun’altra, non che sono felice con lei”.

Lo stesso discorso si può fare per la democrazia. Solo chi non la conosce può pensare che sia priva di gravissime magagne. In realtà le occasioni di considerarla con disgusto sono frequentissime. È vero che, come osservò Churchill, gli altri regimi sono ancora peggiori, ma l’elenco dei suoi svantaggi è lungo e corposo. 

In primo luogo il sistema di reclutamento non privilegia i migliori. L’ideale di tutti è l’uomo disinteressato che vuole solo il bene della comunità ma l’uomo veramente disinteressato si disinteressa anche della politica e dei suoi possibili vantaggi. Poi chi vuole avere successo in politica deve avere ben pochi scrupoli: perché deve prevalere su persone il cui unico merito è spesso soltanto una divorante ambizione. Chiunque, entrato in quel mondo, fa promesse che non è affatto sicuro di mantenere e arriva a mentire quasi programmaticamente. Come notò Machiavelli, il mondo della politica non conosce la morale: conosce solo lo scopo da raggiungere.  E quando sono stati eletti, i politici hanno solo uno scopo, farsi rieleggere: il loro orizzonte temporale è costantemente la successiva scadenza elettorale. Per questo non faranno mai una cosa buona se sul momento è impopolare e potrà dimostrare i suoi effetti positivi quando al governo ci sarà qualcun altro. Abbiamo un esempio anche nell’attualità: l’Italia è stata obbligata ad adottare leggi estremamente impopolari  e la demagogia non può funzionare. E allora ecco che Berlusconi si è dimesso ma né lui né Bersani hanno chiesto le elezioni: quando si tratta di fare il bene del Paese senza guadagnarci, nessuno ci mette la faccia.

Tutti i partiti al governo, pur di vincere le elezioni, sono disposti ad adottare provvedimenti rovinosi. Tanto, se tornano al governo, li revocheranno. E se finiscono all’opposizione biasimeranno il governo che li revoca. Tempo fa, nell’imminenza delle elezioni, un governo di centro-sinistra abolì i contributi per i medicinali. Tutto gratuito a tutti. Poi, passate le elezioni, il provvedimento fu revocato e i “ticket” furono reintrodotti. Amen.

Ma il peggio, a giudicare dalle conseguenze, è stato il modo di governare della Dc e del Pci. Per decenni sono vissuti di debiti, hanno adottato leggi demagogiche e demenziali: la pensione con venti anni di servizio inclusi i quattro anni d’università; tutti i medicinali gratuiti per tutti; le sovvenzioni alle imprese decotte; finanziamenti a pioggia per qualunque cosa e regali per tutti. Così, con l’applauso universale hanno fatto lievitare il debito pubblico ai livelli che oggi conosciamo. Non gli importava nulla del fardello che caricavano sulle spalle delle generazioni future. 

Una vignetta riassume bene il problema: un vecchio decrepito dice ad un ragazzino: “Alla tua età io già lavoravo”. E il bambino gli risponde: “Alla tua età io lavorerò ancora”.

La democrazia è preziosa per la libertà che offre a tutti, ma i suoi meriti sono avvelenati dalle conseguenze di una costante demagogia. La gente chiede al governo l’impossibile e il governo, se può, glielo concede. Anche se è irragionevole; anche se il beneficio è pagato da altri incolpevoli cittadini; anche se si crea un buco nel bilancio; anche se si porta l’Italia sull’orlo del fallimento. E alla fine uno non sa nemmeno con chi prendersela. Se con i cittadini, che si dimostrano avidi e irragionevoli, o con chi non ha avuto il minimo scrupolo di buon governo. Infatti i politici possono sempre dire: “Se questa scemenza non la facciamo noi, non solo perdiamo le elezioni, ma la gente voterà per quelli che la scemenza sono pronti a farla. E allora tanto vale che la facciamo noi”. È così strano che si dica che la democrazia fa schifo? 

E tuttavia, incontestabilmente, gli altri regimi sono peggiori. Perché la democrazia, malgrado tutto, offre quei due vantaggi inestimabili che gli altri non offrono: la libertà e la possibilità di cambiare governo. 

Dobbiamo proprio tenercela stretta, questa moglie orribile. Perché è il meglio che si possa trovare.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

27 gennaio 2012

 

15/01/2012

LA CRISI: PERCHÉ ORA?

L’attuale governo ha possibilità che nessun esecutivo prima di esso ha avuto, perché nessuno mai ha avuto l’appoggio della destra e della sinistra contemporaneamente. Tuttavia non per questo può operare miracoli. Se Mario Monti e i suoi amici salveranno l’Italia, non si potrà dire che Berlusconi o Bersani non ce l’avrebbero mai fatta: infatti, per paragonarli a Monti, sarebbe necessario che il Pdl avesse il sostegno del Pd oppure che il Pd avesse il sostegno del Pdl. Se invece gli attuali ministri non riusciranno affatto a salvare l’Italia, non per questo si potrà dire che siano un pugno di inetti: neanche un’assemblea dei più grandi geni del mondo può risolvere la quadratura del circolo. I problemi vanno dunque osservati prescindendo da destra e sinistra. La domanda da cui partire è: perché si sono manifestati ora e con questa gravità? 

Se una casa è colpita da una grossa bomba d’aereo, e rovina, può dirsi che la bomba è la causa efficiente del disastro. Se viceversa una casa si riempie di gas a causa di una perdita, e premendo su un interruttore la scintilla la fa addirittura scoppiare, si può dire che la scintilla sia la causa del crollo? Sì, nel senso che senza di essa (causa occasionale) non ci sarebbe stato lo scoppio, no, nel senso che l’energia per il crollo l’ha fornita il gas (causa efficiente). 

Nel caso dell’Italia, la causa efficiente del problema è l’enorme debito pubblico che è tale da decenni. Solo che nessuno ha mai messo in dubbio né la tripla A di  Standard & Poor’s né l’affidabilità del nostro erario; il quale infatti è riuscito a lungo a collocare i titoli di Stato pagando interessi molto bassi. Dunque se la casa può rovinare non è perché è caduta una bomba, ma perché è satura di gas già da molto tempo. È mancata solo la causa occasionale.

Questa causa occasionale risiede probabilmente nel pericolo di default della Grecia e nelle conseguenze che ne hanno tratto i mercati. Se nei trattati che hanno istituito l’euro fosse stata prevista l’uscita – volontaria o forzata – dalla comunità monetaria, si sarebbe potuto ipotizzare che, dal momento che non aveva i conti in ordine, la Grecia rinunciasse all’euro. Ma ci si è comportati come quegli innamorati che si sposano in regime di comunione dei beni, per poi litigare selvaggiamente in occasione del divorzio: infatti da un lato questo abbandono dell’euro non è stato previsto; dall’altro, se la Grecia tornasse alla dracma, le banche che detengono titoli greci per somme enormi subirebbero un danno capace di farle saltare. L’Italia per fortuna ne ha molto pochi. 

 È anche in considerazione di questi fatti che i grandi Paesi europei, e in particolare la Francia, hanno fatto il possibile per salvare Atene. La speranza non è stata tanto quella di salvare la Grecia quanto quella di salvare l’euro e le proprie banche. Ci si è forse detti che era meglio investire qualche centinaio di miliardi di euro per salvare quel Paese che pagare lo scotto di una tragedia internazionale. Purtroppo, anche in questo caso ci si è mossi in ritardo e al risparmio. Tanto che i mercati sono rimasti scettici ed anzi si sono detti: la Grecia è insalvabile, ma la situazione degli altri Paesi indebitati è diversa?

E infatti non lo è. Né l’Italia, né la Spagna, né il Portogallo possono uscire dall’area euro e nessuno di loro è in grado di ripagare il debito in tempi prevedibili. E allora, si sono detti i mercati, bisogna vendere i titoli di questi Paesi e non comprarne di nuovi. Comportamento al quale l’Italia – che ha l’assoluta necessità di vendere i suoi titoli di Stato per sopravvivere – ha reagito aumentando il livello degli interessi pagati, fino a raggiungere un assurdo 7%, e moltiplicando per due il peso degli interessi sull’erario italiano. Cioè sui contribuenti italiani in un momento in cui essi, a causa della recessione, sono in grado di dare meno di prima. Come se non bastasse – il serpente si morde la coda – un alto interesse conferma i mercati nel loro pessimismo: per concederli, pensano, l’Italia deve avere l’acqua alla gola. Ecco perché l’idea che bastasse rimuovere Berlusconi – idea che è stata dichiaratamente manifestata anche da Monti – era stupida.

Esiste una soluzione, esiste una salvezza? Chissà. Certo non quella adottata attualmente dall’Unione Europea. Diversamente i mercati sarebbero ottimisti. Invece rimangono pessimisti, le Borse sono ai minimi, e non si vede nessuna luce alla fine del tunnel. È chiaro che ben altro sarebbe necessario. Chissà che cosa. 

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

15 gennaio 2012

Ricordo che sarò assente fino al 27 gennaio.

 

14/01/2012

UN CRIMINE ECONOMICO: ODIARE IL LUSSO

Riccardo Illy è un noto industriale ed esponente del centro-sinistra: è stato anche sindaco di Trieste. Non si può dunque dire che, almeno di cuore, stia dal lato dei “capitalisti”. E tuttavia ieri ha dichiarato la propria intenzione di vendere il suo cabinato perché stanco dei balzelli che pesano su di esso. In particolare non sopporta la recente “tassa di stazionamento”. Inoltre non ne più della criminalizzazione di chi possiede una barca: “se non vogliono che la tenga, la vendo”, ha concluso.

Se si prende la notizia come qualcosa che riguarda un signore che si chiama Illy non si può dire che sia di grandissimo interesse. Le cose cambiano di molto se la si guarda come un indice della nostra situazione socio-economica. Infatti mentre non c’è da piangere sull’industriale triestino - che in futuro potrà ricomprare la barca o, al limite, già oggi potrebbe parcheggiarla in Croazia - chi è da compiangere sono i fabbricanti di barche; coloro che lavorano nei porti; quelli che effettuano le riparazioni; quelli che gestiscono le gru per tirarle fuori dall’acqua; quelli che si occupano della manutenzione o del rimessaggio. Insomma tutti coloro che, senza essere proprietari di nulla, di barche vivono. È questo l’errore che si commette. 

Il lusso non va scoraggiato. Può dare fastidio al povero, se è anche invidioso; può provocare l’odio di chi è tanto ingenuo da attribuire ogni forma di ricchezza all’ingiustizia della società: in realtà è un fattore economico importante. Forse amare il fasto è stupido, in quanto spinge sovente a spese inutili e infruttuose per sciocchi orpelli o plateali manifestazioni di potere economico, ma esso dà lavoro a molti. Per questo motivo bisogna considerarlo con un sorriso di divertito disprezzo e nel frattempo approfittarne. Come insegnava un antico proverbio siciliano: “Se il ricco non fosse minchione, il povero potrebbe sopravvivere?” Intendevano, quei contadini, che il ricco fa spesso male i suoi interessi e che il povero approfitta in qualche modo anche della ricchezza che non ha.

Il lusso è un fattore della produzione. Se si compra una poltrona dell’Ikea, si paga un prezzo molto ragionevole. Se invece si compra un rottame del Settecento e lo si porta da un restauratore, si finirà col pagare l’equivalente di parecchie poltrone moderne solo per l’orgoglio di esibire un pezzo d’antiquariato. Ma nel frattempo si sarà dato lavoro ai restauratori e a tutta la branca di attività che ruota intorno ai mobili antichi. Lo stesso vale per le pellicce, le automobili costose, le piscine, i motoscafi, i cavalli da corsa, le ville fastose. Non è intelligente guardare al risultato finale, cioè alla cosa realizzata e al sorriso compiaciuto del suo proprietario: bisogna pensare che quella cosa, prima di esistere, è stata pietra, ferro, legno, acciaio, plastica, e soprattutto lavoro. E che una volta fabbricata essa continuerà a dare lavoro non ai miliardari, ma a tutti coloro che dovranno occuparsi della sua manutenzione e delle sue riparazioni.

Né si deve dimenticare che l’oggetto di lusso ha un costo molto minore, se non è nuovo. Si vende molto più facilmente una vecchia Punto che una Bmw di tre anni. E mentre la perdita di valore fra il nuovo e l’usato è ragionevole per la piccola Fiat, è rovinosa per la Bmw. Questo significa che l’eventuale impiegato appassionato di automobili potrà concedersi quella Bmw solo se lo Stato non avrà troppo scoraggiato il primo compratore. E significa anche che, se pure col prezzo dell’usato l’impiegato avrà fatto un affare, le spese di manutenzione sono le stesse per lui come per il milionario. E darà dunque lavoro a meccanici, venditori di pezzi di ricambio, assicuratori, ecc.

La lotta contro il lusso è il risultato dell’invidia ma soprattutto dell’ignoranza in economia. I parlamentari la sostengono perché la politica è costantemente malata di demagogia e se dicessero a voce alta ciò che qui si legge non convincerebbero nessuno. Ma ciò non vuol dire che chi pensa con la propria testa debba accogliere con piacere la notizia che Illy venderà la sua barca. Ciò non preannuncia nulla di buono per la nostra nautica e per tutti gli altri lavoratori del settore. 

Non è che ammazzando il lusso saremo tutti più ricchi: saremo soltanto più simili ai cinesi quando c’era Mao Tse Tung.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

14 gennaio 2012

Avverto gli amici che sarò assente dal 16 al 27 gennaio

13/01/2012

PORCELLUM: E ORA CHE COSA AVVERRA'?

Lo studente di legge che si accosta allo studio del diritto costituzionale affronta con fastidio il capitolo dei sistemi elettorali. La materia è complicata. Mentre gli scopi sono chiari – un Parlamento che corrisponda alla volontà degli elettori e permetta la stabilità governativa – i metodi per arrivarci sono molti, diversi e contraddittori, tanto che alla fine si arriva alla domanda inevitabile: “Ma possibile che non si sia trovato un sistema che risponda a tutti questi scopi e faccia cessare la discussione?” Purtroppo quel sistema non si è trovato e forse non si troverà mai. 

La legge elettorale è una coperta troppo corta che non può coprire tutte le richieste. La maggior parte della gente non conosce questo elementare principio e protesta contro le varie leggi come se i parlamentari avessero sbagliato per qualche interesse partigiano e malvagio, mentre potevano votare “la legge perfetta”. Non sanno che la “legge perfetta” non esiste: ignorano in particolare che il tira e molla fra governabilità (che richiede il premio di maggioranza) e rappresentatività (che richiede il proporzionale più o meno puro) non cesserà mai e lascerà sempre scontento qualcuno. Il premio di maggioranza sembra una violenza sui più deboli ma se si rinunzia alla governabilità si ottiene quel disprezzo generale di cui fu oggetto la Quatrième République, fino all’avvento di De Gaulle. Per non parlare dell’Italia con i suoi governi che duravano in media undici mesi.

La legge non può che essere imperfetta e i partiti ne ricavano l’autorizzazione a tirare l’acqua al proprio mulino. Si appellano ai grandi principi ma hanno presente solo il loro interesse.

Il caso dell’Italia dei Valori è esemplare, in questo campo. Col Porcellum, se alle prossime elezioni l’Idv non fosse accettata dal Pd nella coalizione – cosa non impossibile, dopo il comportamento di Di Pietro in questi quattro anni – ci sarebbe il rischio che l’elettorato per dare un “voto utile” riversi i propri consensi sul Pd. E se l’Idv non raggiungesse il 4% farebbe la fine di Rifondazione Comunista. Ecco perché lo sbarramento del 4% e il premio di maggioranza - caratteristiche del Porcellum che tolgono al Pd la necessità di avere la compagnia dei piccoli partiti – sono viste da Di Pietro come il fumo negli occhi. Esse infatti, mentre favoriscono la governabilità, spianano la strada ai grandi partiti i quali possono vincere da soli o con la coalizione da loro scelta. Ciò spiega al passaggio perché, al contrario di ciò che dicono in pubblico, Pd e Pdl hanno tutto l’interesse a mantenere l’attuale legge. Lo stesso Berlusconi l’ha del resto confessato, con la sua abituale, improvvida franchezza, quando ha detto che la legge “non è poi così male”.

Qualche mese fa Di Pietro, che se non è un pozzo di scienza è certo un uomo estremamente furbo, si è detto: “Dal momento che tutti stramaledicono pubblicamente il Porcellum, se promuovo un referendum chi potrà andarmi contro?” E infatti ecco raccolte oltre un milione di firme. Poi è inciampato nella prevedibile giurisprudenza della Corte Costituzionale e ha dato in escandescenze: ha esagerato ma è umanamente comprensibile. Mentre l’Udc ha una lunga tradizione che le permette, volendo, di associarsi sia al Pdl sia al Pd, l’Idv ha disperatamente cercato di incrementare i propri consensi facendo una concorrenza da sinistra, anche sporca, al Pd, e proprio da esso domani potrebbe essere lasciata fuori all’addiaccio. Né potrebbe proporsi come alleata al Pdl. Come c’è scritto sui pali della luce: “Pericolo di morte”. E chi è in pericolo di morte a volte bestemmia, non solo contro il Quirinale.

La bocciatura del referendum non prelude ad un facile accordo fra i partiti sulla nuova legge elettorale. La condanna del Porcellum rimane rituale, per fare contenta la gente, ma per il resto si è in alto mare. Si potrebbero ripristinare le preferenze – questo non costa molto – ma lo sbarramento e il premio di maggioranza convengono troppo ai grandi partiti. Dunque c’è di che essere pessimisti, se si odia il Porcellum. E di che essere ottimisti, se si pensa che, con tutti i suoi difetti, il Porcellum è una buona legge. L’unico neo è che non ha esattamente lo stesso sistema per Camera e Senato: ché, se così fosse, salvo le iniziative di un qualunque Gianfranco Fini o di un dinamitardo pazzo, tutte le legislature durerebbero pacificamente cinque anni. E non sarebbe un male.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

13 gennaio 2012

12/01/2012

LA CORTE COSTITUZIONALE NON POTEVA CHE SBAGLIARE

La Corte Costituzionale ha bocciato come inammissibili i due referendum per abrogare la vigente legge elettorale. Da segnalare l’immediata reazione Di Antonio Di Pietro: “L'Italia si sta avviando, lentamente ma inesorabilmente verso una pericolosa deriva antidemocratica, ormai manca solo l'olio di ricino”. “Quella della Corte non è una scelta giuridica ma politica per fare un piacere al capo dello Stato, alle forze politiche e alla maggioranza trasversale e inciucista che appoggia Monti, una volgarità che rischia di farci diventare un regime” (dal Corriere della Sera). Questo stile si commenta da sé ma la protesta conferma la tesi della qualità politica delle decisioni della Corte.

Parlando di “qualità politica” non si intende dire che quei supremi magistrati  favoriscano questa o quella fazione. Anche se ciò è largamente possibile. Si intende che, quando vertono su materie opinabili, le decisioni possano essere ritenute politiche: perché inevitabilmente lo sono. Se “opinabili” significa “soggette alle opinioni”, è inconcepibile che i giudici possano non averne.

Dunque bisogna sottolineare i vari passaggi.

Se si giudica una legge o una proposta di referendum che riguardi “temi sensibili” come l’aborto, l’eutanasia, la scelta fra maggiore governabilità o maggiore rappresentatività di una legge elettorale, ecc., è inevitabile che i giudici abbiano già da prima opinioni in materia. Ed è altrettanto inevitabile l’accusa di essersi lasciati trascinare da esse.

Viceversa, se una legge, o un referendum, sono cassati perché evidentemente e innegabilmente contrari alla Costituzione, la Corte dovrebbe andare indenne da qualunque accusa: ma così non è. Perché una volta constatato il fatto di cui si diceva - che cioè i giudici non possono non essere influenzati dalle loro opinioni in certe materie - tutti penseranno che sono stati influenzati dalle loro opinioni anche in questa materia. E dunque tutte le sue decisioni diverranno sospette.

Il caso di cui stiamo parlando si presta perfettamente allo scopo. Quando è stato proposto il referendum mi è sembrato naturale che, abolito il “Porcellum”, tornasse in vigore il Mattarellum. La Consulta non poteva che ammettere i referendum. In seguito, sul Corriere della Sera, ho letto argomentazioni che apparentemente incontrovertibili. Anche sulla base della costante giurisprudenza della Suprema Corte, da tali argomentazioni discendeva che i referendum non potevano che essere dichiarati inammissibili. Poi però ho letto che decine di costituzionalisti sostenevano che i referendum erano ammissibilissimi e non ho più avuto un’opinione, se non questa: la Corte Costituzionale sarà sicuramente accusata di avere adottato una soluzione politica, quand’anche una decisione politica non fosse.

Tutto questo prova che la Corte Costituzionale è un organo contraddittorio nella propria essenza. Nato per un controllo di pura legittimità costituzionale, ha vissuto l’esperienza del medico che, chiamato al capezzale del malato, invece di guarirlo, contrae la sua malattia. La Costituzione è piena di affermazioni vaghe, e dunque opinabili, e dunque politiche, e la Corte Costituzionale non ha potuto che emettere verdetti inattesi, e dunque opinabili, e dunque politici.

Non bisogna sognare che gli uomini si possano trasformare in angeli. Che essi possano non avere più viscere, cuore, cervello e opinioni. Dunque bisognerebbe ritenere intoccabili le leggi votate dal Parlamento che almeno delle sue decisioni risponde agli elettori. E per gli stessi motivi eventualmente delegare proprio alle Camere le decisioni sull’ammissibilità dei referendum. È vero che, in questo caso, i referendum entrerebbero per così dire in corto circuito: infatti il loro scopo è quello di fornire al popolo una possibilità di aggirare il Parlamento, esprimendo direttamente la propria volontà. Ma a questo si potrebbe ovviare o abolendo i referendum oppure ammettendoli tutti, dopo avere richiesto un numero di firme molto alto.

Nelle condizioni attuali abbiamo infatti un organo che sulla carta è di altissimo livello, nella concretezza riceve le critiche sguaiate di un Di Pietro senza neppure potere replicare con incontrovertibili argomentazioni giuridiche. Di incontrovertibile non c’è nulla, se i costituzionalisti erano divisi.

Nessuno è imparziale. Al massimo si può distinguere chi è in malafede da chi è in buona fede (ma non per questo è imparziale). Al posto dell’imparzialità bisogna richiedere la responsabilità. Non spero tanto di avere un giudice imparziale, araba fenice, quanto un giudice che, dell’eventuale patente ingiustizia inflittami, possa essere chiamato a rispondere dai suoi superiori. Nel caso dell’Italia, la massima autorità è il Parlamento. I magistrati che giudicano in nome del popolo italiano hanno solo vinto un concorso: i parlamentari, almeno, da quel popolo sono stati eletti.

La Corte Costituzionale non poteva che sbagliare: se non per gli uni, certo per gli altri.

giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

 

IL COLPEVOLE MORALE DELLA CRISI

Se si è in disaccordo col vicino di casa, tutto è normale. Se si è in disaccordo col governo, bisogna andarci cauti: il consiglio dei ministri non è un’accolita di imbecilli. Se infine si è in disaccordo con i principali governi europei e non si vuole perdere tempo, tanto vale dichiarare che si ha torto. Eppure, a sentirli parlare di austerità, di tirare la cinghia, di pagare più tasse e di consumare di meno, qualche dubbio rimane. 

Si può facilmente concedere che le nostre società non abbiano i conti in ordine e si comprende che i governi abbiano tendenza a rispondere invitando i cittadini all’austerità. Sembra dicano: “Prima avete speso quello che non avevate guadagnato e ora dovete spendere meno e ripianare i debiti”. Un Paese come l’Italia, per concedere ai suoi cittadini ogni sorta di provvidenza o liberalità,  ha accumulato un debito pubblico stratosferico, di cui a momenti non è più in grado di pagare nemmeno gli interessi, e dunque quelli che hanno goduto delle vacche grasse è giusto che ora soffrano delle vacche magre. Sull’Italia imperversa il vento del più gelido quaresimale, e invece non è detto che lo meritiamo. 

L’affermazione sarebbe valida se gli italiani avessero potuto decidere. Il maggiorenne che ha contratto un debito è giusto che lo paghi. Poteva infatti chiedere o non chiedere quel denaro e la controparte era libera di concederglielo o no. Al contrario, nei confronti dello Stato, i cittadini si trovano in condizione di sudditanza. Il governo ha il diritto di esigere da loro tasse e imposte (e di stabilirne l’ammontare) ma ha il dovere di proteggerli, perfino dalle loro follie. Lo schema è quello del rapporto padre-figli. Se questi chiedono abiti firmati, viaggi all’estero, automobili sportive e il padre, pur di farli contenti, si indebita e magari fallisce, di chi è la colpa, dei figli o del padre?

Per proseguire nel parallelo, in Italia il governo-padre è stato debole (se non demente) e ora i figli che andavano in giro col coupé rischiano di essere buttati fuori di casa e di non sapere dove andare. Né possono chiedere al governo di ripianare i debiti, perché di suo non ha un euro. E allora?

Allora è chiaro che i cittadini devono rassegnarsi a subire le conseguenze degli anni folli. Ma lo Stato non può avere l’atteggiamento vindice che oggi si nota in parecchi membri dell’esecutivo Monti. Non è vero che gli italiani si sono comportati da discoli e non è giusto che ora soffrano. Dovrebbero soffrire quelli che li hanno buttati sul lastrico, col debito pubblico. E se non è possibile costringerli a riparare il mal fatto, che almeno il governo non si atteggi a moralizzatore e punitore. 

Né vale dire che la responsabilità risale ad altri esecutivi, magari lontani nel tempo. Come il Paese è tenuto a rispettare i trattati internazionali stipulati da governi non più in carica, ogni governo in quanto istituzione  deve sentire la responsabilità del passato. Il Primo Ministro dovrebbe dire: “Personalmente non ho nessuna colpa della situazione attuale, ma vi chiedo lo stesso scusa. È infatti per il comportamento imperdonabile di noi governanti che voi governati siete chiamati a pagare per colpe non vostre”.

Non cambierebbe molto, nella sostanza. Ma ci si risparmierebbe la rabbia che può provocare un autista di autobus che rimprovera i suoi cinquanta passeggeri perché lui ha sbagliato strada e ora l’autobus arriverà in ritardo.

Gli italiani del resto non hanno goduto di chissà quale bonanza. Lo Stato opera infatti a costi stratosferici e beneficiando innanzi tutto chi è capace di avvicinarsi alla greppia politica. Le persone di buon senso avrebbero il diritto di rimproverargli di avere dato poco, per quello che ha preso (a prestito). E di avere sperperato più di quanto non abbia costruito. Non è da Palazzo Chigi che siamo disposti ad accettare lezioni di buona amministrazione.

Che soffriamo economicamente è inevitabile, ma moralmente è bene che lo Stato ci lasci in pace. Non sono tutti morti i politici che hanno fatto parte del Parlamento e del governo negli anni dal 1970 in poi. Comincino loro, a chiedere scusa. E se si battessero il petto come dovrebbero, il frastuono sarebbe assordante.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

12 gennaio 2012

 

11/01/2012

IL PENSIERO NEBBIOSO

Chi è abituato a capire vive con una sorta di sconforto l’esperienza di non capire. Per esempio, quando si scontra col mistero del pensiero di Hegel o di Jacques Lacan. Ma prima di chinare la testa ognuno ha il diritto di chiedersi: “Non sto comprendendo un pensatore o non sto aderendo alla predicazione di un profeta? Sono io, che ho le idee confuse, o le aveva lui?”

Naturalmente, bisogna andarci piano. Ci sono molte persone che il pensiero di Hegel lo hanno capito: i professori di filosofia, ad esempio. Diversamente non potrebbero insegnarlo. E per quanto riguarda Lacan in passato ci sono state intere legioni di lacaniani. Sicché colui che non capisce qualche pensatore “oscuro”, come Eraclito, deve innanzi tutto chiedersi: “Sono io che non capisco, o sono gli altri che credono di avere capito e non hanno capito niente?”

La prima ipotesi è di gran lunga la più seria. Come disse una volta qualcuno, “è improbabile che tutta l’intelligenza del mondo si sia rannicchiata nel mio cervello”. Ma la seconda ipotesi non è sicuro che sia falsa: e questo è importante. Qualche principio per orientarsi sarebbe dunque utile.

Dinanzi ad ogni mistero, bisogna chiedersi se si sia attrezzati per affrontarlo. Moltissimi sono disarmati dinanzi ad un’espressione matematica: e qui non c’è nessun mistero, c’è solo incompetenza. E poiché non si può essere competenti in tutto, bisognerà accettare ciò che dicono i matematici, i chimici, i medici, e gli specialisti in genere. Ma “accettare” non significa “dichiarare vero”, significa “riferire come accettato dai competenti”: e questo è lo schema delle “verità scientifiche”, valide fino a prova del contrario. 

Proprio in questi giorni si è parlato di particelle che si spostano nello spazio “più veloci della luce”, cosa che un certo Albert Einstein – dinanzi al quale ci eravamo inchinati - aveva dichiarato perfettamente impossibile. Quelle particelle sono effettivamente più veloci della luce? A questa domanda non siamo tenuti a rispondere. E neanche a quest’altra: “Si può eludere la legge di gravità?” Al massimo si potrà dire: “Per quello che ne so, fino ad oggi no”. 

Ma proprio questo esempio conduce ad un secondo principio. Se qualcuno dice che è stato trovato il modo di sospendere la legge di gravità bisogna soltanto ridere. Perché, se fosse vero, la notizia non sarebbe data al bar, da quel signore, ma farebbe più volte il giro del mondo nella prima mezz’ora. Abbiamo tutti il dovere di un sano scetticismo. È dunque lecito rigettare risolutamente, fino a prova del contrario, tutto ciò che appare assurdo. 

Ma come comportarsi nei confronti di ciò che non si capisce chiaramente? Posto che si sia accettabilmente alfabetizzati, tanto da essersi fatta un’idea di ciò che pensavano Socrate e Machiavelli, Tommaso d’Aquino e Nietzsche, quando si incontra un pensiero “nebbioso” si ha tutto il diritto di dire: “Non ho capito ma non per questo ci credo”. È sciocco accettare una verità solo perché altri ci dicono che è una verità. Fede significa fiducia, non razionalità.

Per millenni e millenni si è parlato del cielo come di qualcosa che stava sopra di noi, un posto in cui andavano le anime dei morti e in cui risiedeva Dio. Ma con la terra tonda il cielo non è più sopra di noi. È anche a destra, a sinistra ed anche sotto di noi, dall’altra parte del globo. Inoltre sappiamo che se la terra avesse il raggio di un metro, l’atmosfera non raggiungerebbe il millimetro: il resto è freddo vuoto siderale. Dove sono le anime? A questo punto qualcuno risponde: “Il cielo di cui si parla qui è un cielo spirituale” e il pensiero nebbioso raggiunge il suo culmine. Perché richiesti di spiegare che cos’è un “cielo spirituale” nessuno è in grado di dirlo. Anche se qualcuno se la cava con una petitio principii: “Il cielo spirituale è quello in cui ci sono le anime dei morti e in cui c’è Dio”. Ragionamento che somiglia a quelli che dicono: “Lo yeti esiste. La prova è che ne stiamo parlando”.

Ecco perché il pensiero di Hegel può non convincere. Troppe delle sue affermazioni sono dogmatiche e contrarie all’esperienza. Tesi, antitesi, sintesi? E se un coniglio è la tesi, qual è l’antitesi? La lepre o la balena? E come si dimostra che tutto è pensiero? Ecco perché l’uomo di buon senso, a Bisanzio, non avrebbero sostenuto che gli angeli erano maschi o femmine ma avrebbe chiesto: “Che prova avete, che esistano?”

Dopo tutto questo rimane probabile che Hegel abbia detto cose intelligentissime. Ma questo non deve indurci a definirle tali: perché non avendole capite non abbiamo il diritto di dare un giudizio su di esse. 

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

11 gennaio 2012

 

10/01/2012

MARIO MONTI L'ANTIPATICO

Alle antipatie non si comanda e Mario Monti è antipatico. La prima ragione non lo riguarda nemmeno personalmente. Infatti, proprio per dimostrare che non si ha un partito preso, si può parlare di un certo cardinale Ratzinger che in passato apparve come una persona colta e intelligente e in cui traspariva tutta la severità del grande teologo. Ma che poi è stato fatto Papa. E mentre prima la gente non si sarebbe strapazzata a commentare le sue idee, ora che il poverino è costretto a dire melense sciocchezze, tutti le riferiscono con compunzione e applaudono senza riserve. Ratzinger era simpatico, il Papa no. E non per colpa sua. 

Nel caso di Monti si verifica lo stesso fenomeno: tutti a dirne bene, facendo finta di non vedere ciò che è criticabile e senza rendersi conto che una claque esagerata rende insopportabile chiunque. In questi casi, per contrappasso, si notano tutte le banalità, tutte le affermazioni infondate e soprattutto l’ingente apparato retorico che spesso nasconde il nulla.

Monti è stato a lungo invocato come il Messia e molti sono stati pronti a vederne i lati positivi esistenti, ed alcuni inesistenti, semplicemente perché era il punto d’arrivo di un lunghissimo Avvento: la fine dell’attesa del Salvatore. Di quello che si sarebbe chiamato Chiunquesalvoberlusconi.

A questo punto, la compagnia di giro, con la stessa stolida costanza con cui diceva programmaticamente male di Berlusconi, qualunque cosa facesse, dicesse o non dicesse, ha solo invertito la corrente, e dice bene di Monti checché faccia, dica o non dica. 

Questo atteggiamento,  già noiosissimo di per sé - tanto è vero che annoia anche nel caso dell’incolpevole Ratzinger - è reso del tutto insopportabile dall’uomo che è fatto oggetto della nuova adorazione. Può darsi che Monti non abbia nessuna colpa per come appare, ma è così noioso, grigio, plumbeo, straordinariamente piatto, che le lodi sembrerebbero eccessive anche se non lo fossero. In queste condizioni si arriva alla noia al quadrato, alla narcolessia, al corto circuito dell’attenzione colpita da un ictus fulminante.

Per giunta l’uomo è anche troppo sicuro di sé. Oh, attenzione, con modestia, con competenza e con i verbi giusti al congiuntivo e al condizionale! Ma in passato, quando si esprimeva più liberamente, per esempio sul Corriere della Sera del 16 ottobre 2011, affermava che “la permanenza in carica dell’attuale presidente del Consiglio viene vista da molti come una circostanza ormai incompatibile con un’attività di governo adeguata, per intensità e credibilità, a sventare il rischio di crisi finanziaria e a creare una prospettiva di crescita”. E noi commentavamo: “veramente vorremmo Mario Monti Primo Ministro per cavarci lo sfizio di vedere quale sarebbe la sua attività di governo adeguata, come renderebbe tutti nel mondo ammiratori del debito pubblico italiano  e come creerebbe in un battibaleno una smagliante crescita economica dell’Italia”. E infatti la realtà è stata ed è spietata. La notizia di ieri è che il famoso “spread” è al livello 530. Quanto alla crescita, fino ad ora abbiamo visto solo un aumento delle tasse che ha depresso sia l’economia sia l’animo degli italiani. Ad aumentare il prezzo della benzina ce l’avrebbe fatta chiunque.

Monti rappresenta per molti uomini normali quell’insopportabile primo della classe perfettino, pulitino, costantemente ben pettinato, occhialuto, obbediente, che aveva l’aria di credere che non saper ridere corrispondesse ad essere seri. E quando Monti scherza fa sognare di ritirarsi in un convento trappista. Il genero ideale, ha detto la Merkel? Sì, ma per chi non tiene alla fama di donna fedele della propria figlia. 

E tuttavia quest’uomo si trova nella situazione ideale per fare effettivamente quello che né Berlusconi né Bersani né nessun altro potrebbero mai fare. Ci sono provvedimenti che tutti reputano necessari (per esempio la liberalizzazione del mercato del lavoro) ma che tutti, per motivi di ovvia demagogia, non hanno mai potuto adottare. Ora, nel momento in cui i grandi partiti sono terrorizzati all’idea di essere chiamati al potere, e dunque lo sostengono, lui potrebbe svuotare le stalle di Augia. Può farlo perché non deve temere le urne, i partiti non possono, perché dopo ne risponderebbero agli elettori. 

Se veramente egli riuscirà ad adottare provvedimenti coraggiosi e tali da rilanciare veramente l’economia italiana, tutti dimenticheremo le straordinarie circostanze che lo hanno favorito per esprimergli la profonda gratitudine della nazione. Rimarrebbe certo antipatico come il chirurgo che ci ha annoiato raccontandoci a lungo e con voce monotona la storia della sua vita, ma ricorderemmo soprattutto che ci ha salvato dalla morte. Se invece non passerà all’azione e continuerà a tramortirci con le sue giaculatorie, non solo ci addormenteremo, ma spereremo di non sognarlo. Abbiamo già abbastanza guai nella realtà per avere bisogno di incubi.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

10 gennaio 2012

 

09/01/2012

DUBBI SULL'OMOSESSUALITA'

Un assessore Pdl del comune di Lecce ha affermato che “in natura esistono solo due tipi di generi umani: l'uomo e la donna. Il resto è classificato come turbe della psiche ed è materia della scienza sanitaria e della psicanalisi”. Naturalmente è scoppiato un putiferio, anche perché l’incauto ha detto queste cose sostanzialmente riferendosi al governatore della Puglia, Nichi Vendola.

È stupido dare addosso a quell’assessore a scatola chiusa. Perché se ha detto la verità, la verità rimane tale anche se politically incorrect. E se invece ha detto una sciocchezza, tanto vale cercare di confutarla.

L’omosessualità in passato è stata stramaledetta da tutti. “Sodomita” è stato sinonimo di insalvabile peccatore destinato al fondo dell’inferno. Ma questo atteggiamento nulla prova, se non a che punto può essere feroce l’autodifesa della specie. Infatti, dal momento che non procreano, per la specie gli omosessuali rappresentano un pericolo e vanno per questo repressi. 

Ma d’altra parte essi ci sono sempre stati, malgrado le più severe condanne, e ciò dimostra che non sono tutti dei “viziosi”: molti sono tali per natura. Se è vero che ce ne sono alcuni che (forse) avrebbero potuto scegliere diversamente, ciò non impedisce che l’omosessualità faccia parte della realtà umana. Ma è una realtà umana normale o patologica? I sessi sono due, come dice quell’assessore, o tre, come oggi pensano in molti? 

Al dovere di contribuire alla conservazione della specie si sottraggono, oltre ai gay, gli impotenti, le donne sterili e in generale coloro che non vogliono o non possono avere figli, per le ragioni più diverse. Dunque se il giudizio è particolarmente severo nei confronti degli omosessuali è perché si presume che essi siano colpevoli della loro caratteristica. Dimenticando che alcuni sono tali loro malgrado. Dunque, se si fosse razionali, bisognerebbe essere molto più severi con chi i figli non li vuole pur potendoli avere, non con chi non può averli. Ciò dimostra a che punto l’omofobia è un atteggiamento da primitivi.

Il problema dei due o dei tre sessi è mal posto. È inutile parlare delle persone che possono avere figli e delle persone che non possono averne: perché queste ultime sono incolpevoli. E riguardo alle prime non dobbiamo dimenticare che noi esseri umani ci vantiamo di non essere sottoposti agli istinti come lo sono gli animali. Come reprimiamo il nostro istinto di aggressività, ben possiamo reprimere quello della procreazione: dunque rimane aperta e lecita la discussione sull’opportunità di seguirlo. 

Da ciò che si è detto si ricava tuttavia un dato che non è a favore dei gay. Se nessuno reputa normale l’impotente, perché bisognerebbe reputare normale l’omosessuale? E come si potrebbe non giudicare deviante il caso di quelle persone che, pur avendo caratteristiche fisiche maschili, hanno un “io” femminile, o viceversa? La natura ha previsto due sessi fecondi e chi non ne fa parte rientra per ciò stesso nel patologico. Ma in questa anormalità rientra anche chi non vuole figli. In questo caso l’individuo dimostra come minimo un insufficiente istinto di conservazione della specie. Egli non sente quella spinta che negli altri funziona così bene da aver fatto giungere l’umanità a sette miliardi di individui. 

Rimane probabile che l’omosessualità, pure anormale, non sia più grave di una qualunque nevrosi, come l’ostilità all’idea di avere figli. Il gay non è né meno intelligente né meno capace di un eterosessuale. 

Queste considerazioni potrebbero addirittura servire a dimostrare a quel famoso assessore che se un omosessuale può avere problemi psichici, probabilmente è per colpa di persone come lui. In un mondo in cui l’omosessuale fosse accettato come una persona normale, sarebbe facile per lui essere e comportarsi come tutti gli altri. Se viceversa lo si demonizza o lo si ostracizza, sarà questo a provocargli i problemi relazionali. 

Insomma, è l’assessore di Lecce che costringe gli omosessuali ad andare dallo psicoanalista: mentre forse, a ben guardare, dallo psicoanalista dovrebbe andarci lui.

L’omosessualità non è normale ma non lo è in campo sessuale, mentre per il resto non ha importanza. Ognuno deve dirsi: “Dal momento che non conto di andare a letto con tutti gli uomini e con tutte le donne che incontro, della loro sessualità non m’importa nulla”.

Se poi la “patologia” che determina l’omosessualità abbia in ogni caso riflessi psicologici e fisiologici sulla persona, è materia che su cui aspettiamo che la scienza dica qualcosa di definitivo.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

9 gennaio 2012

 

08/01/2012

BERTOLDO FOR PRESIDENT

Prima che l’euro fosse concretamente adottato, molti osservarono con buon senso che non si può mettere il carro dinanzi ai buoi. Ma chi allora sollevava obiezioni contro questa operazione sembrava un menagramo, qualcuno che non sentiva con sufficiente forza gli ideali europeisti, qualcuno che frenava lo slancio verso il futuro. Purtroppo, quello che allora era il futuro ora è il passato e vediamo che il risultato non è stato un affare.
Causa ed effetto sono legati da un rapporto che non può essere invertito. Mettere il carro dinanzi ai buoi significa “fare una sciocchezza” proprio perché si mostra di credere che gli effetti possano precedere le cause. Nel caso dell’Europa la causa avrebbe dovuto essere una totale unione politica degli Stati o almeno una totale unificazione di politica economica e di amministrazione del residuo debito pubblico: “residuo” perché non se ne sarebbe potuto creare di nuovo e anzi gli Stati indebitati avrebbero dovuto accettare un piano di rientro.
Questa unificazione, insieme con uno spietato sistema di controlli e sanzioni, avrebbe dunque dovuto comportare una cessione di sovranità per le materie indicate: economia, fisco, bilancio dello Stato. Perché in democrazia ogni governo che veda in pericolo la propria sopravvivenza ha tendenza a violare qualunque regola pur di salvarsi. Questo sarebbe dovuto divenire impossibile.
Naturalmente, non essendo ipotizzabile una guerra per costringere i singoli Stati ad obbedire alle norme accettate, si sarebbe dovuto prevedere il modo di espulsione dalla comunità dello Stato inadempiente. E analogamente si sarebbe dovuto prevedere il modo in cui un singolo Stato avrebbe potuto volontariamente abbandonare la comunità, se l’avesse desiderato.
Tutto ciò sembra elementare al più sprovveduto dei cittadini: e tuttavia non è stato evidente per i dirigenti del più colto continente del mondo. Per quanto possa apparire inverosimile, non si è previsto un meccanismo di espulsione dalla comunità monetaria, quasi fosse impossibile per uno Stato comportarsi in modo irresponsabile. E non è stato previsto l’abbandono volontario, quasi fosse impossibile che uno Stato, essendo ancora sovrano, potesse dire puramente e semplicemente: “Me ne vado”.
Secondo la “legge di Murphy”, tutto ciò che può andare storto, una volta o l’altra andrà storto. E le probabilità sono tanto più grandi quanto più si è andati contro la razionalità o, peggio, contro la natura umana. Negli Anni Novanta non si è voluto prevedere il peggio e il peggio si sta verificando, si è gettato il cuore oltre l’ostacolo ed ora esso è rimbalzato indietro. È bastato che le politiche economiche fossero divergenti e che gli Stati indebitati ben al di là del 60% (massimo originariamente previsto) continuassero a indebitarsi piuttosto che ripianare i debiti precedenti.
Ora ci si chiede come uscirne e da molte parti si invoca un intervento dei pesi massimi dell’eurozona. Si vorrebbe che essi garantissero il debito pubblico degli Stati discoli (il più grande dei quali è l’Italia) con l’emissione di eurobond, con l’intervento a garanzia di una superbanca o come che sia. Ma di fatto non si decide nulla. Probabilmente la Germania pensa: “Se metto mano al portafogli per superare il momento di crisi, chi mi dice che poi gli altri Stati non continueranno a chiedermi soldi, invece di restituirmi quelli che gli ho prestato?”
Purtroppo anche per la Germania non basta dire di no. Se scoppiano la Grecia e l’Italia, le banche e gli Stati che detengono i loro titoli pubblici avranno una perdita colossale. È il vecchio dilemma delle banche. Se smettono di sostenere un loro grande debitore, questi fallisce provocandogli un ammanco enorme. Ma se lo sostengono e quello non raddrizza la sua situazione economica, il successivo fallimento potrebbe comportare un disastro ancora più grande. Come sapere quale sarà il danno minore?
Mai mettere il carro dinanzi ai buoi. Se si voleva l’unificazione europea dal punto di vista economico, non bisognava soltanto creare una valuta comune, bisognava - appunto - realizzare l’unificazione europea dal punto di vista economico. Che è poi anche un punto di vista politico. La sola moneta poteva creare il rischio di uno squilibrio fra Paesi con diversi livelli di inflazione, di politica fiscale, di potere d’acquisto e di debito pubblico. Che è poi quello che abbiamo sotto gli occhi.
Prima del 2002 i grandi competenti, con l’eccezione di Antonio Martino e di  pochi altri, tutto questo non l’hanno visto. O più precisamente hanno chiuso gli occhi per non vederlo.
Indubbiamente quelli che hanno creato l’euro erano immensamente più competenti del mitico Bertoldo, ma ci sono momenti in cui uno rimpiange di non avere avuto Bertoldo come capo del governo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it
8 gennaio 2012

07/01/2012

TEORIE ECONOMICHE SUL MODO DI SUPERARE LA CRISI

La domanda che oggi occupa le menti di tutti è chiara: che cosa bisogna fare per salvare l’Italia dalla recessione e dal possibile fallimento? Che cosa bisogna fare per rilanciare l’economia e risolvere i problemi – quello del debito pubblico in particolare – che pendono sulle nostre teste come spade di Damocle?

Questo genere di perplessità angustia i Paesi sviluppati dalla crisi del ’29 del secolo scorso e sarebbe troppo lungo ripercorrere la storia dei vari tentativi e delle politiche economiche adottate dai grandi Stati nei momenti di difficoltà. Chi legge l’inglese troverà parecchio in http://en.wikipedia.org/wiki/Keynes. 

Per rimanere nell’ambito di una conversazione, basterà dire che per lunghi decenni il profeta dell’economia è stato John Maynard Keynes. La sua teoria in soldoni era questa: in un momento in cui si ha disoccupazione e capacità produttiva sottoutilizzata, se il mercato è fermo lo si può rimettere in moto con spese statali che stimolino la domanda; anche se queste spese fossero affrontate contraendo debiti. 

Sempre che non prendiamo fischi per fiaschi, lo schema può essere riassunto come segue: immaginiamo che in una città ci sia un momento di stasi produttiva e di disoccupazione. Ovviamente i disoccupati non possono spendere molto, ché anzi devono cercare di non morire di fame. Ma se li assumiamo per produrre televisori in una fabbrica che soffre della stasi produttiva, da un lato essi guadagneranno un salario, e dunque potranno comprare molti più beni di prima; dall’altro, ciò facendo, arricchiranno anche gli altri cittadini produttori, comprando i loro prodotti, e costoro, completando il giro, potrebbero poi comprare i televisori.

La teoria sembrò funzionare negli anni del New Deal e divenne quasi vangelo nel secondo dopoguerra. Poi cominciò a produrre guasti, fu aspramente combattuta da grandi nomi come Friedrich von Hayek, Milton Friedman e Joseph von Schumpeter, e sembrò tramontare per sempre. Per ritrovare nuova vita, almeno come proposta, ai giorni nostri, per esempio per impulso del premio Nobel Paul Krugman, che la sostiene ancora pressoché quotidianamente sul New York Times.

E qui qualcuno potrebbe chiedere: in conclusione Keynes aveva ragione o torto? Un serio libro di economia risponderebbe che sarebbe azzardato dare una risposta netta. Ma quello che non osano i competenti possono osarlo gli incompetenti. 

Immaginiamo che ci sia un uomo che soffre di una tale depressione da far temere seriamente che si suicidi. Purtroppo non si dispone di nessuno dei moderni farmaci, per aiutarlo. C’è solo una droga che rende euforici (la cocaina? L’eroina? Neanche in questo siamo competenti) e si decide di indurlo ad assumerla. L’uomo sta meglio e il problema sul momento sembra risolto. Domanda: la droga è un rimedio contro la depressione? La risposta è no se vogliamo parlare di un rimedio stabile, perché quell’uomo potrebbe divenire un drogato, e magari morirne, di droga; sì se vogliamo parlare di un rimedio momentaneo - in economia si direbbe congiunturale - e l’uomo, pur uscendo dalla depressione, non diviene un drogato.

La teoria di Keynes non è assurda ma ha il difetto di rendere decente, accettabile, quasi morale la “droga”. Una volta che gli Stati si sentono dire che possono creare debiti, perché così favoriscono l’economia, chi li ferma più? È per questo che l’Italia ha l’enorme debito pubblico che ha (1.900 miliardi di euro, quasi 32.000 a persona). 

Il problema è dunque il comportamento dello Stato una volta che la crisi è stata superata. Se smette di far debiti e magari aumenta la pressione fiscale per ripianarli, tutto bene. Se invece continua a far debiti, corre verso l’abisso.  Specularmente, come non si possono fare debiti all’infinito, non si può,  in un momento come l’attuale in Italia - in cui si hanno recessione, disoccupazione, altissima pressione fiscale, e potrebbe anche piovere - insistere con le “manovre”. Non si può dire al depresso che la vita non vale niente e che forse è meglio che smetta di mangiare. Dal momento che lo Stato spende già uno sproposito per pagare gli interessi sul debito pubblico, potrebbe aumentare quello “sproposito” di una notevole percentuale per tagliare drasticamente le tasse e per qualche utile investimento pubblico. O la va o la spacca. Poi, ripartita l’economia, potrebbe pensare a mietere ciò che ha seminato. Come scrive Krugman, gli Stati Uniti non hanno mai rimborsato l’enorme deficit causato dalla Seconda Guerra Mondiale. È stato lo sviluppo economico degli Stati Uniti a far scomparire quel “buco”. Ma, appunto, ci vuole lo sviluppo economico.

In sintesi: l’Italia ha sbagliato negli anni della follia spendacciona, come la Germania ha sbagliato con l’inflazione ai tempi della Repubblica di Weimar; ma non è perché si è ecceduto in una direzione che il rimedio è eccedere nella direzione opposta. 

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

7 gennaio 2012

 

06/01/2012

I SINDACATI E LA MAFIA

Nel 1974 Edward Heath chiese agli elettori: Who governs Britain?", chi deve governare l’Inghilterra? La scelta era tra il Parlamento e i sindacati. Gli inglesi risposero: i sindacati. E il povero Paese ripartì per un altro giro di decadenza. Ma poi i minatori colmarono la misura con uno sciopero assurdo, e dopo mesi e mesi di braccio di ferro dovettero arrendersi alla fermezza di Margaret Thatcher. Ciò fece definitivamente cambiare il vento e l’Inghilterra ripartì, ma non per un altro giro di decadenza. 

In Italia questo non è ancora avvenuto. Qui i sindacati sono riusciti ad impedire che si desse completa attuazione alla Costituzione per la parte che li riguarda; non hanno mai presentato i bilanci delle loro colossali organizzazioni; si sono sempre comportati come un contropotere con cui il Parlamento doveva fare i conti e che non era responsabile nei confronti di nessuno. “Contropotere” forse non è il termine esatto: quello giusto è potere, nel senso di Montesquieu. In Italia infatti invece di tre ne abbiamo avuti quattro: il legislativo, l’esecutivo, il giudiziario e il sindacale. Con una certa prevalenza degli ultimi due. 

I sindacati sono arrivati ad imporre a tutti una sorta di timore reverenziale. Nemmeno i giornali, capaci di mordere chiunque ai polpacci, osano dirne male. Essi comandano anche nelle redazioni, se è vero che un nuovo Direttore deve avere il loro gradimento. Per tutto ciò ha costituito notizia leggere sul Corriere della Sera(1) una semplice, banale verità: è normale che i sindacati siano sentiti dal governo, ma non devono pretendere un “condominio nell’esercizio del potere”. Hanno funzioni importanti, “ma tra queste funzioni non vi è quella di concorrere al governo del Paese”. E invece un ministro che ha osato dire che dell’art.18 dello Statuto dei Lavoratori “se ne poteva discutere”, è stato pressoché linciato. La Costituzione si può modificare (art.138), lo Statuto non si deve toccare.

Il problema è annoso. L’attività istituzionale dei sindacati non dovrebbe avere nessun rapporto né con la politica né con l’attività legislativa e invece la loro pretesa di determinare la linea del governo è stata spesso evidente. E mentre non è reato l’attività antigovernativa, è stato creato un illecito particolare, l’“attività antisindacale”. Se necessario sanzionato penalmente dal magistrato. 

La soggezione della nazione, dinanzi a questo potere sovrano, diviene timore reverenziale dinanzi alla Cgil e terrore dinanzi alla Fiom, cui anche gli altri sindacati sentono di dover riconoscere una sorta di primogenitura.

Forse l’insolito coraggio del Corriere della Sera dipende dal fatto che gli italiani, pur mettendoci più tempo degli inglesi, hanno capito che l’alternativa non è più “il governo cede o il governo non cede”, ma “o si calano le pretese o la fabbrica chiude”. In Inghilterra ha vinto il governo, da noi ha forse vinto la necessità economica. Una pura e semplice recessione che non fa sconti a nessuno.

La storia può avere un corollario interessante. Il potere non significa nulla se non può imporre la propria volontà: l’amministrazione della giustizia sarebbe un vaniloquio se, accanto ai magistrati, non vi fossero i carabinieri. Purtroppo lo stesso meccanismo funziona per qualunque organizzazione. La mafia ottiene il pizzo perché l’esperienza ha insegnato a tutti che chi non lo paga può andare incontro a grandi guai. I mafiosi in certi posti comandano perché sono più temibili dello Stato. Il vero potere non deriva dalle norme di legge ma dalla capacità di incutere timore. Ed è questo che ha dato tanto potere ai sindacati.

Temendo l’impopolarità e la sinistra, lo Stato ha a lungo permesso ogni sorta di soperchieria: dal blocco delle strade e delle ferrovie agli scioperi per riottenere la riassunzione di dipendenti ladri. Chi è stato audace ha finito col comandare, chi è stato timido ha dovuto obbedire. E infatti il capo della Cgil è sempre stato più importante di un ministro. 

Dunque il “Corriere” si rassegni. È inutile farne una questione giuridica. Se veramente il governo Monti resisterà agli ordini della Cgil non significherà che i sindacati hanno capito che non hanno il diritto di “cogestire” il Paese: significherà semplicemente che le Borse e il tasso di disoccupazione hanno fatto cambiare il vento. A suo tempo la storia ha risposto a Heath che comandavano i sindacati; la recessione – e un erario dalle casse vuote - potrebbero dire ai sindacati che forse loro possono comandare al governo, ma nessuno comanda l’economia. 

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

6 gennaio 2012

 (1)http://www.corriere.it/editoriali/12_gennaio_04/rito-fuori-tempo-e-fuori-bilancio-sergio-romano_dd42aa92-369d-11e1-9e16-04ae59d99677.shtml

05/01/2012

LE INTENZIONI DI TEHRAN

A proposito della crisi dello Stretto di Hormuz qualcuno(1) sostiene che gli occidentali non capiscono l’atteggiamento psicologico dei dirigenti iraniani. Mentre per noi è naturale ragionare in termini di egemonia e di compromesso, l’ideologia fondamentale dell’Iran attuale è quella del “martirio”. Cioè quella di attaccare il “nemico”, costi quel che costi, per accelerare il trionfo della Scia in vista della fine del mondo. Questa visione fa prendere in considerazione qualunque audacia e fa accettare qualunque rischio: in una visione apocalittica della realtà, la morte in guerra o per “martirio” accelera di poco un avvenimento comunque imminente. Da ciò si deduce che la bomba atomica iraniana non serve principalmente per ragioni di prestigio o di influenza regionale, serve concretamente per realizzare un programma religioso: l’eliminazione di tutti gli ebrei, quei cani, e la conquista da parte degli sciiti delle tre città sante, Gerusalemme, La Mecca e Medina. Queste due ultime oggi occupate dai wahabiti, loro nemici ereditari.

I più preoccupati per il programma nucleare iraniano sarebbero dunque i sauditi che avrebbero insistentemente chiesto agli Stati Uniti di distruggere le installazioni nucleari iraniane e di eliminare con la forza il regime degli ayatollah. Diversamente l’Arabia Saudita sarebbe costretta essa stessa a dotarsi di un armamento atomico.

Chi stanotte avesse la straordinaria ambizione di prendere sonno è costretto a sperare che questa visione sia troppo pessimistica ma l’orrore non basta ad evitare le tragedie e una diagnosi infausta non è per questo meno vera. Dunque bisogna vedere che cosa si può dedurre dal quadro delineato.

È improbabile che l’Arabia Saudita si doti di un armamento atomico: non ne avrebbe né il tempo né le capacità tecniche. E l’atomica non le servirebbe a niente, perché al massimo la metterebbe nella situazione di Israele. È dunque guardando alle intenzioni di Tehran e di Gerusalemme che si dipana l’intera matassa.

Gli ebrei hanno già fatto l’esperienza di un grande Stato che ha il programma della loro eliminazione totale. Sanno dunque che l’ipotesi dello sterminio di milioni di loro non è fantascientifica. Ciò che è cambiato è che, come dicono, “la caccia all’ebreo non è più gratuita”. Dunque ipotizzando un attacco atomico contro le città israeliane, con la precisa intenzione di uccidere tutti gli ebrei, bisogna ipotizzare anche la risposta israeliana con l’intenzione di uccidere tutti gli iraniani. 

La prima preoccupazione di Israele è naturalmente quella di avere degli efficienti missili anti-missile (largamente migliori dei Patriot) nella speranza di intercettare i missili aggressori prima che giungano sul cielo del loro piccolo Paese. Ma non si può escludere – ed anzi è molto probabile – che qualcuno riesca ad arrivare a destinazione e a provocare qualche centinaio di migliaia di morti. Proprio per questo, è sicuro che, partiti i missili iraniani, partirebbero anche i missili israeliani. Le testate atomiche multiple probabilmente raderebbero al suolo o quasi Tehran (circa quindici milioni di abitanti), Mashhad, Esfahan e le altre principali città. Gli israeliani saprebbero che, tra atomiche e fall out, di gran lunga la maggior parte di loro morirebbe e dunque, non potendo salvarsi, non gli rimarrebbe che rendere quanto più è possibile caro il conto da presentare a chi vuole dilettarsi nella “caccia all’ebreo”. È nella Bibbia che sta scritto “occhio per occhio, dente per dente”. E gli assassini degli atleti, a Monaco di Baviera, sono stati inseguiti ed uccisi dovunque nel mondo.

Il comportamento degli israeliani non sarebbe irrazionale. Mentre Truman, ordinando di sganciare Little Boy su Hiroshima, voleva solo convincere i giapponesi ad arrendesi, gli ebrei, sapendo di essere oggetto di una volontà di annientamento, non tenderebbero ad indurre Tehran ad una politica piuttosto che ad un’altra, ma semplicemente a sterminare tutti gli iraniani. O almeno a fare il possibile per ottenere questo risultato.

Tehran è dunque disposta al suicidio collettivo degli iraniani pur di distruggere Israele ed ammazzare qualche centinaio di migliaia di cittadini sauditi? Nessuno lo può escludere, naturalmente, mai mettere limiti alla follia umana. Ma l’interrogativo riguardo al fatto che valga la pena di pagare un simile prezzo potrebbe farsi strada perfino nelle più dure cervici dei fanatici iraniani. Vale la pena di infliggere al mondo la più grande tragedia di tutti i tempi in meno di una settimana e di farlo assistere alla prova generale dell’autodistruzione dell’umanità?

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

5 gennaio 2012

(1) Carlo Panella, http://www.shalom.it/J/index.php?option=com_content&task=view&id=1119&Itemid=1

 

04/01/2012

AVVERTIMENTO MAFIOSO DALL'IRAN

Ci si è già occupati delle tensioni fra la marina iraniana e quella statunitense nello Stretto di Ormuz, via d’acqua attraverso la quale passa un terzo o il 40% del petrolio mondiale. È dunque una vena giugulare, perché il mondo ha bisogno di importare il petrolio degli Stati rivieraschi del Golfo e gli Stati rivieraschi del Golfo hanno bisogno di esportarlo. Ora l’Iran, per protesta contro le sanzioni imposte a causa del suo progetto di costruzione di un ordigno atomico, ha ripetutamente minacciato di chiudere lo Stretto ed è noto che ciò sarebbe drammaticamente contrario al diritto internazionale. L’azione costituirebbe un primo atto di guerra cui sarebbe lecito rispondere con adeguata violenza e proprio in questi termini hanno già risposto gli Stati Uniti. 

Durante le recenti manovre navali l’Iran ha sparato missili a media e lunga gittata, cioè ordigni capaci di colpire sia Israele sia le basi americane nel Vicino Oriente. La tentazione è stata quella di parlare di smargiassate senza conseguenze ma alcune dichiarazioni di oggi(1) di Ataollah Salehi, Comandante in Capo delle Forze armate iraniane, conducono a riconsiderare questo giudizio. Secondo l'Agenzia di Stato iraniana Irna egli avrebbe detto: “Consigliamo vivamente alla portaerei americana che ha attraversato lo stretto di Hormuz e che attualmente si trova nel Golfo di Oman di non ritornare nel Golfo Persico. La Repubblica Islamica d'Iran non ha l'intenzione di ripetere questo consiglio”. 

Di solito le parole pesano poco. Gli annunci reboanti di Ahmadinejad e di altri esponenti iraniani, uditi in passato,  non hanno significato molto. Nessuno ha dimenticato le grandi minacce di Saddam Hussein, quando stava per cominciare l’ultima guerra dell’Iraq e gli stessi giornali occidentali si chiedevano quanti americani sarebbero morti per superare le linee di difesa di quel Paese. Mentre poi l’esercito irakeno si squagliò come neve al sole e la guerra durò poco più di cento ore. Dunque oggi gli Stati Uniti potrebbero essere tentati di rispondere ironicamente: “La Repubblica Islamica d'Iran non ha l'intenzione di ripetere questo consiglio”? Fa benissimo. Perché tanto nessuno l’ascolterebbe. Ma nella storia bisogna sempre far posto alla follia e rimane da vedere quanto sia da prendere sul serio l’avvertimento in stile mafioso di quell’altissima autorità militare. Bisogna cioè chiedersi che succederebbe se gli iraniani pensassero realmente di attuare la loro minaccia. 

Se essi provassero ad usare le navi, probabilmente se le vedrebbero affondare nel giro di pochissimo tempo. Dunque questo metodo è da escludere. La stessa ragione porta ad escludere che quelle unità possano lanciare dei missili. Innanzi tutto gli americani probabilmente hanno già messo a punto sistemi antimissile sufficientemente accurati per distruggere tutti o quasi gli ordigni in volo. Poi la moderna tecnica dei satelliti permetterebbe agli americani di sapere chi li ha lanciati e qualche missile di risposta affonderebbe immediatamente la nave da cui è partito il razzo. Anzi, essi potrebbero approfittare del casus belli per affondare l’intera flotta iraniana. Per questo Tehran potrebbe  toglierla dalla zona d’operazione e lanciare i missili da terra, ma ciò non la proteggerebbe. Le cacciatorpediniere e gli incrociatori non sono canotti che si possono nascondere in una grotta marina e la flotta americana potrebbe distruggere quella iraniana dovunque sia, in particolare nei suoi porti. Né l’aviazione iraniana potrebbe fare molto, dal momento che gli americani hanno il dominio dell’aria praticamente ovunque.

Rimane il possibile problema delle mine, che è il più serio, ma se ne è già parlato. In ogni modo, le certezze sono due: da un lato gli Stati Uniti non hanno né l’interesse, né l’intenzione, né la possibilità di invadere l’Iran. Dall’altro l’Iran può – se è guidato da folli – tentare di chiudere lo stretto di Hormuz, e perfino di danneggiare qualche nave “nemica”, ma la rappresaglia sarebbe tanto pesante da avere i brividi solo a pensarci. 

Non bisognerebbe dimenticare che, mentre qualche terreno, per esempio la giungla, può favorire gli avversari, sul mare e nel cielo è difficile contrastare gli Stati Uniti. Per questo si è scritto “se l’Iran è guidato da folli”. Dunque, fino a dimostrazione clinica di questa alienazione mentale, è possibile catalogare anche la frase del Comandante Salehi come un’ulteriore smargiassata da padrino. Ed è bene che tale rimanga, se l’Iran non vuole veder ridotta la propria marina a una flotta di pedalò e subire altri gravissimi danni alle proprie installazioni nucleari. 

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

4 gennaio 2012

 

03/01/2012

UN MONDO IMPEGNATO A NEGARE CIO' CHE CONOSCE

 

di Geoffrey Wheatcroft

 

Ci potrebbe essere una singola frase che spieghi le promesse del nostro tempo, questa fosca epoca di imbrogli ed errori di calcolo politici, di guerre incaute e disastrose, di boom e fallimenti finanziari e di semplice criminalità? Forse c’è, e la dobbiamo a Fintan O’Toole. Questo tagliente commentatore irlandese è un biografo e un critico teatrale, ed inoltre un critico dei crimini e delle follie del suo Paese, come nel suo avvincente anche se spaventoso libro “La nave degli sciocchi: in che modo la stupidità e la corruzione mandarono a fondo la tigre celtica”.

 

Egli ci ricorda il famoso e proverbiale detto di Donald H.Rumsfeld, allora Segretario della Difesa degli Stati Uniti, secondo cui “There are known knowns... there are known unknowns... there are also unknown unknowns.”, più o meno: ci sono dati noti, poi incognite note... e infine incognite ignote”. Ma il problema irlandese, dice O’Toole, non apparteneva a nessuno di questi casi. Era “un dato certo ignorato”.

 

Ciò che egli intende è qualcosa di diverso dal diniego, o dall’essere evasivi, o dall’esuberanza irrazionale o da un eccessivo ottimismo. I dati certi ignorati sono quelle cose che non erano per niente inevitabili, ed era facilissimo conoscere, o erano perfino note, ma che la gente ha preferito “non conoscere”.

 

I dati certi ignorati sono stati dappertutto, da Wall Street a Bruxelles, dal Pentagono al Penn State. L’Irlanda ha semplicemente offerto un caso estremo, in cui “tutti sapevano”.  Lì si è soltanto scelto di dimenticare ciò che era noto, riguardo al modo in cui le banche irlandesi sono impazzite, in quale misura il credito facile alimentasse una mostruosa esplosione dei prezzi delle proprietà e della costruzione di case per speculazione. Bertie Ahern, il primo ministro irlandese al tempo della rapida crescita economica si vantava addirittura: “Il boom sta diventando ancora più boom”, e preferiva disconoscere la verità che i boom finiscono sempre col fallimento.

 

All’inizio del 2008 i cieli erano illuminati da esplosioni finanziarie, dalla Lehman Brothers alla Reale Banca di Scozia. Queste erano sufficientemente drammatiche, ma erano imprevedibili e inconoscibili? Che razza di volenterosa ottusità ha mai suggerito che i mutui ipotecari subprime fossero una buona idea? Un bambino intelligente avrebbe saputo che non c’è mai un buon momento per prestare denaro a persone che ovviamente non potranno mai restituirlo.

 

Oppure ricordatevi in che modo siamo stati trascinati nella guerra dell’Iraq. Queste fu l’origine delle curiose parole del Rumsfeld, dieci anni fa. Quando egli brontolò riguardo a “cose che non sappiamo di non sapere”, si riferiva alle armi non convenzionali che Saddam Hussein poteva detenere o non detenere.

 

In un certo senso Rumsfeld aveva ancor più ragione di quanto non pensasse gli stesso. Quelli di noi che si opponevano alla guerra potrebbero oggi sentirsi chiedere se sapessero che genere di armamento possedesse l’Iraq, e a questa domanda la risposta è che naturalmente non ne sapevamo niente. E, per quello che è noto, non ne sapevano niente il Presidente George W.Bush, il Vice Presidente Dick Cheney, Rumsfeld o il Primo Ministro inglese Tony Blair.

 

Ma questa era la domanda sbagliata. La domanda non avrebbe dovuto essere: “Che armi possiede Saddam Hussein?” Ma: “L’armamento di Saddam Hussein, quale che sia, è la vera ragione della guerra, o è un pretesto messo insieme dopo che la decisione di muovere guerra era già stata presa?” La risposta a questa domanda era ovvia e potrebbe essere stata nota a tutti ma troppe persone preferirono “non conoscerla”.

 

Poi c’è stato un altro “dato certo ignorato”: le probabili conseguenze di un’invasione. Poco prima che essa avvenisse, Blair incontrò il Presidente francese Jacques Chirac. Oltre a ripetere più volte la propria opposizione all’imminente guerra, Chirac offrì al primo ministro degli specifici avvertimenti. Blair e i suoi amici di Washington sembravano credere che sarebbero stati accolti a braccia aperte in Iraq, disse Chirac, ma era meglio che non ci contassero. Era sciocco pensare di creare una moderna democrazia in un Paese artificiale e con una società divisa come l’Iraq. E Chirac chiese se Blair si rendesse conto che, invadendo l’Iraq, essi avrebbero anche potuto precipitarlo in una guerra civile.

 

Ciò è stato descritto in un documentario della BBC da qualcuno che era presente, Sir Stephen Wall, un uomo del Foreign Office allora destinato a Dowining Street. Quando la delegazione inglese stava andando via, Blair si voltò e disse: “Povero vecchio Jacques, proprio non la capisce, questa cosa”. Alla qual cosa Sir Stephen ora aggiunge seccamente che per come si sono messe le cose è chiaro che egli l’aveva capita parecchio meglio di come l’avevamo capita “noi”.

 

Trad. di Gianni Pardo.

 

(1)http://www.nytimes.com/2012/01/01/opinion/sunday/unknown-knowns-avoiding-the-truth.html?_r=1&emc=eta1

 

 

 

E TUTTAVIA

 

La tesi di Wheatcroft è tanto interessante quanto discutibile. Sarebbe perfettamente valida se esistesse un’immancabile coincidenza fra ciò che è avvenuto in passato e ciò che avverrà la prossima volta. Ma così non è. Dal fatto che sia Napoleone che Hitler abbiano fallito nella conquista della Russia non se ne può dedurre che nessuno mai conquisterà la Russia. È vero che un esercito enormemente più numeroso vince su un esercito molto più piccolo: eppure i persiani a Maratona perdettero. È vero che i Paesi aggressivi e militaristi sono molto più pronti e capaci di combattere una guerra dei paesi pacifici, ma la guerra del Peloponneso fu vinta da Atene, non da Sparta. E in epoca recente la bellicosa Germania di Hitler è stata battuta dalla pragmatica Inghilterra. E da un esercito, quello americano, che per gli standard europei era senza stile e disordinato. Insomma, il futuro riserva molte incognite e a volte, quando le incognite fanno veramente paura, può accadere che si reagisca in modo eccessivo.

 

Se un pazzo ha in mano un virus che, diffuso, potrebbe uccidere decine di migliaia di persone, bisognerà aspettare che cominci ad agire o è meglio sparargli prima che abbia il tempo di decidere? Lo stesso codice penale prevede la “legittima difesa putativa”. Non so se il mio nemico ha la pistola caricata a salve o se essa sia soltanto un giocattolo, certo è che se la punta contro di me io l’uccido e nessun giudice potrà condannarmi. Devo forse aspettare di essere morto, per avere il diritto di difendermi?

 

È vero, come dice Wheatcroft, che la maggior parte delle bolle speculative finiscono con l’esplodere. Ma sono esplose tutte, fino ad oggi? E chi dice che esploderà anche la prossima? Certo, è meglio essere prudenti: ma il concetto di prudenza contraddice la tesi di Wheatcroft, il quale parla di “sapere”, di cose che si sanno (“knowns”) e cose che non si sanno (“unknowns”, incognite). Mentre la prudenza non indica un “sapere” ma un “non sapere e temere”. E magari reagire. E chi dice che proprio riguardo a Saddam Hussein Bush e compagni “non sapessero” ma “temessero”?

 

Il problema posto da Wheatcroft (e da Rumsfeld, al passaggio) fa pensare al famoso detto: “Signore, dammi la forza di sopportare i mali che non posso evitare; dammi la forza di evitare quelli che posso evitare; dammi la saggezza di distinguere gli uni dagli altri”. Anche nel caso della politica estera si amerebbe sapere come stanno effettivamente le cose: in realtà si brancola nel buio dell’incertezza più spesso di quanto non si creda. Proprio per questo la storia è costellata d’errori che, visti col senno di poi, sembrano enormi. Ma se ne stupisce chi non ha studiato abbastanza storia. L’osservazione della realtà spinge a a condividere il detto di Shakespeare per il quale la vita è “a tale told by an idiot, full of sound and fury, signifying nothing”, un racconto narrato da un idiota, pieno di furia e di rumore, che non significa nulla.

 

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

 

3 gennaio 2012

02/01/2012

MONTI E LA SCROFOLA

Se Berlusconi fosse improvvisamente morto, avremmo assistito al contraddittorio festival nazionale dell’ipocrisia – de mortuis nil nisi bonum, dei morti non si può dire che bene – in moderato contrasto con l’abituale manifestazione di odio. Invece il Cavaliere ha realizzato un ircocervo politico: non è stato battuto ma non è più a Palazzo Chigi; è importante ma non è responsabile dei guai nazionali; è assente ma è presente e può dare tempo agli altri di arrivare squalificati alle prossime elezioni, magari salvando dall’annegamento un Pdl afferrato per i capelli.

Fino a qualche mese fa, si diceva: 1) Berlusconi e il Pdl hanno fatto il loro tempo e devono essere messi da parte. Che è un po’ come se le volpi dicessero che bisogna togliere la licenza ai cacciatori; 2) il Pd e la sinistra non sono pronti per le elezioni anticipate che comunque sarebbero una catastrofe. Anche se Monti, in un noto articolo sul Corriere della Sera, lodava Zapatero per averle convocate e accusava Berlusconi di non averlo fatto. Dunque 3) l’unica soluzione possibile era quella di un qualunque “governo senza Berlusconi”.

Improvvisamente ciò è divenuto realtà ed ecco che i protagonisti si trovano obbligati a recitare la commedia da loro stessi scritta. Il Pd è costretto a sostenere tutte le misure più impopolari che, con Berlusconi al governo, la sua base e i sindacati avrebbero contrastato in ogni forma, violenza inclusa. Il Pdl recita la parte di Ponzio Pilato: “Avete voluto guidare l’autobus e noi non metteremo la mano sul volante, ma non accusateci se la strada è sbagliata”. L’Udc agita il turibolo da mane a sera, a rischio di slogarsi il braccio. L’Idv spara stupidaggini all’aceto, nella speranza di guadagnarci qualcosa, e non diversamente si comporta la Lega. Ma la cosa più divertente è il rapporto dei media con Mario Monti.

Finché c’è stato Berlusconi la regola è stata semplice: bisognava dir male di lui qualunque cosa facesse o dicesse, nella maniera più appassionata e aggressiva: approfittando di un lapsus, di una barzelletta, di una bandana intorno alla fronte o di qualunque altra cosa. La gara a chi fosse più critico e più violento non conosceva soste. Era una guerra di religione. Ora il Paese si sente senza bussola. E di che si parla, se non si attacca Berlusconi? E chi si condannerà per i guai della nazione? E come potremo lamentarci del governo, se è quello che abbiamo voluto? Una taciuta tragedia.

La temperie nazionale è del tutto cambiata. Se prima bisognava criticare ad ogni costo, ora bisogna dir bene di Monti ad ogni costo. No, non è mortalmente noioso, è serio. No, non sta massacrando il Paese con le tasse, sta adottando misure dolorose ma necessarie. D’accordo, non ha detto niente rispetto al rilancio dell’economia, ma dategli tempo. Insomma se per Berlusconi, ad andar bene, lo schema era “ha fatto questo di positivo, ma”, per Monti lo schema è: “può aver fatto qualcosa di sbagliato, ma”. Ed è notevole che a questo andazzo si siano accodati non solo i partiti, ma anche radio, televisioni e giornali, oggi compunti e rispettosi come chierichetti che sfilano dietro l’ostensorio. È il conformismo classico delle dittature, solo che da noi è volontario.

Tutti sono estremamente vogliosi di annunciare al mondo i benefici effetti del cambiamento. L’economia precipitava, con Berlusconi? E ora si vorrebbe dire che con Monti si assiste ad una ripresa spettacolare. Solo che la ripresa non c’è. Si suonano le campane se un giorno qualcosa in Borsa va meno male del previsto, ma poi non si sa come nascondere il fatto che il differenziale di rendimento dei nostri Btp con gli analoghi titoli tedeschi è aumentato. E tutto il resto in questa chiave. Si saranno comportati così i malati di scrofola che nel Rinascimento ottenevano di essere toccati dal re. Dopo un simile taumaturgico onore, chissà con quanta ansia avranno spiato ogni segno di miglioramento, essendo pronti a dichiarare tale anche solo le proprie sensazioni. Quando ci si aspetta un notevole beneficio da una pratica terapeutica il risultato è tanto più probabile quanto più è opinabile. L’effetto placebo, massimo nei malanni psicologici, è nullo in quelli drammaticamente concreti. E infatti l’omeopatia non promette di guarire le patologie chirurgiche.

La situazione italiana è proprio da chirurgia. Non serve a niente dir bene o dir male di qualcuno. Bisogna guardare in faccia la realtà e cercare di salvarci, senza illusioni, né positive né negative. Evitando sia i fuochi d’artificio che la noia cimiteriale. O Monti è capace di adottare i provvedimenti necessari al rilancio, parlando di meno e agendo di più, o siamo caduti dalla padella nella brace.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

2 gennaio 2012

 

01/01/2012

UNA FACILE SOLUZIONE DELLA CRISI ITALIANA

La Stampa ci informa(1) che gli italiani, nel 2011, hanno speso 76,5 miliardi di euro, in media più di 1.200 a persona, per lotterie, gratta e vinci e scommesse. Con un aumento di circa 250 euro a persona rispetto all’anno precedente. Il Paese è in recessione e si ha meno denaro, ma si spende di più per tentare la fortuna. Secondo la giornalista, ciò indica che “milioni di italiani ripongano maggiore fiducia nella fortuna come mezzo per risollevare le proprie sorti piuttosto che nelle loro capacità o in quelle dei loro governanti”. Indubbiamente c’è del vero, in questa spiegazione, ma non è la sola.

In primo luogo, è stupefacente che si possa sperare nei governanti per risollevare le proprie sorti. Questa è un’idea assurda. Tutto ciò che i governanti possono fare per la prosperità dei cittadini è “non fare nulla che gli impedisca di essere prosperi”. Lo Stato non ha il dovere, e neanche la possibilità, di offrire ai cittadini la ricchezza in confezione regalo; al contrario, dovendo fornire dei servizi essenziali, sarà sempre lui a chiedere ai cittadini una parte della loro ricchezza. 

Da noi invece i cittadini hanno la speranza di riuscire a tassare lo Stato: con un posto nell’Amministrazione pubblica (uno stipendio in cambio di poco, a volte in cambio di niente); una pensione solo perché poveri, vecchi o malati; un sussidio di disoccupazione e cure mediche perfette, per tutti e gratuite. Questo atteggiamento demenziale è stato incoraggiato dai politici che, contraendo debiti per un totale di 1.900 miliardi di euro (come non cessano di ricordarci i mercati finanziari) hanno fatto contenti i cittadini ed hanno alimentato per decenni questa mentalità deviata.

Uno Stato ben ordinato fornisce i servizi essenziali e solo quelli; li amministra in modo razionale, evitando accuratamente gli sperperi e mantiene bassa la pressione fiscale, in modo da incoraggiare le attività economiche. Ecco il modo in cui può “risollevare le sorti” dei cittadini. Non tanto facendo qualcosa per loro, dunque, quanto mantenendo un basso profilo e pesando poco. Tutto l’opposto di ciò che è avvenuto ed avviene in Italia.

Questo stato di cose, durato troppo a lungo, ha sregolato i cervelli. Lo sganciamento del denaro dal lavoro ha indotto molte persone a credere che si può ottenerne un po’ col lavoro, ma il grande denaro si consegue – oltre che con la corruzione - essendo grandi calciatori, grandi cantanti, grandi attori o partecipando a giochi in televisione. Ma una constatazione si impone subito: non tutti sono bravi a calciare una palla, incantare una platea o risolvere un quiz. Molti, poverini, non hanno neanche la possibilità di farsi corrompere e l’unica possibilità che rimane, per arricchirsi senza sforzo e senza merito, è la lotteria. Poco importa che i competenti avvertano che il gioco è scorretto. Che il mazziere bara. Che l’unico che vince è costantemente il banco. Quanto più le cose vanno male, tanto più ci si rivolge al caso benevolo. Perché benessere e malessere dipendono dalla fortuna più o meno grande che si ha. E allora bisogna tenerle la porta aperta.

Questa mentalità ha riflessi negativi anche in politica. Se i cittadini perdono il contatto con la piatta aritmetica economica, se abbandonano la realtà in favore del sogno, divengono i bersagli ideali della demagogia. Solo un Paese di analfabeti economici può sognare di uscire dalla miseria andando ad impadronirsi dei beni dei “ricchi”: e tuttavia proprio questo promettono alcuni partiti. Solo un Paese di analfabeti economici poteva credere che fosse “generoso e sociale”, e non “demente e criminale”, uno Stato che creava il nostro colossale debito pubblico. E solo un popolo poco intelligente poteva considerare uno iettatore chi, in quegli anni lontani, avvertiva del pericolo.

Ora siamo al dramma, e non sappiamo se e come ne usciremo. E qual è la soluzione? Vincere all’Enalotto.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

1 gennaio 2012

 (1)http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9593&ID_sezione=29

 

31/12/2011

31 DICEMBRE 1989-2011

Nel 1989 ho avuto il computer ma non conoscevo (o non c’era) Internet e io scrivevo solo per me stesso. E tuttavia, questo testo è utile per comprendere che non solo non siamo in grado di prevedere il futuro (cosa che molti cercano inutilmente di negare) ma non siamo nemmeno in grado di capire un  presente la cui interpretazione è più ardua di quanto non si pensi.

Gianni Pardo

31 dicembre 1989

L'anno che si conclude ispira riassunti dei principali avveni­menti e i giornali pubblicano inserti e commenti d’ogni tipo. È normale. Quello che pare meno normale è la sensazione che tutti capi­scano tutto. I giornalisti, poi, hanno capito tanto bene da poter spiegare agli altri quanto è successo e in parte cosa succederà. Tutto questo lascia scettici e un po’ divertiti.

Molti anni fa un quotidiano pubblicò copie delle prime pagine dei giornali di decenni prima, in particolare dei giorni in cui veniva data una grande notizia. La cosa stupefacente, leggendo quelle colonne, era vedere quanto poco sapessero, sul momento, di quanto avvenuto; le notizie vere erano intrecciate con le false, erano annegate in un mare di parole e di “si dice”. Soprattutto erano condi­te con considerazioni marginali che tanti anni dopo sembravano perfettamente inutili. La morale da trarre da questa esperienza era che probabilmente anche i giornali attuali sanno ben poco del presente e nulla del futuro.

Questo 1989 ha portato tali e tanti avvenimenti quanti non se ne erano verificati dal 1945. D'accordo, è vero. Ma quali sono stati questi avvenimenti? La domanda è meno sciocca di quanto non sembri. Se il futuro dovesse riservarci la fine dell'impero russo, la frammentazione dell'Unione Sovietica nei singoli popoli che la compongono e un riassetto del mondo libero e felice, tutti direb­bero che la pressione storica dell'infelicità di milioni di uomini ha vinto sulla tirannide e il 1989 è stato l'anno d'ini­zio di questa nuova età dell'oro. Se invece Gorbaciov venisse ucciso e un nuovo Stalin nel giro di qualche mese riconquistasse con le armi il Kremlino, tutti direbbero che Gorbaciov era un pazzo, che non si può liquidare in quattro e quattr'otto un impero costruito con secoli di impegno e a costo di inenarrabili sofferenze, da Ivan il Terribile in poi. Il Neostalin è certo un uomo cattivo ma non si parla forse, in francese, di égoïsme sacré? Gli inglesi non dicono forse right or wrong,  my country? Sta facendo uno sporco lavoro ma dal punto di vista imperiale sta facendo un lavoro che andava fatto. 

E poi ci spiegherebbero che abbiamo fatto male ad illuderci. Loro lo avevano previsto, che poteva andare così. Quale persona sana di mente avrebbe potuto fare quanto ha fatto Gorbaciov? Quale uomo ragionevole avrebbe potuto appoggiar­lo, in patria? Quando mai si è visto un impero che si autoaffon­da e rinuncia alla cintura di sicurezza di vassalli domati e sottomessi? 

Noi non sappiamo se il 1989 è stato l'alba di una nuova era o il momento in cui si è accumulato l'idrogeno da far poi incendia­re con un semplice cerino. Tutti coloro che si sono lanciati a testa bassa nelle riforme, coloro che si sono sgolati a gridare abbasso il comunismo e via i Russi, sono coloro che domani comanderanno nei loro paesi, o coloro che per primi saranno mandati nei Gulag? Non lo sappiamo. E se non sappiamo questo, non sappiamo nulla. 

Nel 1810 chi avrebbe potuto prevedere la Restaurazione? La campagna di Russia era l'alba dell'unificazione europea sotto la Francia o il passo falso che avrebbe distrutto Napoleone? La risposta la dette la Beresina, ma quando la campagna cominciò, chi poteva prevederla? 

Il 1989 rappresenta l'inizio di qualcosa, ma non sappiamo di cosa. 

È stupido parlare d’irreversibilità del vecchio. Per anni l'Unione Sovietica è stata più immobile e inerte di una montagna, senza neanche la traccia di un Encelado sotto. Ma ecco che, come già secoli fa si pose il problema della sopravvivenza di Roma, ora ci poniamo il problema della sopravvivenza di questo impero.

È altrettanto stupido parlare d’irreversibilità del nuovo: nulla esclude un colpo di coda dell'Unione Sovietica. E si ve­drebbe molto presto che i paesi occidentali non sono affatto disposti a scatenare una guerra nucleare per impedire ai carri armati russi di rientrare a Berlino Est, Praga, Varsavia. 

Chi ha sognato di veder morire il comunismo dovrà aspettare. Chi ha creduto di veder rinascere democrazie ad est dovrà aspet­tare. Chi ha creduto che Gorbaciov non che essere l'affossatore dell'impero russo è colui che l'ha ricostruito sulle uniche basi sulle quali potesse sopravvivere, dovrà aspettare. E chiunque fosse convinto che bisognerà comunque vedere cosa egli farà fra qualche anno, dovrebbe anche mettere in conto la sua possibile morte per infarto o per altra causa.

Insomma, nel 1989 sono successe molte cose, ma siamo come persone che hanno sentito forti rumori nell'altra stanza, senza poterci andare. Certo, è successo qualcosa: sono arrivati gli amici che aspettavamo? Sono entrati i ladri? I bambini hanno combinato un guaio?

Ovviamente, gli avvenimenti di cui abbiamo notizia sono tutt'altro che tristi, per noi. Ci consentono di sperare che essi siano l'alba di un mondo migliore, piuttosto che il sintomo di un peggioramento. Se non dicessimo questo, dovremmo sospendere il giudizio tanto sugli avvenimenti che rendono la gente felice quanto su quelli che rendono la gente infelice. Ma per quanto riguarda la storia no: non sappiamo cosa è successo. Speriamo sia successo qualcosa di bello e speriamo di vivere abbastanza a lungo per esserne sicuri.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

31 dicembre 2011

 

30/12/2011

L'IRAN INSISTE NELLE SMARGIASSATE

Il Corriere della Sera riporta questa notizia: 

“ L'Iran ha annunciato che lancerà missili di lungo raggio sabato durante un'esercitazione navale nel Golfo. Lo scrive l'agenzia semiufficiale Fars. ‘La marina iraniana effettuerà test su diversi tipi di missili, compresi quelli a lungo raggio, nel Golfo Persico’, ha detto il comandante della Marina Mahmud Mussavi ”.

Le esercitazioni sono normalmente prove pratiche per verificare che le truppe, i marinai, gli aviatori abbiano ben compreso il loro compito in caso di conflitto. Ma quando le esercitazioni hanno luogo in particolari momenti – per esempio a ridosso di una frontiera contesa o, come oggi, in un tratto di mare che potrebbe essere lo scenario di uno scontro – assumono il significato se non di una minaccia, di un preciso avvertimento: “Sappi che all’occasione sono capace di fare questo e questo”. 

Tuttavia, nel caso specifico, la mossa iraniana fa pensare ad un intento di propaganda a fini interni. Dal momento che in campo missilistico, e comunque dell’alta tecnologia, gli Stati Uniti sono al sommo della catena, è estremamente improbabile che un lancio di missili, a corto o lungo raggio, possa fare loro la minima impressione. E ancor meno probabile è che li intimidisca. Sicché è ragionevole pensare che Ahmadihejad voglia soltanto far credere agli iraniani che il suo governo non teme nessuno ed è addirittura pronto a passare all’attacco: mentre in realtà sa benissimo come stanno le cose e sa che gli Stati Uniti, per far conoscere la loro forza sul mare, non hanno bisogno di andare a fare delle esercitazioni sotto il naso di nessuno. Dunque la notizia non ha importanza: è solo un po’ di propaganda.

Ma l’imprevisto è una delle componenti costanti della storia. Helmuth von Moltke diceva: “Preparate tutti gli scenari alternativi nei minimi particolari. Sappiate però che dovrete combattere in quello a cui non avete pensato”. Dunque gli iraniani faranno bene a sparare i loro missili quanto più lontano è possibile dalle navi americane. Perché se per disgrazia uno di loro colpisse un’unità statunitense, probabilmente della flotta iraniana non rimarrebbe a galla neppure una nave. Gli americani potrebbero affermare (in buona o in malafede) che l’annuncio dell’esercitazione era servito solo per evitare di metterli sulla difensiva mentre in realtà Tehran aveva l’intenzione di provocare uno scontro navale, e ne potrebbero approfittare per infliggere a Tehran una lezione che non rischierebbe di dimenticare facilmente. Avrebbero solo il problema di dimostrare che la loro flotta è stata aggredita e non ha preso l’iniziativa. Cosa per la quale potrebbe essere utile la documentazione fornita dai satelliti, soprattutto in una zona in cui la probabilità di nuvole è molto bassa.

È una delle caratteristiche dei governi “forti” e ideologicamente molto motivati quella di incorrere in un fatale errore prospettico: quello di credere che le panzane che si raccontano al popolo si trasformino in verità. Ma nel caso di Ahmadinejad è probabile che, pur essendo molto antipatico, non sia uno stupido: dunque eviterà accuratamente di provocare la reazione americana. Salvo errori od omissioni sparerà il suo mortaretto e domenica nessuno ne parlerà più.  Il problema, come si sa, sarebbero le mine, se le disseminassero: allora sì saremmo alla guerra. I missili navali sono l’ultima delle preoccupazioni americane.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

30 dicembre 2011

ABOLIRE LA MISERIA

Abolire la miseria: ecco ciò che sognano molti, e non solo idealisti ingenui. Ernesto Rossi vi ha addirittura dedicato un libro. Bisogna dunque chiedersi che cosa essa sia, e se sia possibile abolirla.

La miseria è l’opposto della ricchezza e la ricchezza può essere definita come lo stato economico di chi (1) ha più beni di quanti ne abbia bisogno (2) e più di quanti ne abbia la media. Come si vede c’è un dato assoluto (il bisogno) e un dato relativo (quello che hanno gli altri). Analogamente la povertà sarà dunque lo stato economico di chi abbia meno beni di quanti ne necessiti o meno beni della media.

Ma se è così la povertà in termini assoluti è un concetto contraddittorio. Infatti, se si ha meno del necessario si muore. E non si sarà poveri ma cadaveri. Se invece la miseria e la ricchezza sono termini relativi l’uno all’altro, l’unica possibilità di abolizione è che tutti abbiano esattamente lo stesso reddito: in modo che non ci sia né chi ha di più né chi ha di meno. È possibile, questo?

La prima ed ovvia osservazione è che gli animali sociali, galline incluse, creano una gerarchia. L’individuo alfa gode di privilegi e infatti sulla Terra non c’è mai stata una società in cui tutti avessero esattamente lo stesso reddito. Ma si può andare oltre, osservando che gli esseri umani sono tutti diversi e già questo crea una diversa situazione economica. Un uomo alto riuscirà a strappare dall’albero dei frutti che per l’uomo basso sono fuori portata; un uomo intelligente ricaverà più vantaggi con meno sforzo; perfino nelle carceri, dove tutti i detenuti sono forzatamente nella medesima condizione,  si creano delle gerarchie. 

Di abolire i vari livelli di reddito è dunque inutile parlare. Scendendo tuttavia sul piano della politica ci si può chiedere: si può fare qualcosa, si deve fare qualcosa contro le eccessive differenze di reddito? È giusto che un cittadino riesca appena a non morire e un altro debba avere un reddito che è cento, duecento volte più alto?

La prima cosa da fare è sollevare dubbi sulla stessa validità della domanda. È giusto che i leoni mangino le zebre, è giusto che l’uomo bello abbia più possibilità di accoppiamenti dell’uomo brutto, è giusto che l’uomo alto raccolga più frutti dell’uomo basso? Insomma, è sicuro che sia un problema di giustizia?

Anche ad ammettere che la questione sia posta su questo piano, che cioè per il povero non sia giusto che qualcuno guadagni duecento volte più di lui, gli si può sempre obiettare: che cosa rispondi al fatto che questo qualcuno lo reputa giusto? È la sua opinione contro la tua. E se la sua è interessata, anche la tua lo è.

Si arriva così al punto centrale. La povertà non può essere abolita. Tuttavia le differenze sociali, anche se fosse riconosciuto che dipendono dalla natura, sono difficilmente tollerate in una democrazia: in essa comandano i più, e poiché i poveri sono in maggioranza, le leggi saranno in loro favore. E si va dalla progressività delle imposte fino all’esproprio senza indennizzo. 

Qui si fa un discorso esclusivamente economico. Non si discuterà dunque delle violazioni del diritto di proprietà e della moralità dei provvedimenti contro il “ricco”: importa solo valutare l’utilità sociale di questa mentalità. 

Volendo fare il bene della collettività non bisogna spogliare di tutto gli abbienti perché così facendo (si è visto) si impoveriscono tutti, inclusi i poveri. Dunque la buona regola, per lottare al massimo contro la povertà, è adottare quelle norme che consentano il massimo reddito a ricchi e poveri. Se, per aiutare i poveri si aumenta la pressione fiscale e il pil cala, si è sbagliata politica. Se invece continua ad aumentare, è segno che si sta operando bene. In sintesi, la prosperità è a favore di tutti, anche dei poveri, la recessione è svantaggiosa per tutti, e in primo luogo per i poveri che hanno meno consumi da tagliare.

A chi va troppo lontano, con i sogni, si può rispondere che la povertà relativa non può essere abolita. Inoltre la lotta contro di essa va condotta ricordando l’aureo principio di scienza delle finanze secondo cui se si vuole la lana la pecora va tosata, non sgozzata.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

30 dicembre 2011

 

29/12/2011

KRUGMAN (CON COMMENTO) SUL DEBITO PUBBLICO

QUALCHE IDEA IN PIÙ SUL DEBITO PUBBLICO

Di Paul Krugman(1)

Permettetemi di offrirvi un esperimento intellettuale che potrebbe aiutare a chiarire alcune cose.

Supponiamo che per qualche ragione la nazione finisca con l’essere temporaneamente governata da un tale che il potere ha reso folle, e che costui decreti che ogni cittadino riceverà un bel po’ di titoli di Stato freschi di stampa, per un totale che corrisponde al 500% del prodotto interno lordo.

Il governo sarà profondamente indebitato, ma la nazione non sarà affatto divenuta più povera: la gente, in quanto composta da contribuenti, ora è debitrice del 500% del pil, ma la stessa gente, in quanto composta da investitori, possiede nuove attività finanziarie corrispondenti al 500% del pil. È solo un giro contabile.

E allora, dov’è il problema? Il fatto è che per pagare gli interessi su quel debito il governo dovrà ottenere da tasse e imposte un gettito molto maggiore. E questa è una nuova partita di giro: al gettito in più corrisponde il reddito in più che la gente riceve in quanto detentrice di titoli. Ma le aliquote delle imposte dovrebbero aumentare di molto e poiché nel mondo reale non esistono tasse  indifferenziate, questo significa che le aliquote marginali delle imposte dovrebbero anch’esse aumentare notevolmente.

Non è necessario essere politicamente di destra per riconoscere che inevitabilmente aliquote marginali altissime agiscono come un disincentivo per l’attività produttiva. Sicché il pil reale potrebbe calare parecchio.

È questo che intendo quando dico che il fardello del debito pubblico riguarda gli incentivi, non la necessità di consegnare risorse ad altre persone.

Il debito privato, del resto, crea un diverso genere di problema: di nuovo, esso non ci rende più poveri, direttamente, ma aumenta la nostra vulnerabilità macroeconomica.

Il punto fondamentale è che l’analogia con una famiglia troppo indebitata è del tutto sbagliato. E purtroppo questa sciocca analogia domina le opinioni del nostro Paese.

Paul Krugman, trad. di Gianni Pardo

(1)http://krugman.blogs.nytimes.com/2011/12/28/more-on-the-burden-of-debt/?emc=eta1

 

COMMENTO ITALIANO

La tesi di Krugman, incontestabile in sé, non sembra valida per l’Italia. Salvo errori, i nostri titoli pagano il 12,5% di tassa sull’interesse riscosso, indipendentemente dalla quantità di titoli posseduti. Dunque, in percentuale, non c’è differenza di prelievo fiscale su diecimila o cinquecentomila euro di titoli. Per conseguenza, se questi dati sono esatti, in Italia il debito pubblico non ha un particolare effetto disincentivante sull’attività produttiva.

Poi va osservato che quel “wash”, quella partita di giro di cui parla l’editorialista americano, è valido solo considerando i possessori di titoli nel loro insieme. Allora sì, i cittadini da un lato pagherebbero, dall’altro incasserebbero. Ma in realtà non tutti possiedono titoli: dunque, mentre lo Stato restituisce ai possessori una parte delle imposte da loro pagate, non restituisce nulla a coloro che nulla possiedono: e qualcuno potrebbe essere infastidito vedendo che dal punto di vista fiscale si tratta meglio chi ha di più che chi ha di meno. Anche se la cosa corrisponde a una giusta remunerazione del risparmio. 

Inoltre, e forse questo è più importante, se quei titoli non esistessero, il denaro sarebbe costretto a prendere altre strade: in particolare investimenti in azioni ed obbligazioni, favorendo così l’attività produttiva. Mentre oggi la Borsa e le banche devono fare i conti con un temibile concorrente: lo Stato.

Anche considerando i cittadini italiani nel loro complesso, l’ipotesi della partita di giro risulta tuttavia ottimistica. Infatti i nostri titoli sono detenuti all’incirca per metà da noi e per metà da stranieri. E lo Stato paga interessi a tutti senza ricavarne nulla. Neppure quel 12,5% di cui si diceva. Infatti gli acquirenti badano solo al rendimento netto e acquistano solo se è concorrenziale con altri titoli. Per giunta, se ci sono preoccupazioni per la solvibilità del Paese, come in questo momento, si può arrivare a rendimenti assurdi del 7%.

E non è tutto. Se dal denaro preso a prestito lo Stato ricavasse un rendimento del 4%, farebbe un affare se riuscisse a collocare i titoli al 3%: perché ne ricaverebbe ancora un 1%. Di fatto invece esso è del tutto improduttivo e l’erario non ne ricava assolutamente niente: l’ha speso e basta. Se paga una media del 5,26% di interessi (e in questo momento rischia di dover pagare di più), sono cento miliardi che i contribuenti devono cavar fuori di tasca, ogni anno, per poi farne rientrare metà nelle tasche dei meno poveri e delle banche, e fare dell’altra metà un gentile omaggio agli stranieri.

Il nostro debito pubblico non ha un effetto disincentivante ma mortificante e castrante. È un salasso costante e mortale del quale dobbiamo ringraziare la Dc, il Pci e, in generale, i “progressisti”. La Dc, come dimenticarlo?, era “un partito di centro che guardava a sinistra”. Soprattutto all’epoca del consociativismo.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

29 dicembre 2011

 

28/12/2011

MINACCE DI GUERRA FRA USA E IRAN

L’Iran ha minacciato la chiusura dello Stretto di Ormuz - quel collo di bottiglia che chiude il Golfo Arabico - se ci saranno ulteriori sanzioni sul petrolio(1). L’America ha risposto a stretto giro di posta: “Ogni impedimento alla navigazione nello stretto di Hormuz non sarà tollerato”. “Chiunque minacci di interrompere la libertà di navigazione in uno stretto internazionale è chiaramente fuori dalla comunità della nazioni”: e questa dichiarazione è una minaccia di guerra. Del resto conseguenza di un classico casus belli com’è la chiusura di uno stretto.

Vale la pena di ricordare che proprio così cominciò la famosa Guerra dei Sei Giorni. Nel 1967 Nasser era intenzionato ad attaccare Israele e per questo motivo chiese agli osservatori dell’Onu di lasciare la regione. Poi dichiarò la chiusura degli Stretti di Tiran, in modo da impedire il passaggio delle navi israeliane dirette a o provenienti da Eilat (golfo di Aqaba) e aspettò la prima mossa di Israele: forse per poterla accusare di avere dato inizio alle ostilità. Ciò facendo commise però un errore, perché la prima mossa di Israele fu quella di distruggere a terra l’intera aviazione egiziana, assicurandosi il dominio dell’aria. Inoltre, almeno per i competenti, la chiusura di uno stretto è già un atto di guerra e dunque fu l’Egitto che attaccò Israele, non Israele che attaccò l’Egitto. 

Lo stesso si ripete oggi, almeno come minaccia, ed ecco che gli Stati Uniti sono assolutamente disposti a reagire: che poi lo facciano o no, dipenderà dai loro calcoli. Ma certo non gli mancherebbe la scusa giuridica.

Purtroppo il problema è tecnicamente complicato dal fatto che l’Iran è un grande Paese ed è dunque impensabile una sua invasione via terra: sia per le difficoltà obiettive, sia per i costi, sia perché gli Stati Uniti – gli unici a potersi permettere d’ipotizzarla – non vi hanno un reale interesse. Dunque, ammesso che la minaccia abbia degli sviluppi, tutto dovrebbe rimanere limitato allo Stretto di Ormuz.

Al riguardo bisogna vedere chi è danneggiato dalla chiusura della via d’acqua, che cosa può fare l’Iran per chiuderla, che cosa possono fare gli Stati Uniti e i loro eventuali alleati per mantenerla aperta.

Lo scambio di merci è importante sia per il venditore sia per il compratore. Per l’Iraq, il Kuwait, e tutti gli Stati esportatori del Golfo sarebbe un gravissimo danno non poter fare transitare il loro petrolio attraverso quello stretto. Analogo gravissimo danno subirebbero i compratori: diminuendo improvvisamente l’offerta, aumenterebbe drammaticamente il prezzo del greggio. Dunque gli Stati Uniti potrebbero essere sostenuti, nella loro azione, dai Paesi rivieraschi del Golfo e dalle grandi potenze che consumano petrolio: ma quanto efficacemente sarebbe da vedersi.

Anche l’Iran potrebbe avere qualche difficoltà, per chiudere lo stretto. Non può schierare le proprie navi perché la V Flotta americana ne farebbe un solo boccone: nella guerra guerreggiata Washington è ancora un gigante. Ma Tehran può agire in modo più subdolo, minando lo stretto. Per far questo basta qualche peschereccio. Naturalmente – sempre che fossero avvertiti in tempo – gli Stati Uniti potrebbero dichiarare qualcosa di analogo alla no fly zone, cioè avvertire che qualunque natante non identificato sarà affondato, ma rimarrebbero parecchi problemi. Il primo – importantissimo e forse insolubile – sarebbe quello di non far sfuggire al controllo neanche una barca; poi ci sarebbe l’affondamento, fatale, di qualche vero, incolpevole peschereccio; infine gli americani starebbero impedendo un casus belli... mettendone in atto uno loro.

Per giunta, se solo l’Iran riuscisse a piazzare al posto giusto qualche mina, e se una di esse riuscisse ad affondare una petroliera, praticamente nessun armatore si sentirebbe più di rischiare la propria nave, prima di un lungo ed accurato sminamento delle acque. Lo scopo dell’Iran sarebbe raggiunto, ma per Tehran potrebbe essere un successo fatale: l’Occidente, seriamente danneggiato, e avendo come sempre il dominio dell’aria, potrebbe reagire con durezza. Non invaderebbe l’Iran ma potrebbe infliggere qualche dolorosa lezione. 

Speriamo di non dover assistere a nulla di tutto questo.

L’Iran non ha molto da temere, per quanto riguarda l’onorabilità internazionale, perché è già considerato un “rogue state” (stato canaglia). E Ahmadinejad, come tutti i capi di nazioni aggressive, considera di avere dal suo lato il vantaggio della mancanza di scrupoli. Tuttavia la storia dovrebbe consigliargli di stare attento: la maggior parte di coloro che l’hanno preceduto su questo sentiero non hanno fatto una bella fine.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

28 dicembre 2011

(1)http://www.corriere.it/esteri/11_dicembre_28/teheran-usa-hormuz_ae7f43cc-3167-11e1-b43c-7e9ccdb19a32_print.html

 

UN MONUMENTO ALLA CARLUCCI

La notizia è semplice e secca: l’interesse che l’Italia deve pagare per indurre i mercati a comprare i Btp è oggi salito intorno al 7,5%, oltre cinque punti in più (spread) di ciò che rendono gli analoghi titoli tedeschi. Ogni punto in più di interesse che si deve pagare sul debito pubblico (1.900 miliardi) costa all’Italia, cioè al contribuente italiano, diciannove miliardi di euro. E se prima i Btp rendevano meno del 5% (totale degli interessi 95 mld), confermandosi l’aumento di due punti e mezzo noi italiani dovremo pagare oltre quarantasette miliardi di interesse in più l’anno (totale di 142 mld). Sono cifre spaventose. Giustamente, non molto tempo fa, quando quella differenza arrivò ai livelli attuali, suonarono le sirene e le campane di tutte le chiese. Il Paese affondava, bisognava mandar via Silvio Berlusconi e affidarsi a governanti onesti e competenti. 

Ora a Palazzo Chigi c’è Mario Monti e si potrebbe chiedere: “Se ci fosse ancora Berlusconi, c’è qualcuno che non gli darebbe la colpa della situazione attuale? Se c’è, alzi la mano: è giusto che lo si curi”.

Insomma il Cavaliere l’ha scampata bella. Chissà se si è dimesso perché convinto che non avrebbe superato il prossimo voto di fiducia, per la delusione di essersi visto tradire da chi aveva beneficato – un nome per tutti, Gabriella Carlucci – o infine perché, cosciente del fatto che il Paese gli dava la colpa di tutto, ha pensato che l’unico modo di dimostrare la falsità dell’assunto era passare la mano. Se è vera l’ultima ipotesi, l’uomo di Arcore avrà dimostrato una lungimiranza e un fiuto degni di Talleyrand. Se invece tutto è stato determinato dal caso o, per dire, dal cambio di casacca di una donna di spettacolo come la Carlucci, bisognerebbe elevarle un monumento in piazza, per la chiarificazione che il suo gesto ha provocato.

Oggi abbiamo alcuni dati sicuri. La crisi non era dovuta a Berlusconi ma al debito pubblico. Dal momento che questo debito c’era già da anni, più o meno delle stesse dimensioni, deve anche essere successo qualcosa: e questo qualcosa potrebbe essere la crisi dell’euro, denunciata dal problema greco. 

Per quanto riguarda i rimedi, sappiamo che le dimissioni di Berlusconi non sono servite. Né è servito il voto di fiducia al governo Monti. E infine, quel ch’è peggio, non è servita a niente la famosa “manovra”: ché anzi, essendo sbilanciata per l’85% dal lato delle nuove entrate, ha avuto effetti recessivi.

La recessione va spiegata. Ogni mese gli italiani spendono quello che guadagnano. Facciamo che dispongano del 56% delle utilità prodotte (il 44% va allo Stato sotto forma di imposte e tasse). Questo 56% fa girare l’intera economia nazionale. È con esso che gli italiani comprano da mangiare, pagano la casa, la benzina, i viaggi, i divertimenti, le cure mediche, tutto. Se si aumenta di un punto la pressione fiscale (e si passa dal 44 al 45%) gli italiani potranno spendere non più il 56% di ciò che guadagnano ma il 55%, cioè un cinquantaseiesimo in meno di prima: circa l’1,8% Ciò significa che cominceranno col tagliare le spese meno necessarie: i più abbienti andranno meno in vacanza, al cinema, al ristorante, compreranno meno pellicce e articoli di lusso, mentre i meno abbienti non cambieranno automobile, si contenteranno dei vestiti dell’anno prima ed eviteranno di andare in pizzeria. Tutto questo farà piacere a quelli che credono che mortificandosi si divenga più virtuosi, ma non farà piacere a tutti coloro che vivono offrendo quei beni e quei servizi. Fra l’altro costoro, guadagnando di meno, a loro volta spenderanno di meno. Sicché alla fine l’intera Italia produrrà meno di prima e lo stesso Stato incasserà meno: perché, se si vendono meno merci l’erario incassa meno Iva. Quando questo stato di cose si prolunga per qualche trimestre si parla di recessione.

La soluzione non è l’austerità. Bisognerebbe diminuire la pressione fiscale, a costo di aumentare il deficit e di far scoppiare l’euro (ma starebbe all’Europa impedirlo); bisognerebbe eliminare la maggior parte delle restrizioni del mercato del lavoro e delle locazioni; bisognerebbe fare in modo che gli italiani abbiano più voglia di intraprendere e più denaro da spendere. Chi si scandalizza all’idea di aumentare il debito pubblico per abbassare le tasse risponda a questa domanda: con l’aumento dello spread, non siamo forse costretti a “spendere” somme ben più grandi di quelle delle “manovre”? Se il debitore che si impoverisce è ogni giorno più incapace di restituire il prestito, non si potrebbe aiutarlo ad arricchirsi?

Naturalmente questi provvedimenti non saranno mai adottati. La Merkel è ferma a Weimar e i sindacati sono convinti che i problemi economici si risolvano con gli scioperi generali. 

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

28 dicembre 2011

Si accettano precisazioni e correzioni.

 

27/12/2011

IL SINDACALISTA A CAVALLO

I sindacati hanno favorito i lavoratori? Sembra una domanda stupida, dal momento che sono nati proprio per questo. Ed è vero che prima non c’erano i sindacati e i contadini e gli operai erano sfruttati come animali da soma, poi ci sono stati i sindacati e i lavoratori hanno avuto retribuzioni meno miserabili. Ma ciò non significa che i due fenomeni storici siano l’uno la causa dell’altro: una sequenza cronologica non è necessariamente una sequenza causale.

Galileo Galilei, nel formulare i principi del metodo scientifico, ha raccomandato lo scrupolo nell’identificazione delle cause. Se ogni mercoledì si è fatto un certo esperimento a caldo, e facendolo a freddo di giovedì non riesce, bisogna vedere se la causa dell’insuccesso sia la temperatura o il giorno della settimana. Bisogna ripetere l’esperimento a freddo di mercoledì e a caldo di giovedì. 

È vero che i sindacati hanno ottenuto patti migliori per i lavoratori: ma ci si può chiedere se la possibilità di concederli era sempre esistita - e ai lavoratori non erano stati concessi – oppure se, con o senza i sindacati, sono stati concessi quando è stato possibile concederli. I miglioramenti sono dovuti ai sindacati o al progresso economico?

Prendiamo l’orario di lavoro. Nell’economia primitiva la produttività è così bassa che si sopravvive lavorando da mane a sera. È stato così per millenni. Quando la produttività si è elevata, sono invece cambiate le condizioni oggettive: non è stato più necessario lavorare per dodici ore al giorno, perché in otto si produceva sufficiente ricchezza per far vivere il prestatore d’opera e rendere conveniente il pagamento del suo salario. La prima condizione per ottenere un orario di lavoro diverso non è stata il modo di chiederlo, ma il quantum di ricchezza prodotta in quel tempo. I sindacati non avrebbero “creato” le conquiste dei lavoratori ma si sarebbero semplicemente fatti interpreti delle mutate condizioni produttive. 

Che la condizione dei prestatori d’opera dipenda più dalla situazione economica che dall’ideologia si è visto anni fa in Giappone. A lungo i suoi operai sono stati presi in giro, in Italia, perché cantavano l’inno dell’impresa e non scioperavano mai. La leggenda li avrebbe voluti schiavi stupidi come formiche. In realtà il Paese cominciò a produrre ricchezza, arrivò ad essere la seconda economia del mondo  e i lavoratori divennero benestanti. È molto più importante produrre ricchezza che pensare a come distribuirla. Né diversamente vanno le cose nella Cina attuale. Qui i salari sono bassi, i sindacati non contano ma nessuno soffre la fame come ai tempi di Mao, i grattacieli sorgono come funghi, le automobili, un tempo una rarità, aumentano drammaticamente e il livello di vita è molto migliorato. 

La regola ha avuto conferme anche in Europa. I sindacati dei metalmeccanici tedeschi, pur di ottenere che alcune grandi imprese non spostassero la loro produzione all’estero, hanno accettato riduzioni di salario. In Italia gli operai della Fiat, checché dicessero i sindacati, hanno capito che o accettavano modelli produttivi diversi o perdevano il lavoro. Perché anche la Fiat avrebbe “delocalizzato”.

Le leggi dell’economia sono implacabili anche per quanto riguarda l’occupazione. Se i salari sono più alti di ciò che sarebbero in regime di libera contrattazione, chi ha un lavoro farà di tutto per non perderlo (si veda la venerazione per l’art.18 dello Statuto dei Lavoratori) e chi non l’ha non l’otterrà: perché il mercato può assorbire solo quei lavoratori che non si rischia di avere in soprannumero e che producono tanta ricchezza da compensare gli errori strutturali del modello produttivo. I lavoratori saranno così divisi in occupati, con vantaggi superiori a quelli che meritano, e sottoccupati o disoccupati, della cui disperazione nessuno si curerà. Tutto questo mentre prospera il mercato nero del lavoro, in  particolare quello degli immigrati.

Una libera economia è l’arma migliore per contrastare la disoccupazione e gli abusi a carico dei dipendenti. Se c’è lavoro, e un operaio è trattato male dall’imprenditore, andrà a lavorare da un altro. Se non c’è lavoro, sarà spesso assunto come precario, dovrà sempre chinare la testa e perfino firmare sottobanco patti contrari ai suoi diritti. La rigidità del mercato incrementa la disoccupazione invece di diminuirla.

Il lavoro è regolato dalle leggi della domanda e dell’offerta, come gli altri, e volendone turbare l’andamento naturale si distrugge ricchezza. L’unico prezzo giusto di qualunque bene o prestazione è quello determinato dall’autoregolazione economica, evitandone le distorsioni (per esempio con le leggi antitrust). Ecco perché un  Paese privo di risorse naturali, come la Svizzera, dei cui sindacati non si hanno notizie, è più prospero di un Paese come l’Italia, in cui ci sono dei sindacalisti, come Giorgio Cremaschi, che tendono ad assumere atteggiamenti da Bartolomeo Colleoni a cavallo. Per poi guidare le grandi masse verso la disoccupazione.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

27 dicembre 2011

 

26/12/2011

SOCRATE HA MERITATO LA CONDANNA A MORTE

Narrano le (incerte) cronache che quando Stalin si sentì male e cadde per terra, lì rimase. Perché i collaboratori più vicini non osarono toccarlo, nemmeno per metterlo a letto: tanto sconvolgente era il terrore che ispirava quell’uomo e tanto imprevedibili le sue reazioni, se si fosse ripreso. La Russia ha avuto un dittatore meno folle di Caligola che tuttavia ha battuto il romano per sistematica criminalità e dimensioni dei risultati ottenuti.

Finito l’incubo nel 1953, i sovietici sarebbero stati grati a chiunque li avesse fatti vivere in un mondo meno disumano. E infatti Nikita Khrushchev, pur non essendo né un gentiluomo né un intellettuale, fu un uomo che si poteva avvicinare e trattare normalmente. La sua non fu soltanto una “destalinizzazione” ma il ritorno a una realtà non criminale. Nella sua logica imperiale Khrushchev era privo di scrupoli e brutale, come si vide a Budapest nel 1956, ma non aveva i connotati della follia omicida e c’era da essergli grati: infatti i russi questa gratitudine gliela dimostrarono rimuovendolo dal potere e permettendogli tuttavia di morire nel suo letto.

Se pure seguendo un percorso lungo e tortuoso, la Russia è passata dall’autocrazia zarista all’attuale democrazia, tanto che si è votato ancora recentemente. Ma ora i moscoviti sono scesi in piazza, a decine di migliaia, forse a centinaia di migliaia, protestando  per gli asseriti brogli elettorali. Un popolo che per decenni non ha osato fiatare, che avrebbe reputato un’ipotesi lunare la possibilità di esprimere un pensiero libero e ancor più inverosimile l’idea di votare liberamente, ora si preoccupa dell’assoluta regolarità della consultazione elettorale. Un po’ come se i rematori della galera, invitati ad un pranzo di gala, si fossero lamentati del fatto che il cameriere li serviva da destra invece che da sinistra.

È divertente notare come i nostri intellettuali, che non compiansero mai i russi sotto Stalin e anzi sposarono con entusiasmo la propaganda del regime, oggi affettino di disprezzare Putin e gli chiedano di andar via, anche se ha vinto le elezioni. Ciò può condurre alla sconsolata conclusione che i governati sono scontenti soprattutto quando hanno la libertà di informazione e di espressione. Se si governa male e brutalmente, i sudditi sono scontenti ma non osano dirlo e alcuni si lasciano perfino ingannare dalla propaganda di regime. Se invece si governa dimostrando rispetto per la libertà del popolo, se ne ricavano contestazioni e a volte rivoluzioni. 

C’è da chiedersi che cosa spinga gli uomini a cercare tanto disperatamente il potere, se perfino la poltrona dello zar è tanto scomoda. E tuttavia quella lotta non conosce tregua, non per divenire Primo Ministro ma per essere sindaco nel paesino, preside nella Scuola Media, caporale piuttosto che soldato semplice. 

La risposta, vista l’irrazionalità della pulsione, non può essere che una: l’istinto.

Negli animali sociali il capo gode di privilegi, in particolare per quanto riguarda il diritto agli accoppiamenti con le femmine. Dunque, oltre ai vantaggi personali (per esempio per il cibo), il capobranco ha maggiori possibilità di tramandare i suoi geni. Ragione per la quale anche nella specie umana il donnaiolo di successo è guardato come un vincente.

L’uomo sano e normale si batte dunque per ottenere i vantaggi di un alto status: potere, denaro (un concentrato di potere), donne e figli. Spesso con l’ambizione di trasmettere ciò che ha ottenuto a questi ultimi (come i dittatori coreani), in modo da proiettare oltre la morte le possibilità di successo dei propri geni.

Questo meccanismo risulta ben poco comprensibile all’uomo che riflette sugli istinti. Per indurlo a riprodursi, la natura gli offre il piacere sessuale ma il saggio scopre l’imbroglio, accetta il positivo, rifiuta il negativo e usa un profilattico. Dei suoi geni e dell’eugenetica non gli importa nulla, soprattutto dopo che sarà morto. Se la natura induce l’uomo ad amare il potere, per aumentarne le possibilità di sopravvivenza, il saggio le risponde che nella società contemporanea si sopravvive benissimo senza fare questi sforzi. Fra l’altro il piacere del potere si scontra con la quotidiana esperienza dell’ingratitudine e questo ne avvelena l’esercizio, per chi ha buona memoria. Quanto alle donne, piuttosto che imbarcarsi nella fatica interminabile del donnaiolo, basta trovare un’ottima amante, se si tiene solo al sesso; se invece si tende ad avere una compagna e si ha la fortuna di trovarla, sarebbe sciocco cambiarla o crearsi dei problemi con l’adulterio. 

L’uomo che riflette rischia di non avere nessun potere, probabilmente neanche una famiglia e certo non dei figli, visti i problemi che dànno. Il filosofo è insomma un nemico della società e Socrate ha meritato la condanna a morte.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

26 dicembre 2011

 

25/12/2011

BUON SENSO E POLITICA

Capita a chi scrive di politica di ricevere lettere da lettori pieni di buon senso che non si capacitano che la nostra democrazia sia così poco efficiente. Perché non funziona come le imprese? chiedono. Perché non è diretta con razionalità?  Propongono dunque le soluzioni che adotterebbero loro e sono stupiti nel vedersi accolti con un sorriso scettico. Non capiscono. Hanno avuto da fare con imbroglioni, con concorrenti senza scrupoli, con un mercato che non perdona nessuno e sono convinti di essere “worldly-wise”, cioè navigati  e con i piedi ben piantati per terra: come mai qualcuno può guardarli come degli ingenui?

Effettivamente, le loro proposte sono ragionevoli. Il punto è che il mondo cui si rivolgono non segue le stesse regole e gli stessi principi cui essi sono abituati. 

Se si ha da fare con un perfetto farabutto che cerca di fregarci dieci, e riusciamo a prospettargli un accordo che gli farà guadagnare venti, il farabutto accetterà con entusiasmo. Perché la produzione e il commercio sono dominati dall’economia. In politica invece si lotta per il potere: in vista di esso il farabutto può anche preferire non guadagnare niente e danneggiare l’avversario. Per non parlare della collettività, che pesa pochissimo.

Immaginiamo che un tecnico proponga ad un ministro una soluzione che non solo migliora il servizio ma permette di ridurre il personale facendo risparmiare molto denaro. Mentre un’idea del genere sarebbe accolta con giubilo da un imprenditore, il ministro si dice che, diminuendo il personale, si farà molti nemici, vedrà calare il proprio consenso e la sua carriera politica ne risentirà. Anzi, forse ne risentirà addirittura il suo partito. E allora la risposta sarà no. È questa la ragione, per dirne una, per la quale non si tagliano i “rami secchi” delle ferrovie. 

Probabilmente di questa illusione prospettica è stato vittima lo stesso Silvio Berlusconi. Nel 1993 avrà sperato di fare il bene dell’Italia come aveva fatto il bene delle sue imprese, senza pensare che in Parlamento ognuno mette al primo posto il proprio interesse e poi quello del suo partito: nient’altro. L’esperienza gli avrà insegnato parecchio, da allora. Anche quando il rischio è quello di rovinare l’intero Paese, per i politici il dato economico è secondario: diversamente non avremmo l’enorme debito pubblico che abbiamo.

Un secondo elemento che rende la politica incomprensibile per i privati cittadini è il fatto che essi operano in un sistema stabile e si destreggiano fra le regole vigenti. I politici invece non hanno come guida l’essere (Sein, le cose come stanno) ma il dover essere (Sollen, le cose come dovrebbero stare). Se pensano che tutti gli uomini dovrebbero essere uguali anche dal punto di vista economico, sono pronti ad imporre “patrimoniali”, cioè a togliere con la forza il suo a qualcuno per darlo a qualcun altro: con l’unica motivazione che il primo ha ciò che il secondo non ha. E se questo progetto sembra assurdo ai liberali, le idee dei liberali sembrano assurde alla controparte. Chi pensa che ognuno deve ricevere secondo il proprio merito (un’evidenza per i tecnici) non va esente da critiche. Per gli idealisti chi è più capace o più fortunato - sempre che non lo sia perché ha rubato, un sospetto costante - ha solo più doveri degli altri. Nella Russia sovietica gli ingegneri guadagnavano più o meno come gli operai. I principi che gli imprenditori considerano evidenti non sono evidenti. In politica è lecito sognare società nuove e diverse, magari con provvedimenti che al pragmatico sembrano demenziali. 

Nella storia è costante lo scontro fra il realismo che accetta la natura umana com’è e l’idealismo che questa natura è disposto a contraddire. Quando Francesco distribuisce i suoi beni ai poveri e diventa “il poverello di Assisi” fa forse una scelta economica? Il seguace di Adam Smith vede i comunisti come dementi ma questo non impedisce che essi possano essere in buona fede. Anche quando predicano soluzioni che fanno a pugni col buon senso e l’economia. I risultati si sono visti in Unione Sovietica. Ma non per una stagione o due: per settant’anni.

I privati non capiscono che  in politica l’economia, la piatta razionalità, e a volte perfino l’onestà, non hanno cittadinanza. E può anche prevalere il fanatismo. Se i capi comunisti sono divenuti dei dittatori è proprio perché il popolo avrebbe preferito la prosperità all’ideale, e dunque l’ideale bisognava imporlo con la forza. 

Tutto questo sembra assurdo alle persone di buon senso, mentre specularmente ai politici sembra assurdo il loro buon senso.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

25 dicembre 2011

 

24/12/2011

"VE L'AVEVO DETTO!"

Woody Allen rimarrà indimenticabile per certe battute. Per esempio: “Non solo Dio non esiste, ma provate a trovare un idraulico di domenica”. E  soprattutto questa: “Le parole più belle non sono: ‘Ti amo’ ma: ‘È benigno’ ”. 

Nella classifica delle più brutte, dopo avere naturalmente assegnato la palma della vittoria a: “Dolente, è maligno”, ai primi posti metteremmo queste parole: “Te l’avevo detto!”. Arrivano sempre come una coltellata. Se la previsione era fondata, perché non si è dato ascolto a chi poi ha dimostrato di saperne di più; se era infondata, perché l’altro si fa forte di una previsione che è andata a segno più o meno per caso. In ogni caso, pur di dare torto all’interlocutore, chiunque sarebbe felice di dimostrare che il cerchio è quadrato.

Certe parole non bisognerebbe mai dirle. Come non bisognerebbe ubriacarsi mai, e mai perdere la pazienza, e mai innamorarsi della persona sbagliata, e mai tradire il coniuge, e mai... Ma siamo umani, e a tutti questi divieti non sempre siamo capaci di obbedire. E infatti oggi commetterò questo peccato. 

Nei mesi scorsi si è detto che il Paese stava andando a rotoli. Lo dimostrava la differenza dell’interesse sul debito pubblico che l’Italia doveva offrire rispetto alla Germania (lo spread) pur di vendere i propri Buoni del Tesoro Poliennali. Inoltre, fra le prime cause della drammatica crisi, c’era lo scadimento del livello di credibilità internazionale del nostro governo, reso ridicolo e inaffidabile da un Silvio Berlusconi decotto e al tramonto. Insomma, Annibale era alle porte. Bisognava che Pdl e Lega andassero a casa; bisognava smetterla perfino con le liti fra i partiti e creare un governo di salvezza nazionale, come quando c’è una guerra; il Pd addirittura sarebbe stato disposto a sostenerlo insieme col Pdl, per amor di Patria. Rinunciava ad una facile vittoria elettorale - come lasciavano prevedere le indagini demoscopiche - pur di non lasciare la nazione senza guida. Non pretendeva neppure di imporre suoi uomini nel governo e lasciava che il primo ministro fosse scelto da un’Autorità al di sopra della mischia, il saggio e imparziale Giorgio Napolitano.

Tutta una serie di balle fenomenali. Partendo dall’ultima, è difficile definire saggio e imparziale il Presidente della Repubblica: il primo aggettivo sa di piaggeria lontano un miglio, il secondo sbatte contro certe osservazioni concrete. Su “Italia Oggi”, Marco Bertoncini(1) elenca e documenta le differenze di comportamento del Presidente riguardo all’attuale governo e a quello Berlusconi. Tanto che l’articolo è intitolato: “Napoletano non bacchetta più”. Per l’amor del Cielo, il Presidente sarà in buona fede, starà tentando di fare il bene dell’Italia, ma l’imparzialità lasciamola da parte. Fra l’altro Monti si era esibito poche settimane prima della nomina in una durissima critica di Berlusconi(2), considerato come l’unico ostacolo per salvare l’Italia: si può affermare che sia stato scelto un tecnico senza partito?

Quanto al Pd non è affatto vero che si sia sacrificato per amore dell’Italia. Ha evitato le elezioni perché, vincendole, si sarebbe messo nella condizione di essere considerato il responsabile del disastro dell’Italia: esattamente come fino a quel momento ne aveva dato il torto a Berlusconi. E infatti l’ipotesi lo ha talmente spaventato che oggi sostiene il governo con maggiore impegno dello stesso centro-destra. Meglio non sporcarsi le mani e dire che le elezioni sarebbero state un disastro, mentre proprio Monti aveva criticato Berlusconi per non averle provocate (vedasi il suo articolo).

Ma la balla più grossa è stata l’idea che cambiando governo e imponendo nuove tasse si sarebbe messo a posto tutto. Infatti la famosa “manovra”, chiamata presuntuosamente “Salva Italia”, è all’85% costituita da maggiori entrate fiscali: fra le quali, nuove, impensate e sorprendenti, quelle sulla casa e la benzina. 

In realtà, Monti è andato a Bruxelles, ha fatto e ha ricevuto inchini, ha portato la pressione fiscale al 45%, e il risultato, come era prevedibile, anzi come avevamo previsto, è che non è cambiato niente. Perché tutto dipende dalla crisi internazionale, dalla tenuta dell’euro e dall’enorme debito pubblico italiano. Infatti, a manovra approvata, lo spread è intorno a 500 punti tondi: un livello che ancora qualche settimana fa ha fatto gridare a tutti che la barca stava affondando, che Berlusconi doveva andar via, che un governo di salvezza era più necessario dell’ossigeno. E Berlusconi, da quel marpione che è, si è fatto da parte. Ha dimostrato con i fatti che i guai non dipendevano dal suo governo e neppure dal suo personale discredito; che la sinistra rimane il partito delle tasse, che aumentandole non si risolve la crisi italiana e che forse, dopo tutto, il centro-destra avrebbe fatto meno danni.

Che cosa si può aggiungere? “Ve l’avevo detto!”

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

24 dicembre 2011

 

(1)http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=18LZ6C. 

 (2)http://www.corriere.it/editoriali/11_ottobre_16/monti-false-illusioni-sgradevoli-realta_068269c4-f7bf-11e0-8d07-8d98f96385a3.shtml,con adeguato commento, in tempo non sospetto: 

http://pardonuovo.myblog.it/archive/2011/10/16/l-economista-super-partes-che-salva-l-italia.html 

Per chi non volesse perdere il tempo di andare a cercare l’articolo:

L’ECONOMISTA SUPER PARTES CHE SALVA L’ITALIA

L’articolo di Mario Monti sul “Corriere” di oggi sarebbe anodino – e perfino poco interessante – se a scriverlo fosse stato un qualunque editorialista o economista. Il Rettore della Bocconi invece è stato molte volte indicato come il possibile Primo Ministro di uno di quegli esecutivi – battezzati con una ventina di nomi diversi –  che di fatto si chiamano soltanto TTB: tutto, tranne Berlusconi. Monti infatti dovrebbe essere un uomo estremamente competente e al di sopra delle parti. Purtroppo, il suo articolo di oggi non sembra dimostrarlo: la sua originalissima tesi è che la crisi attuale è colpa di Berlusconi e si risolverebbe se lui si dimettesse. Se questo è essere super partes, se così ci si dimostra obiettivi, non siamo messi bene.

Egli comincia col dire che l’Italia - malgrado le vanterie di Berlusconi - mette in crisi l’euro ed è di fatto un protettorato di Francia e Germania. Dimentica però di notare che tutto questo dipende non dall’attuale politica economica - l’Italia ha un avanzo primario migliore di quello della Francia, e dunque giudicata sul presente non creerebbe la minima preoccupazione - ma dal pregresso debito pubblico. Questo viaggia da decenni al di sopra del 100% del prodotto interno lordo, è nato negli anni Ottanta del secolo scorso ed è andato sempre crescendo. È vero, paghiamo tassi più alti della Spagna; è vero, se le banche e i privati non comprassero i nuovi titoli emessi per pagare quelli in scadenza, l’Italia dichiarerebbe fallimento dall’oggi al domani: ma tutto questo dipende dai 1.900 miliardi di euro del debito pubblico, non da Berlusconi. È così difficile da riconoscere? Invece Monti fa dire a innominate fonti straniere che “le principali responsabilità di questa situazione vengono attribuite al governo italiano in carica da tre anni e mezzo”. Responsabilità di oggi per un debito nato trent’anni fa. Come l’agnello che intorbidava l’acqua del lupo che stava a monte. Ecco che significa essere super partes.

Ma Monti spiega le colpe del governo. “L’Italia è più indietro [della Spagna] perché non c’è stato neppure il minimo riconoscimento di responsabilità da parte del governo”. Come se vestirsi di saio e battersi il petto cambiasse la realtà dei mercati e delle Borse. E qual è, comunque, il merito della Spagna? Nientemeno, quello di avere annunciato nuove elezioni. Traduzione, sempre rimanendo super partes: se buttiamo fuori Berlusconi tutto si risolve e i creditori del debito pubblico rinunceranno forse a riscuotere i loro titoli. 

Il governo, dice Monti, avrebbe dovuto chiedere la collaborazione delle opposizioni. E con ciò dimostra di essere tanto al di sopra delle parti da averle perse di vista. Forse pensa che la Camusso applaudirebbe l’abolizione dello Statuto dei Lavoratori, se Berlusconi lo proponesse. 

Il governo avrebbe anche la colpa di avere scaricato su altri le responsabilità: sull’opposizione, sui magistrati, sui corrispondenti esteri (per la cattiva fama dell’Italia nel mondo). Anche a dargli ragione: che c’entra, tutto questo, con la crisi economica? Se fosse Primo Ministro Antonio Di Pietro il debito pubblico sparirebbe? Non si dovrebbero più pagare gli interessi? I mercati accorderebbero all’Erario tassi più favorevoli?

Ma in fondo perché insistere nell’analisi? Monti attribuisce a Berlusconi “un’ovattata percezione della realtà”, cioè gli dà del demente, e a suo parere coloro che lo sostengono “toccano livelli inauditi di servilismo”. Invece lui che è super partes stila queste auree parole: “la permanenza in carica dell’attuale presidente del Consiglio viene vista da molti come una circostanza ormai incompatibile con un’attività di governo adeguata, per intensità e credibilità, a sventare il rischio di crisi finanziaria e a creare una prospettiva di crescita”. La quale affermazione è di una stupidità talmente colossale che veramente vorremmo Mario Monti Primo Ministro per cavarci lo sfizio di vedere quale sarebbe la sua attività di governo adeguata, come renderebbe tutti nel mondo ammiratori del debito pubblico italiano  e come creerebbe in un battibaleno una smagliante crescita economica dell’Italia. Lui e la sinistra sarebbero dunque capaci di decidere quei tagli alla spesa pubblica, di adottare quelle riforme liberiste e “anti-sindacali” che non è stato capace di adottare il centro-destra? Vorremmo proprio vederlo all’opera.

Si può non avere grande stima di Berlusconi, che fra l’altro scherza abbastanza per dare a volte l’impressione di essere solo un comico mediocre. Ma se si pensa di sostituirlo con questo genere di personaggi super partes, capaci di sparare con sussiego una simile sfilza di affermazioni balorde, forse dobbiamo sperare di rimanere sub partibus, tenendoci il governo che abbiamo.

Mario Monti ha tutto il diritto di avere un’idea politica anche chiaramente antigovernativa e antiberlusconiana. Non ha il diritto di presentarsi come neutrale.

giannipardo@libero.it

 Ed ecco l’articolo di Bertoncini:

Aveva bacchettato, con asprezza, il governo Berlusconi, e contemporaneamente i presidenti delle Camere, perché i decreti-legge dovevano considerarsi quasi inemendabili. Altrettanto rude era stato, sempre col governo Berlusconi e con i presidenti di Montecitorio e palazzo Madama, per la corrività nell'uso della fiducia sui decreti-legge. Vogliamo scommettere che Giorgio Napolitano, stavolta, se ne starà zitto?

Eppure la manovra patisce entrambi gli intoppi denunciati dal Quirinale. I numeri sono impietosi, quanto a modifiche introdotte nel dibattito delle commissioni a Montecitorio. Il decreto-legge si compone di circa 45mila parole, per un totale di 255mila battute (spazi esclusi). Orbene, gli emendamenti apportati al testo ammontano a quasi 18mila parole, per un totale di circa 99mila battute. Il ricorso alla quantificazione delle battute è usuale negli studi degli uffici parlamentari che analizzano la produzione legislativa. Possiamo quindi tranquillamente servircene per rilevare che una modifica di ben oltre un terzo di un decreto-legge è l'esatto opposto dell'inemendabilità o della «sostanziale inemendabilità» richiamata da Napolitano.

La fiducia, poi, comprime il ruolo del Parlamento. Lo rilevava il capo dello Stato. Ebbene, la manovra Monti è stata imposta all'aula della Camera con la fiducia e poi al Senato come immodificabile, sempre con la fiducia. Dunque, i parlamentari hanno potuto agire soltanto nelle commissioni della Camera; nelle assemblee la loro funzione è stata, più che compressa, annullata. In tal modo il decreto-legge è stato abbondantemente emendato, per venire poi imposto con la questione di fiducia. Il malvezzo, costituzionalmente redarguibile e, infatti, contestato da Napolitano, era tale per Berlu-sconi, Fini e Schifani, l'inverno scorso. Oggi, pare non sia più tale per Mario Monti, Gianfranco Fini e Renato Schifani. Curioso. Eppure il capo dello Stato difende punti-gliosamente il proprio operato nella creazione di questo che, più di qualsiasi precedente esecutivo, è il “governo del presidente”. Ovvio che il presidente al “governo del presidente” non muova appunti di sorta. 

Marco Bertoncini, Italia Oggi.

23/12/2011

HEGEL PEDALA CON BERSANI E BERLUSCONI

Hegel ha affermato che tutto ciò che è razionale è reale e tutto ciò che è reale è razionale. Secondo Wikipedia, intendeva che “il pensiero sarà certamente razionale e non immaginazione, fantasia, quando troverà la sua corrispondenza con la realtà” e “che è inconcepibile che nella realtà ci sia qualcosa di refrattario al pensiero, qualcosa di estraneo ad esso”. In altri termini, se facciamo un ragionamento e la realtà ci dà torto, è il ragionamento che è sbagliato. E se, al contrario, partiamo dalla realtà e ne deduciamo qualcosa, non possiamo che avere ragione. Abbiamo perfino qualche probabilità di azzeccare delle previsioni.

Qualche giorno fa è stato notato che un esecutivo la cui maggioranza è costituita da due partiti rivali è come un tandem in cui ognuno cerca di pedalare il meno che può, in modo da lasciare il massimo sforzo all’altro. Col rischio che il tandem si fermi. Il governo Monti ha ottenuto la fiducia perché Berlusconi e il suo partito avevano l’ansia improcrastinabile di passare ad altri la patata bollente: e infatti esso è stato costituito senza che il precedente sia stato sfiduciato. Naturalmente questa sarebbe stata l’occasione d’oro, per il Pd, per chiedere nuove elezioni: a dar retta ai sondaggi avrebbe avuto buone probabilità di vincerle. Ma, appunto, gli conveniva? Si sarebbe volontariamente messo nei guai da cui Berlusconi si era tirato fuori. E allora, ecco il governo tecnico. Un governo parafulmine che adotta qualche provvedimento scomodo, tanto per far credere che l’Italia sta facendo qualcosa per risolvere la crisi (lo spread ieri era a poco meno di cinquecento) mentre i partiti fiutano l’aria per sapere che vento tira. E pedalano il meno che possono.

La previsione più semplice è che il governo cadrà quando converrà al Pdl o al Pd. Fino ad allora, ambedue si diranno incondizionatamente risoluti a sostenere il governo e pronti a indicare come nemico della Patria chi non lo faccia. Ma il comportamento reale è simile a quello dei ciclisti su pista, quando stanno in “surplace”, in bilico sui pedali, aspettando che l’avversario si lanci per poi contrattaccare in condizioni di vantaggio. Fino ad ora siamo stati attenti a vedere chi dei due avrebbe pigiato sui pedali per primo: ora lo sappiamo, è Bersani. La corsa è cominciata.

Tutto è dipeso dal fatto che la ministra Fornero ha detto una cosa dopo tutto ovvia e banale: “L’art.18 dello Statuto dei Lavoratori? Se ne può parlare”. Apriti cielo. Della dichiarazione si è impadronita la Camusso e col piglio più demagogico che è riuscita a trovare ha minacciato che se il governo tocca l’art.18 scoppierà la rivoluzione o quasi. Gli altri sindacati hanno temuto di essere considerati amici del giaguaro e le hanno dato manforte, facendo anche loro dichiarazioni di fuoco. Ai sindacati si sono accodati parecchi esponenti del Pd e alla fine Bersani ha ceduto, in stile Crozza: “Toccare l’art.18? Ma ragazzi, siamo matti?” Traduzione: se si tenta di modificarlo faremo cadere il governo.

Quello che Bersani non ha previsto, o quello cui non ha dato sufficiente importanza, è che così ha autorizzato Berlusconi a dire, per il prossimo provvedimento che non gli garberà: “Ah no, questo no. Se il governo insiste lo faremo cadere, così come il Pd ha detto che l’avrebbe fatto cadere se avesse toccato l’art.18”. E infatti già oggi il “Corriere” titola: “Berlusconi, avvertimento a Monti: Siamo noi gli arbitri, basta tasse o si va al voto”(1).

La razionalità si rivela realtà. Non è verosimile che due partiti che hanno tutto l’interesse di danneggiarsi reciprocamente collaborino lealmente. Il “governo tecnico” è un’assurdità e avrebbe senso se ciò che è utile al Paese fosse oggettivamente chiaro e innegabile; se fosse identificato da tutti nello stesso modo; se cioè si fosse tutti d’accordo. Se invece, in un momento di crisi, i partiti hanno concezioni diverse riguardo a ciò che va fatto; se sono convinti che certi provvedimenti che piacciono agli avversari sono al contrario esiziali, è in buona fede che potrebbero opporsi con tutte le loro forze, fino a far cadere il governo.

In  troppi si sono illusi che si potesse mettere la realtà fra parentesi. È un esercizio che non riesce. Non che ci sia da esserne contenti: ma comincia ad essere chiaro che o il governo Monti non fa niente, e certo non salva l’Italia, o cade. E poco importa per mano di chi. 

Dopo tutto questo, riuscire a dire Buon Natale, è un atto d’eroismo.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

23 dicembre 2011

(1)http://www.corriere.it/politica/11_dicembre_21/monti-berlusconi-incontro_a5d6464e-2be5-11e1-92c6-0bc88599d431.shtml

 

22/12/2011

PRIMA DI ATTACCARE IL NEMICO, ASSICURATEVI CHE SIA MORTO

Le battaglie sono belle, nei libri di storia, ma combatterle personalmente è un altro paio di maniche. Il nemico, che pure sta dalla parte del torto (sta sempre dalla parte del torto) non ha nessuna voglia di farsi ammazzare; anzi, ha l’assurda pretesa di ammazzare noi. Chi si è trovato in mezzo allo scontro ne conserva una memoria indelebile e orribile. Viceversa le battaglie che si sono già trasformate in vittorie piacciono moltissimo: e queste tutti sono disposti a combatterle.

I più grandi combattenti delle guerre già vinte li abbiamo avuti in Italia. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, avendo gli Anglo-Americani battuto il fascismo, l’Italia si è scoperta visceralmente antifascista. Non ha più deposto le armi e non ha più dato tregua ai fascisti e ai nazisti. Li ha giudicati tutti, in blocco, dei criminali e se qualcuno avesse osato dire che anche fra loro c’erano state persone perbene o in buona fede, avrebbe corso dei rischi. È stato persino vietato parlare delle sofferenze e dei massacri subiti dai richiamati della Wehrmacht: il dogma è stato che tutti i Tedeschi che hanno combattuto durante la Seconda Guerra Mondiale sono stati invariabilmente dei fanatici nazisti dediti al macello d’innocenti. 

Quando uno storico come De Felice, appoggiandosi a documenti inoppugnabili, ha cominciato ad occuparsi di quegli anni con serietà di scienziato, ha ottenuto come effetto di vedersi dare del fascista. Non bisognava studiare il fascismo o il nazismo. Non bisognava sapere che cosa era effettivamente accaduto tra il 1922 e il 1945. Bisognava maledire tutto e tutti, con la foga dei combattenti che non temono il nemico. Fra l’altro, De Felice si dimostrava stupido: che gli costava, fare come gli altri? Non si era accorto che il nemico era morto e sepolto? Che cosa credeva di rischiare? 

Quando il possibile nemico è ancora vivo, infatti, i toni sono ben altri. Persino gli anticomunisti si sono a lungo astenuti non dal condannare, sarebbe stato troppo, ma anche solo dal citare il massacro di Katyn, da parte dell’Armata Rossa. E del resto, per non perdere l’abitudine della prudenza, non si è neppure gran che parlato dello sterminio dei rifugiati di Dresda perpetrato dagli Inglesi.  Quanti sanno che lì sono morti più innocenti che a Hiroshima? E non si è trattato di una bomba atomica, ma dell’artigianato dei bombardieri e delle bombe incendiarie. Quanti hanno condannato con uguale frequenza i Lager nazisti e i Lager staliniani? Finché l’Unione Sovietica è stata in piedi, anche parlare male del suo passato è stato di cattivo gusto.

La considerazione del nemico varia molto col variare della sua capacità d’azione. È rimasto indimenticabile il modo in cui la stampa francese trattò Napoleone dopo lo sbarco dall’Elba e durante il suo avvicinamento a Parigi. Il Còrso da usurpatore, bandito, e chissà che altro, passò a mano a mano ad altre denominazioni finché, giunto nei pressi della capitale, fu di nuovo chiamato Imperatore. Né ce ne possiamo stupire noi Italiani, che prima abbiamo dichiarato guerra agli Stati Uniti e poi abbiamo chiamato liberatori i loro soldati, quando li abbiamo visti arrivare. Oltre sessant’anni dopo festeggiamo ancora la “liberazione”, cercando anche di dare a bere che l’abbiamo realizzata noi.

Tutti amano la vittoria. Purtroppo per vincere bisogna prima combattere e questo è rischioso. C’è sempre il nemico che fa delle difficoltà, dannazione. È meglio combattere le ombre, sguainare le spade e agitarle contro chi non c’è più: così ci si può finalmente raccontare di essere coraggiosi, intransigenti, altamente morali. 

In realtà se quel nemico maledetto con tanto ardore fosse vivo e presente, molti di quegli eroi sarebbero i primi a prosternarsi. A suo tempo i fascisti si inchinarono dinanzi all’ideologia di moda. Dopo la guerra tutti si sono inchinati dinanzi alla nuova ideologia, stavolta l’antifascismo. E se non sono state le stesse persone, sono stati i loro figli: dimostrando lo stesso temperamento. 

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

22 dicembre 2011 (da un testo del 2001)