UN CHIARIMENTO SULL’ALITALIA

Alesina e Giavazzi sostengono sul Corriere della Sera(1) che il problema dell’Alitalia non riguarda soltanto i dodicimila dipendenti, quelli che in grande percentuale hanno partecipato al referendum ed hanno risposto con un secco “no” al proposto piano di salvataggio. Il problema riguarda la comunità nazionale, sia perché l’eventuale smantellamento della compagnia non influirebbe soltanto sulla vita dei dipendenti, sia soprattutto perché, nel caso prevalesse la speranza dei dipendenti, e cioè che lo Stato si accolli il peso dei debiti e delle inefficienze di gestione della società, quel costo ricadrebbe sui contribuenti. Scrivono infatti: “Se si crede che Alitalia vada e possa essere mantenuta in vita, si prenda il referendum per quello che è: una indicazione, ma nulla di più. Azionisti, creditori, management e governo, se ritengono il piano efficace, devono mandarlo avanti”.
Con tutta la stima per i due noti editorialisti, non si può non rimanere stupiti. È vero, non tutta la colpa del dissesto dell’Alitalia è dei dipendenti, ma non si può dire che le loro condizioni contrattuali e il loro comportamento sul lavoro siano ininfluenti. Il problema che si poneva ai finanziatori di Alitalia non era puramente tecnico: si chiedeva ai lavoratori se si rendevano conto che quella era l’ultima soluzione e che, una volta adottata, avrebbero dovuto sostenerla, con tutte le loro forze, e non contrastarla con scioperi e resistenze di ogni tipo, trattando i dirigenti da padroni sfruttatori del popolo. Se il piano fosse stato adottato contro il parere dei lavoratori, sarebbe cominciata una guerra che la compagnia non poteva che perdere. Con la mentalità sindacale imperante in Italia, e con una magistratura che, a suo tempo, ha reintegrato sul posto di lavoro, a Pomigliano d’Arco, degli operai accusati di boicottaggio dell’impresa, come licenziare centinaia di lavoratori in esubero?
La soluzione giusta era il fallimento. Stop loss, si chiama con espressione di moda: cioè fine delle perdite. Se non si possono fare profitti, che si smetta almeno di accumulare debiti. Ma fallimento significa anche problemi politici e sociali, insomma guai, e a questo punto ci si è chiesti se, con qualche disperato aggiustamento, non si potesse trovare una soluzione: ma evidentemente essa era condizionata dall’accordo di chi in parte ne subiva le conseguenze negative. Senza la promessa di poter attuare in pace quel piano, era meglio non provarci. Sembra strano che sia necessario esplicitare dati così elementari.
L’Italia non riesce ad uscire dalla mentalità del passato. Quella mentalità che ci ha portati alla situazione attuale, ma che non ha subito una sufficiente revisione critica. Avviene nell’ambito economico ciò che avvenne al Pci dopo l’implosione dell’Unione Sovietica. La Russia passò alla democrazia e dimenticò il comunismo, la mentalità comunista era invece così radicata da noi, che ha prosperato fino a tempi molto recenti ed in parte ancora prevale. L’idea di fondo è che i profitti dei padroni sono così scandalosi, che per quanto si riescano ad ottenere dei vantaggi, di fatto c’è ancora molto da recuperare. E comunque, come dice la Costituzione, indipendentemente dai costi e ricavi dell’impresa, la retribuzione per il lavoratore deve essere “in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Quando Luciano Lama disse che la paga era una “variabile indipendente” dai conti dell’azienda fu accusato di delirare, ma avrebbe potuto difendersi affermando che, se qualcuno delirava, era la Costituzione. Che altro significa quell’“in ogni caso”, se non che la retribuzione è una “variabile indipendente”?
Una cosa è certa. Da noi si pensa che alla fine tutto si aggiusta a spese dello Stato. E se questa volta dovesse avvenire che i dipendenti Alitalia fra qualche tempo si ritrovino disoccupati, non sarà perché l’Italia ha cambiato idea e non sarà-perché il governo non avrebbe amato cedere, inviando la nota da pagare ai contribuenti. Sarà soltanto perché, per la prima volta, a causa dei trattati internazionali e della situazione economica già compromessa, il governo non ha la semplice, fisica, pratica possibilità di cassa di salvare l’Alitalia. Non si tratta di schiena dritta o di atteggiamento economicamente razionale, si tratta semplicemente che non si riesce a trarre sugo da una pietra.
Ecco ciò che sembrano non aver percepito Alesina e Giavazzi. Prima di chiudere, di fronte alla propria impossibilità di proseguire, per mancanza di fondi, di fronte a perdite che divenivano una voragine, e di fronte all’impossibilità di sperare nell’aiuto dello Stato, l’impresa si è chiesta se, almeno stavolta, i dipendenti si rendessero conto che bisognava cambiare mentalità. Il referendum le ha dato la risposta che chiedeva.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it

26 aprile 2017.
(1)http://www.corriere.it/opinioni/17_aprile_26/a-litalia-se-pochi-decidono-tutti-3442251e-29ed-11e7-9909-587fe96421f8.shtml

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FOLLITALIA

Il risultato del referendum dell’Alitalia sul salvataggio dell’azienda potrebbe essere giudicato una follia. Nessuno sembra disposto a buttare soldi nel pozzo senza fondo di questa dissennata compagnia aerea. Il ministro Delrio ha avvertito che la nazionalizzazione (ciò in cui sperano i dipendenti) è impossibile. Per chi l’avesse dimenticato, nazionalizzazione significa che lo Stato ripiana con soldi suoi – cioè nostri – le perdite di un’impresa privata, e l’amministra in deficit a tempo indeterminato. Infine le norme comunitarie vietano allo Stato di aiutare con denaro pubblico un’impresa a non fallire. Ammesso che questo denaro l’abbia. Insomma, come ha detto il governo, rispetto al piano di salvataggio proposto, non esisteva e non esiste “un piano B”.
In condizioni normali, la conclusione non potrebbe essere che una:.dicendo “no” al referendum, i dipendenti dell’Alitalia hanno dimostrato di essere pazzi. Ma è così? Non proprio.
I bambini sono inesperti, deboli, e privi di risorse, ma sanno sfruttare al meglio il po’ d’esperienza accumulata nei loro pochissimi anni. Dal momento che devono ottenere tutto dai genitori, un loro grande problema è la gestione di due parolette: “sì” e “no”. Se il passato gli avesse insegnato che “no” significa “impossibile”, “sbagliato”, “costoso” e comunque “da non fare”, per loro sarebbe facile orientarsi. “No” significherebbe “no”. Invece l’esperienza gli ha insegnato che se quel no gli provoca un grande dispiacere, tanto da farli piangere, non raramente diviene sì. E così per loro, razionalmente, “no” significa “i grandi resistono”. E l’unico modo per sapere se la risposta vera è “sì” o “no”, è piangere, pestare i piedi, buttarsi per terra, singhiozzare fino al punto di perdere il respiro e di sentirsi male. Se, malgrado questo, il no rimane no, si trattava di un’impossibilità. Se invece il no diviene sì, si ha la conferma di avere utilizzato il metodo giusto.
Naturalmente, nulla del genere si sarebbe mai verificato se gli adulti avessero detto “no” soltanto quando era veramente indispensabile, mantenendolo poi inesorabilmente. Purtroppo in questo contesto si combinano spinte contraddittorie. I genitori hanno tendenza a dire di no perché, per esempio, giudicano la richiesta pericolosa per lo stesso bambino. Ma poi, dinanzi alla sua disperazione, si dicono che dopo tutto basterà stare un po’ più attenti, e il no diventa sì. Da questo il disastro.
Nel caso dell’Alitalia, da molti decenni lo Stato italiano prima dice no, perché sarebbe giusto dire no, poi, di fronte alle proteste e all’impopolarità, dice sì, cosicché, alla lunga, i lavoratori hanno imparato che il no del governo non è da prendere sul serio. Anche se viene pienamente dimostrato che la richiesta è assurda, in quanto l’impresa fallirebbe, i lavoratori hanno imparato ad insistere, perché alla fine iil governo cede.
Nel caso dell’Alitalia, che già tanto ci è costata, lo Stato dice ai lavoratori che no, non può aiutarli. È vietato. È impossibile. No, no e poi no. E che cosa comprendono i lavoratori? Che bisogna piangere di più, minacciare di più, protestare di più. Alla fine, il no diverrà sì, con buona pace di tutti. C’è il divieto dell’Unione Europea? E allora pestiamo anche i piedi. Ci dicono che le banche non fanno più credito alla compagnia? E allora rotoliamoci anche per terra. Ci costerà un po’ più di fatica del solito, ma alla lunga ce la faremo anche stavolta.
Ecco perché non si possono giudicare male i dipendenti Alitalia. Se c’è qualcuno che è irrazionale, è lo Stato, non loro. Il loro voto è assolutamente comprensibile. Quando si tratta di parole e di cerimonie, tutti sono disposti a far finta di credere alle peggiori sciocchezze, ma quando si tratta degli interessi economici, i discorsi stanno a zero e vale il realismo più cinico. Avendo visto tante volte che per l’Alitalia il dare e l’avere sono passatempi per ragionieri, e l’aritmetica non vale, non si possono certo accettare consistenti decurtazioni di salario. Sarebbe il mondo sottosopra. Per decenni si è sempre parlato di aumenti di stipendio ed ora addirittura si dovrebbero accettare diminuzioni di paga? Ragionando così si potrebbe anche pretendere che domani il sole sorga a occidente, che gli agnelli mangino i lupi e l’esperienza non conti più niente.
Auguri, cari dipendenti Alitalia. Personalmente non posso condannarvi. Fate fesso lo Stato. Lo merita.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
25 aprile 2107

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POLITICS STATE OF THE ART

Gli autobus di Londra – i double deck – sono famosi per essere a due piani e vi si può vivere un’esperienza imbarazzante. Al piano superiore si può sedere immediatamente dietro i finestrini ed avere la sensazione di essere al posto di guida, ma senza volante, senza pedali, e senza poter far niente se il mezzo si avvicina pericolosamente al veicolo che lo precede.
Quando pensa alla politica, all’economia, e in generale alla condotta del proprio Paese, il normale cittadino si sente in una situazione simile a quella appena descritta. Di solito non ha la più pallida idea di come risolvere i problemi della nazione, ma il peggio è che, anche se l’avesse, al massimo potrebbe parlarne con gli amici al bar. Cosa patetica. E tuttavia, per quanto la propria situazione possa sembrare frustrante, c’è di peggio: basterebbe essere colui che effettivamente guida l’autobus, e si sente anche lui nella prima fila in alto del double deck.
Chi indulge nello stupido sport di dare del cretino al prossimo, potrebbe pensare che, se i nostri governanti sembrano degli incapaci, è perché lo sono. Ma l’ipotesi non sta in piedi. Se sono arrivati ad un posto di comando, prevalendo sulle decine di migliaia di persone che ambivano ad occuparlo, probabilmente qualcosa valgono. Quand’anche la gara fosse a chi ha meno scrupoli. E poi, immaginiamo che al governo ci siano dei politici di sinistra che noi reputiamo degli imbecilli; come rispondere all’obiezione che, quando al potere ci sono stati politici di destra o di centro, non è andata affatto bene? Non è che, per caso, sia difficilissimo, e forse impossibile, far di meglio?
Se così fosse, il problema diverrebbe ben più vasto, e darebbe conto del fatto che anche altri Paesi sono più o meno nella nostra situazione.
Una spiegazione potrebbe essere che lo “state of the art” politico stia rivelando i suoi limiti. L’espressione inglese “state of the art” ha il significato del “più alto livello tecnologico o scientifico raggiunto in un certo momento storico”. Se, per ottenere un certo risultato si reputa che “la tecnica giusta” sia una, tutti l’adottano, e se per caso è sbagliata, tutti sbagliano. Ecco un triste esempio. Se la Prima Guerra Mondiale ha provocato un’autentica ecatombe di giovani, è anche perché, secondo la teoria militare del tempo, i fanti dovevano andare all’assalto in massa, anche contro le mitragliatrici che li falciavano, senza ottenere nulla. Eppure, il giorno dopo, era la controparte che andava all’assalto, e si faceva massacrare. Come si vide a Verdun. Ma chi discuteva questo modo di combattere era tacciato di vigliaccheria e messo a tacere. La guerra si doveva fare in quel modo.
Ora sembra che ci si sia impantanati in una situazione consimile. Tra pensioni regalate, Welfare State, sindacati, fisco di rapina, spese incompressibili, buonismo imperante e pessima amministrazione della giustizia, un Paese come l’Italia non vede la luce da lustri. Ma qualunque ipotesi di salvezza implica la violazione dello “state of the art” della politica ed è rigettata. Se qualcuno proponesse che la retribuzione del lavoratore debba essere fissata dalla contrattazione fra datore di lavoro e prestatore d’opera, e che si deve poter licenziare quest’ultimo senza spiegazioni, si vedrebbe trattare da folle, da fascista, da negriero. Ma se di colpo si facesse così, il lavoro ripartirebbe a razzo e magari, dopo qualche tempo, il rappresentante di commercio che aveva accettato di lavorare per una mancia ma si è dimostrato bravo, si vedrebbe offrire un lavoro meglio pagato da un’altra impresa, e la concorrenza moralizzerebbe il mercato. Ma – obiettano i sindacalisti, i religiosi, i progressisti e tutte le anime belle – questo è un modo di trattare il lavoro come una merce qualunque. Senza accorgersi che il lavoro è effettivamente una merce sul mercato, e che, se non lo si tratta come tale, poi si arriva alla situazione attuale.
Non abbiamo speranza. Finché lo state of the art prescriverà che il salasso è la migliore cura, si toglierà il sangue a chi già sta male, e lo si farà morire prima, ma nessuno potrà dir nulla: non è forse lo state of the art? E che altra operazione ci infligge, il fisco?
L’Europa non guarirà se non quando rinnegherà i dogmi. Se una situazione non si sblocca malgrado il passare degli anni, è chiaramente sbagliata in radice e bisogna cambiarla. Basta riuscire a pensare che lo state of the art non sia intangibile.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
24 aprile 2017

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IDEE UN PO’ PIU’ CHIARE SULLA MONETA FISCALE DEI M5S

Molti pensano che i guai dell’Italia nascano dell’euro, e che l’ideale sarebbe uscire da questa moneta. Poi si informano con qualche competente e passano dal sognare l’uscita dall’euro all’ipotesi di affiancare all’euro una moneta parallela. Persino Berlusconi ha detto questa sciocchezza. Il M5s in particolare ha parlato di una “moneta fiscale”, il “Certificato di Credito Fiscale” che dovrebbe funzionare così: lo Stato, per concedere sussidi, aumenti di pensioni, ecc., emette dei titoli che, due anni dopo, potrebbero essere utilizzati per pagare le imposte. Nel frattempo, quei titoli potrebbero essere scontati in borsa, ovviamente, e dunque trasformarsi in euro (salvo l’aggio per lo sconto) e dunque circolare come una moneta parallela.
Per prima cosa bisogna chiedersi: chi, in pagamento, si vede offrire cento euro in CCF, può dire: “No, grazie, voglio euro”? Perché, se può, lo Stato con i CCF potrebbe farsi vento. Chi mai preferirebbe un titolo utilizzabile fra due anni, invece di denaro contante? Se si vuole imporre la circolazione dei CCF accanto all’euro, bisogna renderne il corso forzoso, in modo che nessuna possa rifiutarli come mezzo di pagamento; a rischio di perdere il diritto al pagamento stesso. Ma, se così fosse, l’emissione dei CCF urterebbe contro il monopolio di battere moneta detenuto dalla Banca Centrale Europea. Dunque il CCF a corso forzoso è impossibile. E se al contrario in qualche modo si riuscisse a imporre i CCF, in base alla legge di Gresham (“la moneta cattiva scaccia quella buona”) presto circolerebbero soltanto CCF.
Seconda ipotesi. Lo Stato, non potendo imporre i CCF con la forza, potrebbe offrirli in regalo: “Eccoti cento euro che fra due anni potrai utilizzare per pagare le tasse. Se non li vuoi me li tengo”. In queste condizioni tutti li accetterebbero. Ecco perché i “grillini” hanno accennato a sussidi, aumenti di pensioni ecc. Purtroppo per loro, i CCF non stanno in piedi neanche a queste condizioni.
Ammettiamo che lo Stato decida di regalare l’equivalente di cento euro ad ogni cittadino, a condizione che accetti il regalo sotto forma di CCF. Quei titoli, dal momento che sarebbero debiti dello Stato, sarebbero negoziabili in borsa (col normale sistema dello sconto) sicché andrebbero immediatamente a far parte del debito pubblico, il cui ampliamento è vietato dall’Unione Europea. A Bruxelles non hanno l’anello al naso: che si chiamino Btp, CCF o assegnini, sempre debito pubblico sono. Dunque avremmo pesantemente violato i trattati sottoscritti, con tutte le conseguenze del caso.
Ma l’emissione dei CCF per pagare le imposte dopo due anni non funziona neanche dal punto di vista fiscale. Ammettiamo che un cittadino paghi mille euro l’anno di tasse. Ammettiamo che lo Stato gli dia 100€ in CCF e che il beneficiario conservi quel titolo per pagare le imposte due anni dopo. Nell’anno seguente paga i suoi normali mille euro. Due anni dopo potrà usare i CCF per pagare le imposte e dunque versa 900€+100CCF. Ma in questo modo lo Stato riceve 900€, più un pezzo di carta che era già suo in partenza, dunque 900€ invece di 1.000. Il CCF è dunque uno sconto fiscale “a due anni data”: ma lo Stato può permettersi questa decurtazione del gettito? Esso sarebbe costretto o a diminuire le spese (un esercizio che non gli è mai riuscito), o ad aumentare le tasse. Oppure infine a compensare la differenza aumentando il debito pubblico (cosa che l’Ue ci vieta) perché esso è già, al livello attuale, una minaccia sufficientemente spaventosa.
Né cambia qualcosa se il cittadino presenta il CCF allo sconto, in banca, e poi spende il ricavato in consumi. Infatti, alla fine dei passaggi, il detentore ultimo di quei titoli li presenterà allo Stato per pagare le imposte, sottraendo allo Stato le corrispondenti somme, il cui controvalore è stato infatti speso dal cittadino che ha effettuato lo sconto.
I CCF non sono soldi “guadagnati”. Non corrispondono a ricchezza prodotta dai contribuenti e conferita poi allo Stato: sono soltanto titoli di debito a fronte di nulla. Semplice debito pubblico. E le spese con quei titoli sono state effettuate con denaro inflazionario. Sembra proprio difficile spiegare che il denaro non è ricchezza: è carta. Se si crea inflazione, al massimo si trasferisce ingiustificatamente ricchezza dai percettori di reddito fisso (gli impiegati, gli operai, i pensionati) ai primi prenditori del denaro nuovo. Molti sembrano averlo dimenticato.
I politici credono di poter dirigere l’economia con la moneta e non capiscono che ciò che potrebbero far di meglio, per essa, sarebbe lasciarla in pace.
Ma già, così perderebbero potere.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
22 aprile 2017

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L’EURO, I CAMBI FISSI E I CAMBI FLESSIBILI

L’euro ha cominciato col suscitare entusiasmo (in Italia il consenso era all’84%) mentre oggi non soltanto quell’entusiasmo è scomparso, ma moltissima gente è convinta che esso sia stato un pessimo affare. Un cambiamento per il peggio, una disgrazia irrimediabile. Tanto che molti pensano di salvare la Patria abbandonando quella stramaledetta moneta.
In realtà, anche ad ammettere ­che sia una cosa utile, uscire dall’euro di botto, come l’Inghilterra è uscita dall’Unione, ­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­ comporterebbe danni immensi. L’operazione è talmente difficile che, anche effettuandola con l’opportuna gradualità e le opportune cautele, non è detto che non si riveli una tragedia. Per non dire che, mentre esitiamo, una crisi di Borsa potrebbe tagliare il nodo gordiano, precipitandoci senza paracadute in una crisi economica mondiale pressoché inimmaginabile.
Bisogna innanzi tutto aver chiaro da che cosa nascono i cambi fra le monete. Immaginiamo che il Paese A abbia la moneta x, e il Paese B la moneta y. Anche ad ammettere che in partenza x e y abbiano lo stesso valore, il diverso sviluppo economico, politico, finanziario dei due Paesi, farà sì che, dopo un certo tempo, con 10y non si comprerà la stessa quantità di beni che si compra con x. Poniamo il caso che siano necessari 12y. A quel punto sarà ovvio che, cambiando le monete, il tasso di cambio sarà 10x=12y. Se, nel tempo, y si svalutasse ulteriormente rispetto ad x, arrivando a rendere necessari 13y per comprare i beni che comprano 10x, si adeguerà corrispondentemente il cambio fra le due monete, 10x=13y. Questi sono i cambi flessibili.
Se invece le due monete stabilissero di non variare mai il valore di scambio, o se i due Paesi adottassero addirittura la stessa moneta (come è avvenuto con la zona euro), i cambi sarebbero fissi e gli Stati dovrebbero cercare di adattarsi a questa immutabilità, ammesso che sia possibile.
E qui si innesca la discussione. C’è chi sostiene che i cambi fissi sono causa di prosperità, e per questa ragione si è creata l’eurozona, e c’è chi sostiene che essi alla lunga sono un’immensa disgrazia, come dimostra la situazione dell’Italia nell’euro. Ognuno può portare esempi storici a sostegno della propria tesi. Finché sono stati in vigore gli accordi di Bretton Woods, cioè fino al 1971, con un regime di cambi fissi, si è avuta la ricostruzione e la grande ripresa postbellica, e il prodotto interno lordo italiano cresceva del 5% l’anno. Viceversa, da metà degli Anni Settanta, con i cambi flessibili, la lira non ha fatto che svalutarsi e la nostra economia non ha fatto che perdere colpi.
Ma i fautori dei cambi flessibili possono subito rispondere che sì, l’Italia ha cominciato ad andar male da quel momento: la lira si è svalutata e il debito pubblico è diventato enorme. Ma è anche vero che non siamo mai stati tanto miseri, tanto in crisi, tanto senza speranza come da quando abbiamo l’euro. Ed è proprio la ragione per cui sogniamo di uscirne.
In realtà, si notano periodi di prosperità (o di crisi economica) sia con i cambi fissi sia con i cambi flessibili. Oggi l’Italia non sa dove sbattere la testa, e rischia il fallimento, e nel frattempo la Germania, anch’essa nella zona dei cambi fissi, scoppia di salute. Non è che, per caso, la prosperità di un Paese sia indipendente dal regime dei cambi?
Immaginiamo che il Paese A sia ben amministrato, abbia governi stabili, corruzione bassa, livello culturale alto, e che produca una grande quantità di beni ad alto valore aggiunto. Il Paese sarà “ricco”. Ora immaginiamo un Paese B, che sia tutto l’opposto: il Paese sarà povero e il cittadino dovrà lavorare due giorni per produrre la ricchezza che il lavoratore medio di A produce in un giorno. È ovvio che il rapporto ricchezza/ora di lavoro sarà diverso nei due Paesi, e per conseguenze diverso sarà il valore della moneta.
Ora, se il cambio delle due monete è flessibile, la quotazione si adatterà al variare del rapporto economico fra i due Paesi. Se invece il cambio è fisso, si produce col tempo uno squilibrio drammatico. La Germania produce ottime automobili, ed essendo legata all’Italia da un cambio fisso (che sottovaluta la sua moneta), si trova ad esportare molto in Italia, perché gli italiani, per lo stesso prezzo, preferiscono la macchina tedesca. Conseguenza: i lavoratori tedeschi ricevono, per il loro lavoro, meno di quanto dovrebbero e i lavoratori italiani, se fossero pagati come i tedeschi, riceverebbero più di quanto dovrebbero, ma di fatto, dal momento che le loro automobili non si vendono, non ricevono niente, perché sono disoccupati. I cambi fissi alla lunga producono squilibri che vanno a danno di tutti. Finché non si sa più come metterci rimedio.
Maledire i cambi fissi o quelli flessibili non ha senso. L’Italia è stata prospera e in miseria sia con l’uno, sistema, sia con l’altro. Ma per essere prosperi con i cambi fissi, bisogna che le due economie siano omogenee, e che quella “fissità” corrisponda ad una “fissità” del rapporto sostanziale fra le economie. E se ci si accorge che quella fissità è venuta meno, bisogna immediatamente abolire i cambi fissi, non più adeguati alla realtà.
La conclusione è semplice è chiara. In primo luogo, la ricchezza di un Paese non dipende dai cambi fissi o dai cambi flessibili, ma dalla produzione di ricchezza e dalla libertà di commercio fra i vari Paesi. I cambi flessibili permettono l’aggiustamento delle monete in conformità con la realtà, ed impediscono l’insorgenza di squilibri. Viceversa i cambi fissi sono una benedizione all’interno di un dato Paese (gli Stati Uniti, per esempio) soltanto perché c’è un unico governo centrale, un’unica fiscalità, e via dicendo.
La moneta unica va bene per un Paese unico, e soltanto per un Paese unico. E l’euro sarebbe stato un’ottima cosa, se prima si fosse realizzata l’unione politica dell’Europa.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
21 aprile 2017

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CAPIRE LA COREA DEL NORD

L’articolo di Alessandro Orsini dal titolo “Disinnescare la miccia coreana”(1) è interessante perché è scritto con un evidente sforzo di moderazione ed equidistanza. L’autore espone le ragioni nordcoreane e americane per così dire senza prendere posizione. La tesi fondamentale è che c’è un reciproco eccesso di diffidenza e ciò rende quasi impossibile qualunque accordo. Bisognerebbe invece cominciare col non considerare l’altro un mostro.
Tralasciando di parlare della guerra del 1950, Orsini salta al 1994 quando Pyongyang aderì al trattato di non proliferazione nucleare in cambio di sostanziosi aiuti economici. Poi George W.Bush inserì la Corea del Nord nella lista dei Paesi dell’“evil axis” (l’asse del male) e per giunta invase l’Iraq. La Corea si ritirò allora dal trattato e si convinse che, per evitare l’invasione americana, ritenuta “imminente”, dovesse farsi la “bomba”. Seguirono negoziati durati anni ed anni, finché gli americani si convinsero che i coreani volevano soltanto perdere tempo. Gli americani volevano che i coreani rinunziassero all’arma nucleare, e poi avrebbero tolto le sanzioni, i coreani volevano che gli americani togliessero le sanzioni, e poi avrebbero rinunziato all’arma nucleare, arrivando allo sallo. Infine Pyongyang ha dimostrato di essersi effettivamente fabbricata la bomba atomica e siamo al presente..
La tesi ripetutamente ribadita di Orsini è che i nordcoreani temono di essere invasi dagli americani. La loro bomba ha fini difensivi ed essi la reputano l’unica garanzia di sopravvivenza del loro regime. Ma questa tesi resiste male all’esame critico.
1 Né la Corea del Sud, né gli Stati Uniti d’America, dal 1950, fino a pochi giorni fa, hanno mai minacciato di invadere la Corea del Nord.
2 Gli americani avrebbero potuto invadere la Corea del Nord nel 1950, ed avevano un’ottima scusa: Quel Paese aveva tentato di annettersi la Corea del Sud e, avendo gli americani vinto la guerra, il Sud sarebbe stato giustificato se si fosse annesso il Nord. Lo suggeriva il generale McArthur, ma Washington non volle completare la vittoria, probabilmente per non urtare la Cina, che di fatto aveva partecipato al conflitto. Quella grande nazione ha forse cambiato opinione? Sarebbe contenta di avere una frontiera in comune con un Paese in cui stazionano truppe americane? L’invasione da sud fu giudicata inopportuna allora e lo è ancora. Se avvenisse oggi, sarebbe per disperazione, non per espansionismo.
3 In sé, l’invasione della Corea del Nord non offre né vantaggi economici né vantaggi strategici. Il Paese è poverissimo. Per il Sud l’eventuale riunificazione sarebbe un’enorme disgrazia economica.
4 La bomba atomica c’entra poco o niente con la difesa di Pyongyang. Se il Sud cercasse d’invadere il Nord, il Nord, anche avendo la bomba, non dovrebbe usarla: sia perché il vento da sud gli potrebbe portare la morte nel nord, sia perché, in base alla garanzia atomica americana, il giorno dopo del Nord non rimarrebbe pietra su pietra.
Gli americani non scherzano affatto, in questo campo. Negli anni della guerra fredda, l’Unione Sovietica aveva nell’Europa Occidentale una schiacciante superiorità in materia di mezzi corazzati ed aveva anche l’armamento nucleare. Gli americani si limitarono a proclamare pubblicamente che, se la Russia avesse provato ad invadere la Germania Ovest, avrebbero reagito con l’atomica. E i sovietici, pur avendo speso somme enormi nell’armamento convenzionale, lasciarono che i carri divenissero obsoleti, talmente la garanzia americana era seria. Gli Stati Uniti del resto, usando la bomba, non avrebbero rischiato il fall out, e probabilmente – viste le dimensioni della Russia – non l’avrebbero rischiato neanche i tedeschi. Ma la Corea è una piccola penisola e il teatro delle operazioni è del tutto diverso. Essenziale è comunque che la garanzia americana è credibile, se l’hanno temuta i sovietici e se se ne sono fidati sia il Giappone sia la Corea del Sud.
5 Inoltre la bomba atomica nordcoreana sarebbe una ben strana difesa contro un’invasione che, guarda caso, nessuno ha progettato. Almeno non fino al momento in cui non sono riusciti gli esperimenti atomici nordcoreani. In altri termini, invece di essere una difesa contro l’invasione, la bomba potrebbe esserne la causa. Perfino la Cina ha applicato sanzioni economiche a Pyongyang. Insomma farsi la bomba per evitare l’invasione è come accumulare benzina per difendersi dagli incendi.
6 L’unica vera causa della bomba atomica nordcoreana sembra essere il delirio militarista dei Kim. I dittatori si ubriacano di sfilate in cui gli scarponi dei soldati fanno tremare il terreno col loro passo dell’oca e si credono per questo temibili. Chi ha dimenticato le rodomontate di Saddam Hussein? E chi ha dimenticato la sua fine? Se gli Stati Uniti risultarono temibili per Stalin, sarebbe normale che facciano paura anche ad un giovanotto dagli occhi a mandorla. E invece lui insiste a provocarli. Forse le sue sinapsi funzionano male, a causa del grasso.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it

19 aprile 2017
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LA RIVOLUZIONE TURCA

Quanto avviene in Turchia sorprende, rattrista, fa sorgere domande. Sono passati tanti anni da quando una guida turistica di Istanbul, un giovane di religione cristiana, ci fece notare che in Italia avevamo avuto la Democrazia Cristiana, mentre in Turchia un partito con denominazione religiosa non sarebbe stato possibile. Io, che già avevo un’immensa stima di Mustafà Keman, mi congratulai con lui e un po’ invidiai il suo Paese.
Forse non sono passati tanti anni. Forse sono passati secoli. Secoli da quando, avendo difeso da calunnie una Turchia immensamente più democratica di oggi, fui addirittura ripetutamente invitato all’ambasciata romana. Oggi in quella nazione non andrei più neppure da turista, esattamente come, prima della rimozione del Muro di Berlino, non sono mai andato in un Paese dell’Est. Per paura che, mancando la libertà, potessi morire soffocato passando la frontiera.
Altri scriveranno dotti e particolareggiati articoli su ciò che sta avvenendo in Turchia, ma forse questi avvenimenti si prestano a considerazioni più generali. Soprattutto su ciò che, dal punto di vista politico, è un equilibrio stabile o un equilibrio instabile.
I Paesi hanno una civiltà di fondo e delle istituzioni. E poiché le istituzioni derivano dalla civiltà, di solito fra le due cose vi è coerenza. L’Inghilterra è democratica perché è democratica nella sua essenza. È per questo che non ha bisogno di una Costituzione scritta. Se la nazione ebbe Oliver Cromwell, fu per reazione ad un re che avrebbe voluto imporre il suo potere “per grazia di Dio”. Cromwell spinse la reazione fino al regicidio, ma dopo qualche tempo lo stesso Paese che aveva decapitato Carlo I restaurò la monarchia costituzionale con Carlo II. Anche l’autoritarismo “repubblicano” non era gradito.
Le nazioni sono organismi viventi e, come gli esseri umani, a volte vivono grandi passioni. I russi e i tedeschi ad esempio hanno seguito un capo fino ad arrivare ad alcune delle più tremende esperienze dell’umanità. Nel caso della Russia, per ben oltre mezzo secolo. Gli stessi francesi, dopo aver decapitato un re bonario, arrivarono al ridicolo di proclamare Imperatore dei francesi un tenente d’artiglieria che aveva fatto carriera. Ma è anche vero che questo autocrate non era lontano dai sovrani “costituzionali” inglesi. E infatti la democrazia francese è inamovibile.
La civiltà di fondo di un Paese è l’equilibrio stabile, quello cui si torna dopo i periodi di follia. Come sarebbe la tirannide per la Russia, se l’attuale periodo democratico dovesse concludersi. Infatti sin dalla notte dei tempi, quell’immensa nazione non ha conosciuto che quel regime. Il nazismo invece fu una passione momentanea, da cui poi si ritornò all’anima pacifica, commerciale, per così dire anseatica, del Paese. Questo forse aveva reagito a secoli di sudditanza psicologica nei confronti di Vienna e di Parigi, ma la stessa ampiezza dei disastri provocati da quella reazione, gli ha insegnato sia la prudenza, sia la coscienza dei propri mezzi. La parole “rivoluzione”, contrariamente a ciò che si crede, non significa “novità violenta”, ma “ritorno allo spirito originario”.
Tutto ciò ci conduce alla Turchia. La sua vicenda insegna che nemmeno una parentesi di quasi cent’anni è sufficiente a soffocare la civiltà di fondo di un Paese. La parola Asia è nata in contrapposizione alla parola Europa, e la linea di frontiera era nel Mar Egeo. Ad ovest la Grecia, cioè l’Europa; ad est l’Anatolia, cioè l’Asia. Sono passati millenni, ma ad ovest, fino all’Atlantico, la sempiterna e spesso vincente tentazione è quella della democrazia, mentre ad est, fino al Pacifico, spesso si ricade nella tirannide. Qualcuno ha addirittura detto che il monoteismo ebraico è la tirannide asiatica nel Cielo, mentre il politeismo è la democrazia sull’Olimpo.
La Turchia ha avuto con Atatürk la tentazione della democrazia laica, e l’ha seguita per quasi un secolo. Esattamente come la Germania, profondamente europea, ha potuto avere la tentazione della tirannide, con Hitler, grazie al Cielo durata poco più d’un decennio. Sulla Turchia ci eravamo dunque entusiasmati a torto. Ci eravamo illusi che un genio del bene potesse per una volta prevalere sul lato negativo di una civiltà in cui il nuovo sultano, appena giunto al potere, ad ogni buon conto faceva assassinare tutti i suoi parenti. Per evitare che complottassero contro di lui. E infatti Erdogan, seguendo l’istinto del sultano, non appena ha avuto il potere, ha gettato in galera molte decine di migliaia di veri o presunti oppositori. E ora propone la reintroduzione della pena di morte. Nei panni dei suoi parenti, tremerei.
Noi europei, al passaggio, dimostriamo la nostra mancanza di buon senso. Atatürk, conoscendo i suoi compatrioti, raccomandò ai militari di intervenire per riportare il Paese sulla retta via, ogni volta che la tentazione del sultanato si fosse ripresentata. Ed è quello che i militari hanno più volte fatto, provocando le scandalizzate proteste dell’Europa. Ma ogni volta restituendo la nazione alla democrazia. Poi Erdogan ha esautorato i militari, gli europei hanno applaudito ed ora abbiamo di nuovo il sultano.
Possiamo soltanto compiangere quei turchi che Atatürk aveva veramente convertito al laicismo e alla democrazia, e che ora rischiano di pagare, magari con la vita, questa adesione alla libertà.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it

18 aprile 2017

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IL FUTURO POLITICO DI RENZI

Se alle future elezioni si andrà con la proporzionale, come sembra inevitabile, nessun partito può sperare di avere da solo la maggioranza in Parlamento. Per le alleanze prima delle elezioni, le differenze ideologiche sono tali da renderle del tutto improbabili. E del resto, della sua solitudine il M5s ha fatto un articolo di fede. Si voterà dunque alla rinfusa e soltanto dopo il voto si cercherà di costituire un’alleanza di governo, con compromessi svergognati e mercanteggiamenti al livello dei suk arabi. Il governo sarà fragile, travagliato da spinte e ricatti contraddittori, tendenzialmente inerte.
Ma non possiamo nemmeno sentirci spaesati. Non soltanto quella fu la regola, ai tempi della Democrazia Cristiana, ma in tempi di maggioritario abbiamo visto il governo Renzi reggersi per tre anni appoggiandosi ad un esercito di traditori e mercenari.
Almeno fino alle elezioni del 2018 il perno centrale rimarrà comunque il Pd. Questo partito, erede del ferreo Pci, non è nemmeno sicuro che sia di sinistra e l’unica certezza che possiede è quella di avere un capo. Le previsioni dicono infatti che Matteo Renzi vincerà le primarie, avrà in mano il partito e potrà anche ricattare il governo Gentiloni. Sarà insomma l’uomo più potente d’Italia. Non c’è da essere allegri. Ma non ha da essere allegro neppure lui. Infatti, più comanderà, più sarà responsabile dei risultati. E in questo momento nessuno potrebbe ottenerne di positivi.
Renzi è un puro politico. È uno che non tiene conto di nulla che non sia funzionale al suo proprio successo. Non gli interessa l’economia. Non gli interessa il futuro del suo Paese. Non gli interessa la politica internazionale. Non gli interessa nemmeno l’aritmetica, il dare e avere, il debito pubblico. Per lui la realtà esterna è soltanto un ectoplasma, un ologramma da lui creato e proiettato nell’aria. Il suo unico problema è convincere la gente della sua esistenza. Per mesi e mesi ha cercato di far credere a tutti che l’Italia era in piena ripresa economica, tanto che si nuotava nella prosperità e nel pieno impiego. Poi gli italiani hanno dimostrato col referendum come la pensavano, e qual è la spiegazione che lui si è data del fenomeno? “Non sono riuscito a spiegare l’ampiezza dei grandi risultati raggiunti dal mio governo”. Un semplice problema di eristica, di tecnica della dimostrazione. Il fatto che quei grandi risultati non ci fossero stati era un particolare secondario.
E infatti il progetto non è cambiato. L’essenziale è il consenso fondato sulla prestidigitazione. Dunque che non si aumentino le tasse, anche se l’Europa lo esige; che non si attui una politica di risparmio, perché è impopolare; che non si varino le riforme necessarie, perché non piacciono, e via dicendo. Nessun provvedimento serio finché lui non sarà stato rieletto segretario: e infatti l’Italia sta col fiato sospeso, in attesa della fine di aprile. Finché lui non avrà ripreso le leve del potere.
Quell’uomo sembra incapace di comprendere che intorno a lui, indipendente da ciò che lui pensa ed anche indipendente dalla sua retorica, esiste una realtà. Per i competenti l’autunno si presenta come un incubo. Un incubo che non è frutto di fantasie o di angosce metafisiche, ma di conti, conti e conti. Numeri, numeri e numeri. In particolare debiti, debiti e debiti. In sintesi, il governo sarà costretto a varare una manovra di una trentina di miliardi (su questo numero c’è unanime consenso dei commentatori) di cui già diciannove per le clausole di salvaguardia. Come ce la racconterà Renzi, questa? Dirà semplicemente “no” e pesterà i piedi?
Le clausola di salvaguardia, malgrado il loro nome rassicurante, possono fare spavento. Per ogni spesa il governo deve indicare la copertura e, nel caso che la copertura non funzioni (per esempio, “Ricaveremo dieci miliardi dalla lotta all’evasione”, e poi ne ricaviamo soltanto due) la differenza sarà ricuperata così e così. L’Italia ha ottenuto diciannove miliardi di flessibilità (recte: ulteriori debiti) da spendere in investimenti, e li ha utilizzati per spese correnti, non ottenendo le previste contropartite positive. Così ora scattano le clausole di salvaguardia: per cominciare, l’Iva deve passare dal 22% al 25%. Una mazzata di tasse indiscriminata, un freno potentissimo per la ripresa e un disastro inevitabile. Come ce la racconterà, Renzi, che tiene tanto a guidare il Paese? E dove troverà quella trentina di miliardi se attualmente, per trovare tre miliardi e mezzo, come ci impone l’Europa, Padoan si è contorto in tutti i modi (anche per i veti di Renzi) e forse non li ha ancora trovati?
Siamo sicuri che l’Italia riuscirà ad evitare la procedura d’infrazione? Siamo sicuri che il Paese non sarà commissariato? Siamo sicuri che i mercati, perdendo fiducia nella nostra capacità di rifinanziare il debito, non smettano di comprare i nostri titoli di Stato, facendoci fallire in quattro e quattr’otto? Ma con quale coraggio Renzi spera di riprendere il volante del Paese? Di fronte a tanta improntitudine non rimane che augurargli di riuscirci. Così impara. Il guaio è che impareremo anche noi.
Nei panni di Gentiloni, fra un paio di mesi mi procurerei un voto di sfiducia per farmi mandare a casa, lasciare Renzi al comando e poi vedere di nascosto l’effetto che fa.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
15 aprile 2017

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PERCHÉ NON CI PREMIANO A CANNES

Paolo Mereghetti, che in fatto di cinema è un’autorità, spiega sul Corriere(1) le ragioni per le quali il cinema italiano non ha successo all’estero, a cominciare dal prossimo Festival del Cinema di Cannes. La carenza – spiega – è nel nostro sistema produttivo che, pur non mancando noi di talenti e di buoni registi, non riesce a confezionare prodotti di alto standard capaci di imporsi sul mercato internazionale.
Che ora un quisque de populo che neanche va al cinema voglia dire la sua in questo campo, potrebbe avere dell’oltraggioso. Ma è anche vero che, se uno non va al cinema, ha ragioni per non andarci. Saranno semplici opinioni, ma si ha il diritto di spiegarle.
Col passare degli anni il cinema piace sempre meno. Probabilmente perché l’esperienza rende trite le situazioni e gli epiloghi. Si costituisce nel cervello una sorta di confuso archivio, in cui molte novità riescono a trasformarsi in remake o luoghi comuni. Del resto, già nel ‘700 Carlo Gozzi ridusse tutte le “trame drammatiche” a trentasei. In queste condizioni il cinema non è più l’immagine in movimento che cattura comunque l’attenzione dei più giovani: è al contrario normalmente un’occasione di noia, e soltanto eccezionalmente l’occasione per assistere ad un’opera d’arte o, almeno, a uno spettacolo di valore intellettuale. Film come “La Grande Illusione”, “Citizen Kane” o perfino “La vita è meravigliosa” rimangono pietre miliari anche per il loro messaggio. Altri film, pure su una trama tenue, rimangono scolpiti nella memoria per il loro altissimo valore visivo e pittorico: un nome per tutti, “Barry Lyndon”. E si potrebbe continuare. Ma per altri, seppure grandiosi, come “Via col Vento”, qual è il valore artistico? Non si va al di là di una lunga storia personale, seppure inquadrata in un turbolento momento storico: e infatti non sono mai riuscito a vedere questo film, neanche quando ero giovane.
Infine, al di là di tutto ciò, c’è quel quid indefinibile che chiamiamo “arte”. Qualcosa che a volte c’è, anche quando l’autore credeva di realizzare un’opera di artigianato, e a volte non c’è, neanche quando i produttori hanno impegnato grandi capitali e riunito le più grandi competenze per raggiungerlo. De Sica, nella povertà del dopoguerra, riuscì ad ottenere successi internazionali filmando la miseria dell’Italia; Hollywood, con mezzi elefantiaci, di “Cleopatra” riuscì a fare soltanto un “peplum”.
Il cinema è un’industria che non vive di arte, vive di successi al botteghino. E questi si ottengono con la professionalità. Ecco la differenza fondamentale tra Hollywood e l’Italia. A parte i mezzi economici, i registi italiani vogliono raccontare la vita, spesso nel suo contesto piccolo borghese, dialettale, e addirittura plebeo. Inoltre, diffidano del pubblico, e abbondano in una recitazione caricaturale che sfocia spesso nel grottesco. Mentre Hollywood, sia pure con intenti precisamente commerciali, non esita a trattare grandi problemi: si pensi ad un film come “A million dollar baby”, di Clint Eastwood che osa affrontare il tema dell’omicidio per amore o per pietà che sia, e tuttavia si è venduto benissimo. Assistendo a questo genere di opere, lo spettatore si sente trattato da adulto. Se invece assiste a molti film italiani, si sente trattato da imbecille seduto in un teatrino parrocchiale. Con l’aggravante del turpiloquio.
Per avere successo sul piano internazionale, è necessario che un’industria si ponga sul piano internazionale. Niente dialetto, niente strapaese, niente pretese politiche. Il primo imperativo è quello di sfuggire le lungaggini e la noia. Bisogna evitare di avere l’applauso dei grandi critici e il flop al botteghino. Quanto al colore locale, bisogna ricordarsi che quanto più un film rappresenta un particolare ambiente, tanto meno interesserà il resto del mondo. È una delle ragioni per le quali il cinema francese piace molto di più in Francia che altrove.
Il film ideale è il capolavoro firmato Alfred Hitchcock. Uno spettacolo patinato, a colori, recitato in modo assolutamente perfetto, senza accentuazioni da commedia dell’arte, senza esagerazioni filodrammatiche, senza la compiaciuta volgarità di tanti film. “Caccia al ladro” forse non è un capolavoro, ma è un indimenticabile godimento per lo spettatore, dal principio alla fine. E il botteghino dice grazie. Lo stesso vale per “Intrigo internazionale”, “La donna che visse due volte” e tanti altri. I personaggi devono necessariamente avere una nazionalità, ma non sono pesantemente inglesi, americani o francesi. Ciò che deve risaltare è la loro umanità, tanto che gli spettatori di tutto il mondo possano non sentirli come estranei ed esotici. Lo stesso vale per quanto riguarda la vicenda: come nelle tragedie greche, essa deve prendere spunto dalle pulsioni fondamentali dell’essere umano: l’amore, la vendetta, l’ambizione, il patriottismo, il mistero. Perché Shakespeare è tanto grande? Perché ci ha parlato dell’essenza dell’uomo, quella che travalica i tempi e le frontiere.
Infine una nota particolare per quanto riguarda l’umorismo. Noi italiani dobbiamo rassegnarci a partire da zero. Dovremmo dimenticare Totò (un grande sprecato su canovacci da avanspettacolo) e cercare un genio capace di vero umorismo. Poi gli metteremmo in mano una penna d’oca (non un piccone) e l’avvertiremmo che se i pecorai analfabeti del Gennargentu si sganasceranno dalle risa, non lo pagheremo. Se quelli ridono, il suo humour è di lana troppo grossa per essere di buon livello.
Ma questo è un discorso inutile. Di Guareschi, di Mosca, di Simili, di Antongini, di De Crescenzo in Italia ne nascono troppo pochi, e i loro testi non sarebbero mai accolti nei cinepanettoni. Per gli italiani “British Humour” si traduce in: “E che c’è da ridere?”
Comunque potremmo ancora fare grande cinema, se il cielo ci mandasse altri Visconti, altri Zeffirelli, altri Fellini. Ma dovremmo mirare molto più in alto di quanto facciamo. Per il momento continua a valere la regola: “È italiano? Non m’interessa”. Che pare si segua anche all’estero.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
17 aprile 2017
http://rassegnastampaquotidiani.com/corriere-della-sera.html

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LA COREA DEL NORD E I SUOI PROBLEMI – 6

VI. La prospettiva storica

Sempre che non si verifichino tremendi imprevisti, sempre che non intervengano i terzi, sempre che non divampi la Terza Guerra Mondiale, l’eventuale riuscita dell’operazione americana cambierebbe la prospettiva storica quale si è delineata dal 1945.
Con il bombardamento di Hiroshima e Nagasaki, il mondo ha saputo che esiste la bomba atomica. Lo spavento e l’orrore non si sono molto attenuati col tempo, ed ora per giunta la bomba all’idrogeno è così potente che al suo confronto la bomba di Hiroshima è poco più di un petardo. Così tutti hanno compreso che è meglio non usare né l’una né l’altra perché, soprattutto se anche il nemico ne dispone, si corre il rischio di ricevere pan per focaccia. È la teoria della “Distruzione Vicendevole Assicurata” (Mad).
Inoltre, mentre un tempo si poteva sperare di avere bombardato per primi i siti nucleari dell’avversario, in modo che non potesse rispondere all’aggressione con una risposta atomica, dal momento in cui sono esistiti i sottomarini nucleari armati di missili atomici, non c’è alcun modo di evitare la risposta nucleare.
Rimane la possibilità di intercettare i missili in volo, ovviamente tanto più facilmente quanto più il bersaglio è grosso e viaggia a lungo. Ma anche ad essere sicuri di intercettare il novantanove per cento dei missili, uno solo basta a distruggere New York. Ecco perché si preferisce non correre nessuna alea. Ed hanno stretto accordi in tale senso anche nemici storici come l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti.
Ma il problema è che non tutti sono ragionevoli. Il sedicente califfo al-Baghdadi non sarebbe forse felice di sganciare una bomba atomica su Parigi o su Londra? Non soltanto quello “Stato” non dispone di nessuna città degna di essere distrutta per vendicare Parigi o Londra, ma ad un fanatico innamorato della morte come alBaghdadi la morte di un milione dei suoi concittadini non farebbe né caldo né freddo. Aumenterebbe soltanto la folla in paradiso.
Ecco perché il problema posto dalla Corea del Nord rappresenta una novità. Inutile dire che ci sono Paesi come Israele o il Pakistan che la bomba già ce l’hanno, e tuttavia nessuno si sogna di colpirli. Infatti i Paesi normali non passano il tempo a minacciare i vicini. Il Pakistan e l’India, ambedue potenze atomiche, si sono perfino mossi guerra, ma nessuno di loro ha mai minacciato l’altro con l’atomica.
Un conto è la pistola al fianco del carabiniere, o anche del gioielliere spaventato dai rapinatori, un altro è la pistola sotto la giacca del terrorista o del sicario. È la stessa Corea del Nord che si è resa “diversa”. Se si fosse “fatta la bomba” dimostrandosi pacifica sotto ogni aspetto, forse nessuno si sarebbe preoccupato. O si sarebbe preoccupato “moderatamente”, come avviene per l’Iran. Ma non si può contemporaneamente essere una potenza atomica ed essere minacciosi nei confronti di tutti. Perché le controparti si chiederanno se hanno da fare con dei pazzi pericolosi e che genere di rischio sono disposti a correre. Se sono grandi e forti come gli Stati Uniti, ed hanno alleati deboli e denuclearizzati come la Corea del Sud, possono anche decidere di agire prima che i pazzi pericolosi possano concretamente fare del male.
Ci si può anche chiedere come reagirà l’opinione pubblica internazionale e rispondere: con un festival internazionale dell’idiozia, naturalmente. La prima voce indignata sarà quella dei pacifisti. Dopo tutto che ha fatto, Kim Jong-un? Ha solo parlato. Non ha ammazzato neanche una zanzara. Come Hitler nel 1938, si potrebbe rispondere.. Solo che stavolta i pacifisti urterebbero contro l’istinto di sopravvivenza dei popoli. Nel momento in cui i governi si rendessero conto di dover difendere la vita dei propri cittadini, tirerebbero diritto a costo di proclamare lo Stato d’emergenza e la sospensione delle garanzie democratiche. La democrazia è una cosa bellissima, ma soltanto quando uno se la può permettere. Se andasse male, quegli stessi cittadini, pacifisti inclusi, non perdonerebbero mai ai loro governanti di non averli difesi in tempo. Sono passati 79 anni e l’Europa Occidentale non ha ancora smesso di pentirsi dello “spirito di Monaco”.
Ecco perché si parla di cambio della prospettiva. Dal 1945 la sottintesa convenzione internazionale è stata di cercare innanzi tutto di ridurre al minimo il numero di Paesi armati dell’atomica e, in ogni caso, di non usarla e nemmeno di minacciarne l’uso. Ora la Corea del Nord viola questa convenzione un giorno sì e l’altro pure, ed è questo che spinge le possibili vittime a correre ai ripari.
Se gli Stati Uniti interverranno nella penisola e se il mondo li lascerà fare, la convenzione potrebbe arricchirsi di un nuovo articolo: “Se uno Stato si appresta ad usare la bomba atomica, l’intervento delle grandi potenze per disarmarlo sarà giustificato. Anche a costo di una guerra preventiva”. E chi crede che le grandi potenze e gli staterelli abbiano gli stessi diritti non ha studiato storia.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
15 aprile 2017

Fine.

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